Alla foce del Sarno

La strage proletaria di Ponte Persica

LA STRAGE PROLETARIA DI PONTE PERSICA
( da molti conosciuta come: “La strage di Torre Annunziata” del 31 agosto 1903 )

articolo del prof. Luca Iozzino

La strage di Torre Annunziata

La strage di Torre Annunziata

La politica del Giolitti
Nel 1892 in Italia saliva al potere lo statista Giovanni Giolitti (che Urbanino Rattazzi, consigliere del re e nipote di Urbano Rattazzi, capo della Sinistra subalpina, aveva indicato al re come l’uomo nuovo della monarchia ), succedendo al ministero di Destra guidato dal marchese Di Rudinì.
Non mancarono odi e risentimenti per la sua elezione, sia da parte del Crispi, il famoso eroe dei Mille di Garibaldi, che aveva accusato Giolitti di avere goduto, per la sua ascesa al potere, della protezione del re, sia anche da parte dei moderati e di una frangia dell’Estrema Sinistra.
Giolitti, già noto qualche anno primo come leader del partito delle economie nella Sinistra Liberale, ora incontrava appoggi e adesioni incondizionati da parte della nuova Camera.
Il programma del neo- presidente del Consiglio prevedeva, tra l’altro, l’improcrastinabile risanamento del bilancio dello Stato.
Sotto il suo governo la società da rurale divenne composita e pluralista: la crescita produttiva si limitò al Nord, dove gli investimenti permisero il progresso dell’industria e dell’agricoltura rispetto al sud, le cui strutture erano rimaste ferme dal tempo dell’unificazione.

I Moti di Milano
Il malcontento nazionale era molto forte per la forte disoccupazione e i bassi salari; ma la goccia che fece traboccare il vaso e innescò la rivolta popolare, fu l’aumento del costo del grano, e quindi del pane da 35 a 60 centesimi al chilo, aumento dovuto all’esiguità del raccolto.
Rivolte popolari si verificarono in Puglia e Romagna il 26 e il 27 aprile, a Firenze il 2 maggio e in Sicilia.
Ai Fasci Siciliani (1891-1894) partecipò il proletariato urbano, cui si aggiunsero in seguito minatori, braccianti agricoli, operari e lavoratori della marineria.
I moti furono repressi tragicamente dai mafiosi locali e dal governo nazionale.
Altri moti avvennero nella Lunigiana e a Milano.
I moti di Milano terminarono nel maggio 1898 con la feroce repressione degli insorti ad opera del generale Bava Beccaris, soprannominato il macellaio di Milano, che per questo atto fu insignito dal re della croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia.
Il generale Beccaris ottenne il 16 giugno 1898 un seggio al Sud.
Queste sanguinose repressioni destarono enorme sdegno negli emigrati italiani all’estero.
II 1900 si chiudeva con l’eccidio di Umberto I, assassinato il 29 luglio dall’anarchico Gaetano Bresci, emigrato negli Stati Uniti, che con questo atto aveva voluto vendicare i caduti del maggio 1898 e la vergogna della decorazione conferita al generale Beccaris.
Dopo il moto di Milano finito nel sangue, Giovanni Giolitti impresse un nuovo corso alla politica italiana, iniziando una politica neutrale nel conflitto capitale-lavoro.
Egli seppe interpretare i segni dei tempi e favorì le istanze più vitali del socialismo e quelle dell’eredità liberale, attirandosi così l’adesione di molti oppositori, sia di sinistra che di destra, e anche dei cattolici.
Oggi, a distanza di più di un secolo, quando gli odi e le rigide contrapposizioni hanno perduto la sua virulenza, sembra eccessivamente ingenerosa l’accusa che gli fu mossa da qualcuno: quella di empirismo, secondo cui egli cercò di mascherare con l’esperienza la sua povertà di ideali e di principi.

La strage proletaria di Ponte Persica
Ma, nonostante la neutralità decisa dal governo Giolitti, nel Sud d’Italia continuarono le stragi proletarie compiute dalle forze armate dello Stato, per difendere gli interessi della borghesia a danno delle richieste legittime dei contadini e operai.

Alla foce del Sarno

Alla foce del Sarno

Dopo tanto sangue si giunse alla strage proletaria di Ponte della Persica (chiamata anche: strage di Torre, o di Pontenuovo o di Ponte sul Sarno o di Ponte De Rosa), avvenuta la sera del 31 agosto del 1903, un eccidio che suscitò un’ondata di proteste e di emozione nella pubblica opinione europea, particolarmente tra i membri del socialismo, e gettò nel terrore e nel lutto molte famiglie.

Le Cause e i fatti dell’eccidio
La strage era però, maturata nei giorni precedenti; la città di Torre all’inizio del secolo non disponeva ancora di una rete fognaria; la raccolta delle materie fecali avveniva su concessione comunale della ditta Ferrone che raccoglieva con pompe idrauliche a sistema inodore i liquami dei pozzi neri privati, e li rivendeva ai contadini.
Avendo tale ditta monopolizzato l’espurgo dei pozzi neri costruendo vasche proprie, imponeva un pesante ricatto ai cittadini della zona, costretti a ricorrere a essa per espurgare il concime.
La ditta Ferrone inoltre non pagava i proprietari dei pozzi neri e consegnava in ritardo ai contadini i pochi liquami che erano poco idonei, essendo mescolati ad acqua, e imponeva inoltre un alto prezzo e dure condizioni per il trasporto e la modalità dei pagamenti.
I proprietari cercavano di rifarsi promuovendo azioni legali contro la ditta e il Comune; ma i contadini sono le vere vittime indifese, costrette a sopportare il pesante giogo.
Con la decorrenza dei termini della concessione alla ditta Ferrone, il commissario Iossa decide la liberalizzazione del servizio dei concimi.
Sorge intanto una nuova ditta la “ CaponeRiccio”.
Ma, con le elezioni amministrative del novembre 1900, Pelagio Rossi, eletto nelle liste del “ Partito Nuovo”, non rinnova la concessione a tale ditta e cerca di favorire la ditta Ferrone, i cui azionisti sono esponenti dello stesso Partito che è a capo dell’Amministrazione.
La Nuova Amministrazione garantisce da una parte i diritti dei proprietari delle vasche con una cauzione; ma dall’altra approva una delibera che stabilisce che per esercitare il commercio dell’espurgo, occorre avere una vasca di deposito di mq. 3000.
I contadini si erano rivolti alla “Camera del Lavoro“ di Torre Annunziata diretta da due socialisti: Carlo Califano e Cataldo Maldera, che consigliarono loro di formare una cooperativa autonoma per poter espurgare il concime senza ricorrere alla ditta Ferrone.
Ma la richiesta avanzata in tal senso ai pubblici ufficiali dei vari comuni non sortì alcun effetto; il ripristino del sistema tradizionale di espurgo è dichiarato inammissibile dai dirigenti sindacali, perché contrario all’igiene pubblica; ma nel contempo essi consigliano i contadini di attendere, perché la ditta CaponeRiccio sta costruendo una vasca di depositi secondo i requisiti fissati dalla delibera comunale; in tal caso i contadini avrebbero ricavato un vantaggio dalla concorrenza fra le due ditte.
Ma improvvisamente, a lavori già avviati, la ditta Capone Riccio interrompe i lavori e si fonde con la ditta Ferrone.
Alla base di tale decisione ci sono certamente difficoltà di ordine finanziario, ma anche timori di ritorsioni e angherie da parte dell’amministrazione comunale.
I coloni intanto decidono di esercitare in proprio l’espurgo, comprando la vasca e le macchine; ma non possiedono i capitali necessari; perciò decidono di boicottare i prodotti della ditta Ferrone acquistandoli nei paesi vicini a prezzi inferiori.
Intanto l’Ammninistrazione comunale presieduta da Pelagio Rossi cerca di combattere in tutti i modi tale boicottaggio, che lede gli interessi della ditta Ferrone Riccio, con l’emanazione di diverse ordinanze che impongono restrizioni e condizioni capestro per limitare il passaggio in città dei carri pieni dei liquami. Fioccano anche continue contravvenzioni e repressioni.
L’ultima ordinanza del 22 agosto 1903 fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Intanto le forse dell’ordine che rappresentavano la legalità, difendevano la ditta Ferrone, anche perché ne ricavavano i loro utili, e cercarono di provocare i contadini.
Il comandante dei vigili urbani di Torre, il pomeriggio del 30 agosto, si recò in località Schito, a casa del contadino Gennaro Stilo, e gli ordinò di caricare l’indomani le sue botti e di recarsi a Torre Annunziata a prelevare il concime dalle vasche Ferrone,ormai stracolme.
Gennaro Stilo, benché associato alla Camera del Lavoro,tradì i compagni, forse per paura; preparò il suo carretto tirato da un cavallo, una vacca e un asino, e il giorno dopo si incamminò per una strada di campagna.

Gustave Caillebotte, A road near Naples

Gustave Caillebotte, A road near Naples

La sera del 31 agosto, verso le ore 15, in località Schito e propriamente all’altezza del ponte chiamato De Rosa, venne fermato da alcuni contadini, circa ottanta, che gli fecero comprendere che il suo atteggiamento da crumiro poteva significare per tutti loro la resa definitiva nella lotta contro la ditta Ferroni , e che il boicottaggio della ditta Ferrone e delle altre ditte concessionarie doveva servire a far diminuire il costo della merce, ma anche a far cessare il monopolio preteso da queste ditte dall’amministrazione, calpestando il Regolamento municipale.
Gennaro Stilo tornò indietro.
Francesco Coco, vedendo che il vecchio tardava, si diresse a Ponte della Persica a verificare ciò che poteva essere accaduto.
Ma appena giunto nelle vicinanze della fattoria di Gennaro Stilo, si trovò circondato da contadini che risposero colpo per colpo alle sue provocazioni e al suo linguaggio insolente.
Coco si allontanò in carrozzella sulla via polverosa dirigendosi verso Torre Annunziata gridando: “Qui deve scorrere il sangue!”.
Qui si recò dal Comando dei vigili urbani e ne riunì una dozzina, e poi dal maresciallo dei carabinieri, Micci; gli riferì che nella campagna c’era una rivolta di contadini, e gli chiese un buon numero di carabinieri.
I poliziotti arrivarono vicino al ponte.
Francesco Coco e il maresciallo Micci si avvicinarono ai contadini per arrestarli tutti.
Nello scontro che ne derivò Coco disse di essere stato ferito con una pietra, e a questo punto il maresciallo Micci ordinò ai carabineri, alle guardie municipali e ai soldati di aprire il fuoco contro i contadini.
Le forse dell’ordine spararono all’impazzata per circa dieci minuti.
Cinque contadini furono uccisi: Michele Cirillo di anni 19,Gabriele Scarpa di anni 40, Martino Guastafierro di anni 40 morirono subito.
Nel pomeriggio c’era un viavai di carrozze che trasportavano i feriti negli ospedali di Napoli e C/mare di Stabia, dove morirono Gennaro Angellotti e Liberato Cirillo.
Tra i feriti più gravi c’erano Matrone Giuseppe, Izzo Gennaro, Paduano Ciro, Angellotti Teresa, Capuano Teresa, Ametrano Giuseppe, Sansone Pasquale, Servillo Agostino, Borrelli Vincenzo, Paduano Maria, Somma Liberata.
Intanto molti dei feriti rientravano in casa per non essere arrestati.
L’ordine di sparare da parte della forza pubblica venne dato da Micci e dal comandante delle guardie municipali Francesco Coco che si trovava in abito civile.
Fu un comportamento vigliacco, poiché avvenne senza la procedura dell’intimazione degli squilli, e a nulla servirono le implorazioni e i pianti delle madri, delle spose e dei figli stretti attorno ai caduti.
Le forze dell’ordine stavano per compiere un’altra carneficina, che non avvenne solo per l’audace intervento di alcuni socialisti della Camera del Lavoro.
I poveri infelici erano inermi e in manica di camicia e non c’era stata da parte loro alcuna provocazione della pubblica autorità.
Mentre per tutta la sera continuavano gli arresti e nelle case ristagnava il lutto, i soldati sbevazzavano e si davano alla più sfrenata allegria, nell’osteria del ponte De Rosa.
Dalle inchieste e testimonianze prodotte successivamente, risulta che il vino che gli assassini bevvero a garganella la sera fatale del massacro davanti al sangue dei caduti, fu pagato dalla ditta Ferrone.
Mentre avvenivano questi tragici fatti, a Castellammare si svolgeva il Consiglio Comunale. Un consigliere chiese al Sindaco Alfonso Fusco di interrompere la seduta, ma il Sindaco ribatté: I fatti non sono ancora accertati.
E non ordinò neanche l’interruzione della manifestazione musicale che si svolgeva sulla cassa armonica.
Gli industriali di Torre Annunziata e i bancari asserivano che la causa dell’eccidio era da imputarsi alla Camera del Lavoro e alla sezione del Partito Socialista.
Intanto a Castellammare arrivarono Silvano Fasulo, il direttore del giornale socialista di Napoli “La Propaganda“ Nicola Barbato, e il deputato socialista Mario Todeschini, che svolse un’inchiesta per conto del giornale “ Avanti”.
Anche Rodolfo Rispoli, repubblicano, condusse un’inchiesta , perché venisse alla luce la verità.
Qualche giorno dopo venne mandato sul posto Oddino Morgari, che interrogò le persone per cercare di scoprire la verità, mascherata abilmente e con cinismo dalla stampa liberale per screditare le organizzazioni sindacali operaie.
Intanto Francesco Coco continuava a fare il gradasso per le strade di Torre, e i contadini che erano indiziati di rivolta furono incarcerati su ordine del procuratore.
Una delle donne ferite, Somma Liberata, che aveva una fasciatura alla gamba perché anch’ella era stata ferita, per non essere arrestata, dichiarò di essersi fatta male cadendo da una scala.
L’inchiesta mise in luce che furono sparati 300 colpi alle spalle dei contadini inermi, che fuggivano terrorizzati incalzati dalla forze dell’Ordine.
Gli animi erano esacerbati; le autorità si aspettavano uno sciopero generale per protesta da parte della popolazione e inviarono 500 uomini armati, scelti tra cavalleria, fanteria e carabinieri.
Ma i socialisti si batterono con tutte le forze per impedirlo, perché temevano ch si potesse verificare un altro bagno di sangue.
La stampa liberale, per desiderio delle autorità, cercò di addossare la responsabilità ai socialisti, che però, furono avvertiti solo quando l’eccidio era già stato consumato.
Da una notizia trapelata, si apprese che la camera del Lavoro sarebbe stata chiusa in via provvisoria e come misura preventiva.
Furono sequestrati gli scritti della Camera del Lavoro, i manifesti, i listini a lutto e il primo telegramma spedito al giornale Avanti”.
Gli onesti operai di Torre Annunziata, sempre dignitosi nelle loro manifestazioni e scioperi, erano dipinti come feroci aggressori, e la Camera del Lavoro,che aveva quasi risanato del tutto la città dalla cronica e inveterata piaga della delinquenza, venne additata come istigatrice alla sedizione.
Gli industriali cercarono di ricavare qualche vantaggio dal sangue innocente dei caduti, e accarezzavano il progetto di far sopprimere l’organizzazione operaia di Torre Annunziata e sbarazzarsi di quei giovani che lottavano contro le potenti organizzazioni bancarie e industriali della città.
Edoardo Scarfoglio era il portavoce della borghesia e preparava le sue liste di proscrizione: la Camera del Lavoro poteva essere distrutta.
In cima a questo diabolico disegno c’era la Banca delle varie Assicurazioni, che dominavano su tutta la vita economica del paese.
Ma i lavoratori di Torre Annunziata, nonostante la bufera che imperversava sulle loro case, non si arresero e continuarono nella lotta, sicuri della solidarietà di tutti i lavoratori italiani.
L’on. Mario Todeschini partì per Torre Annunziata dove si trattenne per due giorni, si schierò a fianco dei lavoratori e portò loro parole di solidarietà; condusse un’inchiesta rigorosa ed esaustiva sugli arbitri perpetrati contro i lavoratori, per incarico della Direzione del Partito Socialista e dell’Avanti “ ,. Anche Nicola Barbato si recò a Torre e tenne una conferenza agli operai; poi si portò in prefettura con i compagni Guarino, Longobardi e De Simone, e ottenne assicurazione che si sarebbe concesso ai contadini il tempo necessario per recarsi nei paesi vicini per acquistare il concime.

L’Inchiesta Todeschini
L’on. Mario Todeschini, incaricato dalla Direzione del Partito e dell’ ”Avanti”, raccolse, insieme al compagno Maldera C., numerose testimonianze sul luogo della strage ed a Castellammare.
L’amministrazione comunale di Torre Annunziata quindici anni prima di questi tragici eventi, aveva incaricato la ditta Ferrone dell’espurgo dei pozzi neri con sistema inodore.
Dopo l’approvazione del regolamento municipale e la concessione, ci furono violazioni, soprusi e truffe contro i proprietari e i coloni.
I concessionari vuotavano i pozzi neri, senza retribuire i proprietari, stipulavano contratti con i coloni, riscuotendo degli acconti, ma non consegnavano la merce nei tempi e nei termini fissati.
I proprietari iniziarono contro la ditta concessionaria e contro il comune agitazioni ininterrotte.
D’altra parte i coloni si trovavano in una situazione critica, perché dovevano soffocare nel loro animo il disagio che li rodeva.
In quindici anni il fiume del malcontento aveva rotto gli argini e stava per dilagare.
Con le nuove elezioni amministrative i proprietari, riuniti in Associazione, promisero il loro voto a quell’Amministrazione solo dietro promessa di revoca alla ditta Ferrone della concessione di appalto dell’espurgo dei pozzi neri.
Intanto il termine della concessione era terminata prima che la nuova Amministrazione si insediasse, e non fu rinnovata dal regio commissario cavaliere Iossa.
Al posto della ditta Ferrone fu incaricata la ditta Riccio Capone.
Ma quando salì al potere il partito della Boheme, l’Amministrazione Comunale favorì in tutti i modi la ditta Ferrone, che possedeva una vasca di 3000 metri cubi, e i cui soci erano dei cagnotti (tirapiedi) del partito, soppiantando la ditta Riccio e Capone, votando un regolamento peregrino, secondo cui chi intendeva esercitare l’industria dell’espurgo, doveva possedere una vasca della capacità di 3000 metri cubi.
Ai proprietari vennero riconosciuti i loro diritti,mentre ai coloni che si associavano in lega vennero rifiutate le loro richieste di ritornare al vecchio sistema dell’espurgo, perché considerato nemico della civiltà, del progresso e dell’igiene.
Intanto la ditta Capone, per paura delle rappresaglie comunali e impressionata dalla cifra enorme che avrebbe dovuto sostenere, venne a un accordo con la ditta Ferrone; così le due società si fusero in una sola.
I coloni ripresero la loro lotta invocando il ritorno all’antico sistema e si rivolsero di nuovo alla Camera del Lavoro, che non appoggiò le loro richieste.
Qualcuno si allontanò dalla lega e parlò di corruzione da parte dei capi della Camera del Lavoro.
Dopo sterili tentativi, i coloni decisero di esercitare per proprio conto l’espurgo, decidendo di comprare le macchine necessarie e costruire le vasche.
Ora bisognava raccogliere i fondi.
Però la Lega boicottò i prodotti di questa nuova associazione, ma solo per motivi di economia, perché i coloni, servendosi dei prodotti fecali dei Comuni di Portici, Resina, Torre del Greco, realizzavano un’economia di oltre il 50 per cento.
Il comportamento dei coloni, che si attenevano al regolamento comunale, significava la fine della Società Ferrone.
Allora l’Amministrazione Comunale presieduta dal sindaco Pelagio Rossi, intervenne con i favoritismi e la protezione verso la ditta Ferrone: il passaggio dei prodotti doveva avvenire alle cinque precise del pomeriggio.
Inoltre per esasperare i coloni aumentarono le contravvenzioni anche prima delle cinque.
I coloni raddoppiarono il lavoro per sfuggire all’ordinanza; ma l’orario venne ristretto dalle quattro e mezzo alle quattro.
I coloni resistevano.
Il sindaco decise allora di rendere impossibile l’acquisto delle materie fecali in altri Comuni, restringendolo a un orario impossibile; inoltre ordinò che i recipienti vuoti dovessero passare per il Comune dopo le undici di sera.
Era la fine per i coloni; i contadini erano assediati da una morsa di ferro dalle assurde prescrizioni sindacali da una parte e dall’altra dall’alterigia sprezzante dei bravi del Comune e dai soprusi derisori della ditta Ferrone.
Era un danno irreparabile per i loro campi, con la perdita completa dei loro prodotti, giunti ormai a maturazione; una perdita che faceva balenare alle loro menti lo spettro della fame e delle privazioni e li gettava nel baratro dell’angoscia più nera per l’impossibilità di poter pagare i loro debiti e assolvere le loro incombenze.
A questo punto intervenne l’ex galoppino Coco Francesco, un uomo impastato di vanità, boria e desiderio di potere.
Nel momento della strage Coco era vestito in borghese, senza alcun contrassegno che ne indicasse compiti e gradi.
Si pensava che prima di quei tragici eventi Coco si fosse recato a Bottaro a casa dello Stilo con altre guardie.
Due contadini si adoperavano a convincere lo Stilo a tornare indietro e a bere con loro un bicchiere di vino, quando Coco e le guardie minacciarono di arrestare quelli che ostacolavamo l’avanzata del carretto.
I contadini protestarono la loro innocenza ; alcuni misero avanti le loro mani e si offrirono a farsi arrestare.
Intanto le proteste e le voci concitate di alcuni contadini richiamarono altri curiosi e si formò un gruppo di circa 80 persone.
Il comandante Coco cercò inutilmente di disperdere la folla; allora lasciò sul luogo alcune guardie a presidiare la zona e si recò in carrozzella alla volte di Torre.
Lo Stilo se ne tornò a casa con mezze botti vuote, e le guardie rimaste si diressero con alcuni coloni alla casa di uno di loro, e le fecero ristorare e fraternizzarono con loro.
L’inchiesta Todeschini accertò che le notizie pubblicate ad arte sulla prima fase di quel tragico evento erano false: non ci fu la folla minacciosa e armata, non ci fu alcuna sassaiola diretta contro le forze dell’ordine , non si sa con certezza se ci fu la pietrata che avrebbe colpito il comandante Coco.
La stampa ufficiale diffuse false e tendenziose notizie per creare un alibi allo scatenarsi della violenza cieca e ingiustificata delle forze dell’ordine.
La verità sulla tragica carneficina è documentata anche dall’on. Rodolfo Rispoli, deputato di Castellammare di Stabia, che visitò i luoghi della strage e, fece una disamina attenta e critica sulle cause e sull’evoluzione dei sanguinari eventi.
Ma al disopra dei vergognosi tentativi di alterare la verità da parte delle autorità di Castellammare, Torre, Napoli, resta il tragico bilancio di vite falciate, di famiglie distrutte, del pianto di madri, di spose disperate, di orfani, e il cordoglio unanime di tutti coloro che hanno a cuore le sorti della giustizia, della verità e la dignità della vita umana.
Diamo ancora qualche informazione su questa indegna figura di tutore dell’ordine e comandante delle guardie municipali Francesco Coco, che aveva esercitato, prima di essere nominato comandante, il mestiere di galoppino elettorale e di michelazzo1, arrogante con persone deboli, ma pauroso coi forti.
Il suo intento era di colpire con ogni mezzo la Camera del Lavoro per cercare di farla sciogliere.
Già si era distinto nello sciopero di dicembre del 1902 e negli scioperi successivi dei quattromila lavoratori di Torre col suo atteggiamento odioso e provocatorio che ispirava sdegno e ripulsa.
I vari scioperi e agitazioni avevano messo in luce le giuste rivendicazioni dei lavoratori, che avevano sortito i loro fini e che quindi suonavano per lui come una sconfitta; e il boicottaggio dei contadini e dei coloni contro la ditta Ferrone gli parve l’occasione per prendersi una rivincita e sfogare i suoi istanti bestiali contro quelle persone notoriamente pacifiche e quindi, secondo lui, facilmente impressionabili.
Coco aveva saputo dalla Cancelleria penale della locale pretura, il cui cancelliere, certo Rossi, era cugino del sindaco Pelagio Rossi, che il contadino Gennaro Stilo aveva dei conti pendenti con la giustizia.
E il patto con lo Stilo e il suo tradimento avrebbero dovuto avere come contropartita e ricompensa , non solo il saldo della pena con la giustizia, ma anche la fruizione gratuita di circa cinquecento mezze botti di concime, se egli le avesse trasportate col suo carretto dalla vasca della ditta Ferrone nel suo podere in via Bottaro.
E poi c’era stato l’incontro dei contadini con lo Stilo, il suo pentimento e quindi il suo rifiuto al ricatto e la sua rinuncia alle proposte di impunità con la giustizia.
Tre testimoni sentirono Coco pronunziare queste parole:Ci vediamo fra poco, canaglia! Qui deve scorrere il sangue!
Coco si recò alla fattoria dello Stilo con la carrozzella n. 44.

Racconto della moglie dello Stile
Il giorno dopo la strage la vecchia moglie dello Stile interrogata, confermò che un signore alto e grosso si era recato a casa sua accompagnato da cinque agenti, cercando di persuadere il marito ad attaccare l’asino alla carretta per prelevare delle botti di sterco dalla vasca Ferrone in un luogo che poi gli sarebbe stato notificato.

Fattoria di Gennaro Stile

Fattoria di Gennaro Stile

Gennaro in un primo momento rifiutò decisamente, anche dietro promessa di lauto compenso e nonostante le minacce; cedette solo quando il comandante gli promise di tirarlo fuori da quel processo che pendeva su di lui e di farlo uscire libero e franco.
Il massacro
Prima della strage i contadini videro una nuvola di polvere in località detta Ramponte, poi videro due breaks e la carrozzella, da cui discesero dei carabinieri, guardie e “un uomo grosso”.
Alcuni contadini gettarono via il bastone e la zappa che avevano; qualcuno si avanzò per vedere meglio; ci fu chi si allontanò lungo l’argine o per la stradale verso Castellammare.
Davanti al comandante Coco c’era un elemento equivoco chiamato Vincenzo Precenzano.
Arrivato in mezzo al ponte, le forse dell’ordine si fermarono. Precenzano avanzò di due passi e chiese ai contadini riuniti: ” Siete della Camera del Lavoro? Anch’io sono della Camera del Lavoro!”
I contadini si stupirono. Qualcuno rispose: Ma che non lo siete!
Qualcuno disse: Passate se volete passare.
Qualche altro: Facciamo largo; non facciamo male noi; la strada è libera.
Tre contadini che avevano già passato il ponte furono fermati; li si voleva arrestare.
Essi incominciarono a protestare.
Le loro grida furono avvertite da altri contadini che si trovavano dall’altra parte del ponte che gridavano: Lasciate, lasciate! Voi venite ad arrestarci! Via, via!
Il nucleo delle forze dell’ordine si divise.
Il comandante avanzò un poco, si avvicinò la mano sinistra alla fronte; poi estratto il revolver sparò contro i contadini più vicini e gridò tre volte con voce delirante: Fuoco. Fuoco, fuoco.
I contadini si diedero subito alla fuga; ma alcuni furono raggiunti da una scarica di mitraglia, e il lamento straziante dei caduti si mescolava alle grida di terrore dei fuggitivi.
Ma le forze dell’ordine continuarono a sparare coi moschetti e coi revolver con una ridda infernale di colpi, con una determinazione fredda e inesorabile, con un sadismo esasperato.
La tragica carneficina continuò per circa otto minuti.
La Camera del Lavoro, riunita a Torre in data 3 settembre in assemblea generale, sconvolta per la strage brutale e intestina perpetrata a Ponte al Sarno dalle forze dell’ordine contro uomini inermi, vota all’unanimità l’ordine del giorno e invita il Governo a sciogliere il Consiglio Comunale di Torre, licenziare il corpo delle guardie municipali, pericolo permanente all’ordine e alla tranquillità pubblica,perseguire il Comandante con provvedimenti penali, destituire il sottoprefetto di Castellammare di Stabia, dimostratosi sempre un uomo inetto, indegno e incapace del ruolo che occupa.
Intanto la stampa, rimane indifferente di fronte al sangue innocente di contadini (considerati “ carname proletario “ ), versato “ dai fucili italici”.
Prima dell’istruttoria che si terrà a Torre, il governo, tramite la stampa faziosa legata a loro, comincia a far spargere voci false e tendenziose sulle provocazioni della polizia da parte dei contadini.
Il giudice nomina cancelliere il cugino del sindaco, perché tra di loro esiste un vincolo di amicizia basto sull’omertà e sulla cattiva coscienza.
E per l’istruttoria che si terrà tra poco si prepara l’escussione dei testi in un clima di intimidazione, di terrore, di minacce, di rappresaglie e di condanne da parte di coloro che sono preposti alle più alte cariche dello governo.
Ecco un commento del quotidiano “Avanti” in data 5 settembre 1903: Un senso di raccapriccio ci assale dinanzi alla descrizione orrenda dell’episodio cruento di Torre.
E’ la folla ebbrezza del sangue che gavazza e tripudia sulla carne ,senza prezzo,di lavoratori pacifici e inermi.
E’ la ridda sfrenata della violenza nello scoppio epilettico e del feroce spirito di caserma che celebra i suoi saturnali di sangue sotto la indulgente tutela dello stato italiano.
Singolare contrasto coi paesi più civili di Europa!
Ivi nella sua via di lotta, la classe lavoratrice, per l’ordinato e avanzato spirito pubblico e per lo sviluppato senso di rispetto alle pubbliche libertà, non incontra il piombo del carabiniere,che in Italia oramai va sostituendo il pane nel pascolo quotidiano delle plebi lavoratrici.
Un popolo che tace, dinanzi a questo scempio, è un popolo che affoga nell’ignavia.
Il popolo italiano non ha saputo imporre la sua volontà nel colpire i responsabili, nel fare espiare amaramente ai governi i salvataggi compiuti.
Si è ucciso proditoriamente…Si è inseguita la folla per maciullarla. Si è crivellato il cranio di un contadino rimasto appiattito dietro un ponte.
Un altro contadino mentre cercava scampo in un fosso, è stato raggiunto da una palla e il suo cadavere è rimasto penzolante sugli sterpi.
E’ l’orgia del sangue che invade quella massa brutale di demoni in giberna aizzata forse dal miraggio d’una medaglia al valore: come per Centanni!”
Il silenzio della stampa, su ordini superiore, ha steso un velo codardo di omertà sulla strage; solo qualche giornale socialista ne ha fatto una spietata denuncia e ha bollato come fratricidio l’eccidio, che ha riportato la nostra nazione di molti secoli.-
L’inchiesta Todeschini ci dà altri particolari raccapriccianti: i biechi assassini armati di rivoltelle arrivano quasi alla testata del ponte che è di fronte all’osteria. E’ qui che la carneficina è più intensa.
I carabinieri sparano dalla metà del ponte, appoggiandosi al parapetto contro coloro che fuggono per l’argine.
Molti cercano riparo nei rifugi più vicini, molti si rifugiano nell’osteria; i moschetti ne crivellano di colpi la porta.
Invano una signora, dall’alto della finestra del secondo piano della casa Riccardi, con impeto mirabile di eroica femminilità, impone gridando: basta! Basta!…
Una scarica di mitraglia, che per ventura batte sotto il davanzale, la ammonisce che anche là in alto può giungere il piombo assassino.
Il giovane contadino Michele Scerpa, nella fuga, cerca di scavalcare un muricciolo, è quasi salvo, ma una palla di moschetto gli squarcia il ventre e il corpo oscilla sul muro, penzoloni, e l’infelice spira invocando la mamma e arrossa col suo sangue la polvere della strada.
Gennaro Angellotti di Michele di 26 anni è salvo al di là del muro, ma si sporge incautamente e cade nel solco con la fronte e la testa sfracellati.
Michele Cirillo di anni 35, abitante in una casa colonica, sente ordini di sparare, assiste ai primi colpi di armi da fuoco, poi si butta giù sul granaio e poi carponi avanza verso il ciglio, si alza in piedi e vede un carabiniere che in ginocchio punta e spara contro i contadini.
Caiazzo Catello di anni 16 racconta che dopo la strage si avvia con il compagno Marino Guastafierro di anni 17 e altri ancora davanti all’osteria.
Alle 3 del pomeriggio vengono sul ponte i carabinieri e le guardie; davanti a loro ci sono due vestiti in borghese, uno lo riconosce; è alto e grosso: è il comandante delle guardie; l’altro è forse uno della Camera del Lavoro.
Nella grandinata di fuoco, Marino è caduto davanti a lui, sanguinante, gridando oh dio!
Catello riesce a mettersi in salvo; poi saprà che Marino è morto nell’ospedale di Napoli.
In disparte c’è un vecchio piangente che assiste alle interviste dei contadini: è Salvatore Cirillo padre di Michelino, assassinato barbaramente da quei mostri assetati di sangue; ha una spalla maciullata dalla mitraglia; invano aveva cercato pietà dai suoi aguzzini; un colpo di rivoltella ne colpì le labbra, ne forò la lingua e ne arrestò per sempre le parole e la vita.
Un ‘altra mamma trepida per la sorte e la vita del suo Gennariello (Izzo Gennarino); ella stessa l’ha portato all’ospedale di Napoli, ferito con due colpi di mitraglia alla gamba.
Non gliel’hanno fatto vedere il suo bambino, che non ha ancora compiuto i 15 anni, perché è considerato in stato d’arresto.
I feroci esecutori della strage si dispongono a tornare a Torre; i comandanti sono raggianti e fieri del massacro.
Qualcuno con cinismo ributtante esclama: “N’avimmo fatte ‘na bona salata”.
Prima delle 16 del pomeriggio il delegato di pubblica sicurezza Lupari, informato del tragico evento, si porta sul luogo dell’eccidio insieme a un plotone di fanteria.
Gli assassini sono euforici e in preda alla più sfrenata allegria.
Vi si recano pure Maldera, Andrea il segretario del Popolo, lo studente Giuseppe De Simone.
Alcuni monelli avanzano velocemente spinti dalla curiosità e vogliono conoscere da vicino gli eroi della giornata campale.
Il delegato Lupari impallidisce, ordina che si chiami la fanteria che stazionava più indietro; e quando essa giunge, egli insieme al comandante Coco, ordina di sparare.
Ma il tenente comandante del plotone si rifiuta:Non vedete che non c’è nessuno? Noi non siamo già ubriachi come le siete voi!
Il segretario Maldera va avanti e intima a Lupari di far abbassare i fucili; poi, su ordine di Lupari, avanza seguito dagli altri due compagni, fino alla scena del massacro. La polvere è arrossata del sangue dei caduti.
Un contadino non è ancora morto, ha il petto squarciato; gli occhi fuori delle orbite sono percorsi dall’anelito di parlare; ma la morte ne tronca le ultime reliquie di vita.
Così termina l’inchiesta Todeschini.
Il deputato Enrico Ferri nel deplorare gli assassini e i ferimenti di tanti innocenti, si sente disgustato soprattutto dall’episodio di Michelino Cirillo, un fiore che sta per sbocciare alla vita, la cui giovinezza e dignità viene calpestata oscenamente, mentre ferito e caduto egli chiede invano pietà per la sua vita.
Ferri è disgustato per l’impunità offerta agli assassini sistematici, a coloro che hanno degradato il valore della vita umana considerata al di sotto del livello bestiale.
Eppure in mezzo a tanto squallore morale e alla caduta a picco della pietà e della coscienza nei baratri profondi del male, si vede rifulgere in mezzo al caos una stella che illumina il buio profondo in cui è sprofondata la ragione: è il gesto del tenente di fanteria , che in nome dell’umanità, ha saputo impedire con il suo rifiuto, il secondo ingiustificato eccidio..
Scrive “La Propaganda“ di Napoli di domenica 8 SETTEMBRE 1903 COL TITOLO “Dopo la strage“
La strage orrenda è oramai cosa compiuta.. Non restano che le macchie di sangue sui muriccioli della campagna di Torre; i segni dei colpi di moschetto ad altezza d’uomo, sulle case e sulle porte; e qualche pugno di mosche, che si addensa, dove i resti di un cervello umano sono stati abbandonati nella via.
Il dolore, lo sdegno dei lavoratori da molte parti d’Italia, la calma e la legalità dei contadini, sono sfociati in una voce concorde e univoca di condanna; ma qualche voce isolata e coraggiosa ha tuonato, ha predicato che la calma e la legalità devono essere bandite, perché tali atteggiamenti non sono riusciti a garantire il rispetto della vita, che è un diritto inviolabile; perciò urgono altri metodi di lotta, e una prova di forza che dimostri la volontà decisa inviolabile e sovrana del popolo dei lavoratori italiani contro la classe dirigente che assiste con indifferenza alle stragi dei suoi figli, cadere sulle strade, vittime della ferocia degli agenti del governo, protetti e istigati dai loro dirigenti.
Quanti sono i morti e i feriti della strage proletaria?
Oltre ai cinque o sei morti che abbiamo citato, diamo qui l’elenco di alcuni feriti:
Izzo Gennaro di Domenico, di anni 17.
Sansone Pasquale fu Aniello, di anni 21
Paduano Ciro fu Carmine , di anni 50, coniugato con tre figli
Amitrano Giuseppe di Aniello, di anni 35, coniugato con 4 figli
Somma Vincenzo di Francesco,di anni 40, ammogliato con un figlio
Cirillo Giovanni di Nunziato, di anni 29, ammogliato con 2 figli
Matrone Giuseppe di Raffaele, di anni 37, coniugato senza prole
Borrelli Vincenzo di Luigi, di anni 28
Servillo Agostino fu Luigi, di anni 60, coniugato senza prole
Esposito Gaetano fu Rocco, di anni 68, coniugato con 2 figli
Cascone Tomaso fu Bartolomeo, di anni 53, coniugato con 3 figli
Apuzzo Vincenzo fu Angelo, di anni 60, ammogliato con 3 figli
Quadraruolo Francesco fu Antonio, di anni 33, coniugato con 4 figli
Paduano Maria fu Aniello, di anni 55, maritata con 4 figli
Somma Liberata fu Gaetano, di anni 49
Angellotti Teresa fu Francesco, di anni 32, cugina al morto Gennaro Angellotti.
Capuano Teresa fu Giovanni, di anni 31, incinta.
A questa lista bisognerebbe aggiungere quelli di circa altre 30 persone, ferite più o meno gravemente, che preferiscono rimanere anonime e che si sono curate in casa, pur sapendo di andare incontro al pericolo di gravi complicazioni,per paura di esser arrestate, paura concreta, perché gli arresti continuano ancora.
A uno di questi feriti è stato estratta una palla conficcata nel braccio, da sua moglie, che si è servita per questa cruenta operazione, di un rasoio.
Nel fatidico pomeriggio del 31 agosto furono arrestati i contadini Coppola Gaetano fu Gabriele, Dentice Pasquale di Pietro, Somma Salvatore fu Francesco Paolo.
Anche i feriti trasportati su carretti insanguinati agli ospedali di Napoli, appena giunti a destinazione , erano considerati in stato d’arresto e piantonati senza alcun riguardo né per il loro stato, né per il dolore dei familiari.
Due di tali feriti morirono dopo il trasporto all’ospedale.
Due dei feriti ricoverati all’ospedale sono guariti dopo pochi giorni; essi sperano di rivedere le care mura della loro casa e i volti dei parenti e degli amici; invece li attendono le mura della prigione.
Tra gli episodi raccolti dall’on. Todeschini ce n’è uno ancora inedito: un vecchio nascosto dietro un muricciolo sente queste parole:
“Non sei ancora morto, carogna? Mo ti finisco”.
Il vecchio alzò la testa e riconobbe il Coco insieme ad altri due sgherri´ con la rivoltella puntata contro un caduto.
Poi l’uomo riabbassò il capo e sentì echeggiare due o tre colpi.
I fautori di tanta strage, Coco e Micci, si arrogano ciascuno il merito di aver dato il la all’inizio dell’eccidio con i loro rispettivi bravi.
L’opinione pubblica italiana non rimane inerte di fronte a questa vergognosa pagina di storia e risponde con sdegno e disprezzo contro la masnada assassina, con lettere, cartoline e telegrammi.
Intanto l’on. Enrico Ferri invia dall’Aquila al liberale Zanardelli un’interrogazione sulla strage di Torre, chiedendo lumi se il governo voglia intervenire in merito, anche in previsione di istruttorie varate da magistrati compiacenti.
Gli avvocati delle parti civili presentano al Giudice istruttore l’elenco dei testimoni a carico degli assassini del Ponte de Rosa e un altro elenco di testimoni a favore dei contadini arrestati.
Quei testimoni denunceranno con determinazione incontrovertibile la sequenza dei fatti e le colpe dei fautori del vile eccidio.
Circola anche voce che qualcuno dei responsabili della strage prepari il terreno, la valigia e il passaporto per scomparire, se sarà riconosciuto colpevole dal Tribunale.
L’istruttoria si apre in un clima di intimidazione e di terrore:i testimoni passano tra file di carabinieri, di cavalleggeri, timorosi che, dopo essere entrati da testimoni nella stanza del giudice istruttore, ne possano uscire da imputati.
Citiamo uno dei casi tipici di questo angoscioso dilemma: la moglie di Martino Guastapierro, caduto sotto il piombo assassino, è ferita leggermente alla gamba destra.
Prima di entrare in sala si lascia intimorire dai carabinieri che parlano delle numerose retate che hanno fatto; ed ella per paura dei suoi 2 figli, rispettivamente di 7 e 3 anni, si confonde e dichiara che si è ferita da sé cadendo .
Se la presenza dei carabinieri non basta ad intimorire i testimoni e questi pretendono il rispetto della verità, si cerca di imbrogliare le carte o li si licenziano prima che abbiano ultimato le loro deposizioni.
Nel caso di Vincenzo Trevisan ( il marito della coraggiosa signora che gridò “ basta “ dalla finestra e contro la quale si sparò un colpo fortunatamente andato a vuoto), si voleva cancellare un brano della sua testimonianza; egli, insospettito, verificò con la coda dell’occhio che il cancelliere avesse trascritto completamente la sua deposizione.
Il sospetto che molte deposizioni siano state falsate è fondato; vi contribuì anche il fatto che il cancelliere era quel Rossi, amico famigerato del sindaco, e l’istruttore, il signor Lustig, già pretore a Torre Annunziata, legato a doppio filo ai responsabili dell’eccidio.
Il perito che indagò sul numero dei proiettili che colpirono la casa Riccardi rilevò che sulle due facciate c’erano solo 12 tracce di proiettili, mentre furono sparati circa 200 colpi.
Queste e altre menzogne dimostrano che gli assassini godono l’impunità, coperti dal governo che cercò di impedire lo svolgersi dei comizi di proteste, e inviò più di 500 soldati e sbirri,invece di allontanare dal luogo dell’eccidio il responsabile della strage , che passeggiava con aria provocatoria insieme ai suoi uomini, dileggiando il sangue versato.
Il giornale “Avanti” promosse una pubblica sottoscrizione in favore delle famiglie delle vittime cadute sotto il piombo omicida e dei feriti che sono circa 50 e “ che saranno costretti per dei mesi a meditare sulla liberalità governativa che risponde alla richiesta del pane con il regalo del …piombo”.
Intanto dopo l’eccidio, gli industriali di Torre si stupiscono che il Governo non si sia rifiutato di sciogliere la Camera del Lavoro e che l’organizzazione operaia sia ancora viva .
Industriali e commercianti si sono uniti ai colleghi di Napoli e hanno coperto di menzogne gli operai,causa della rovina dell’industria e le loro richieste sono state appoggiate anche dal deputato Arlott.
E già si pensa di premiare con la medaglia i fautori della strage e di arrestare coloro che ne sono sfuggiti, adducendo che i contadini erano armati di falce e di roncole, e che i berretti militari sono stati fatti segno dei loro colpi .
Ma gli operai italiani sono decisi a non cedere e a inscenare una agitazione forte e ininterrotta in varie città dì’Italia fino a che non siano stati puniti i fautori della strage e i complici; e le famiglie delle vittime si costituiscono parte civile contro il feroce maresciallo Coco.
Contemporaneamente si cerca con ogni mezzo di salvare i responsabili dell’eccidio vergognoso da parte del Governo con l’ostacolare l’iter della giustizia e della verità.
I principali responsabili passeggiano a piede libero e tentano con spavalderia e arroganza di corrompere e intimidire i testimoni.
Ad esempio il giudice è venuto a conoscenza che il cocchiere Andrea Dati che trasporta il comandante Coco alla masseria di Stilo,è stato avvicinato dal brigadiere delle G.M. Francese,con l’ordine di sorvolare su alcune circostanze nella deposizione,pena la perdita della concessione del trasporto detenuti.
I comizi tenuti in varie parti di Italia hanno ottenuto grande adesione di associazioni con bandiere e stendardi abbrunati; in essi si è stigmatizzato il ripetersi degli eccidi,conseguenza delle onorificenze date dal governo,invitando il Ministero a punire gli autori della strage.
Mentre un’ ondata di sdegno pervade la Penisola,il comandante Coco continua a passeggiare per le vie di Torre con cinica spavalderia,sicuro della quiescenza supina dell’Amministrazione comunale.
In data 11 settembre Coco si veste con una divisa fiammante e aggiunge un altro filetto al berretto.
L’anima dei cittadini è inasprita e si prepara ad uno sciopero generale:ma sembra che le autorità sospettino proprio ciò.
Una commissione della Camera informa di tale tracotanza il sottoprefetto di Castellammare e sta per recarsi da lui per discutere;ma viene avvertita che il sottoprefetto si è assentato per motivi di ordine pubblico.
Il comandante Coco, dopo tali avvenimenti, redige il verbale collettivo dell’ agghiacciante strage,inficiandolo di bugie e oltraggiando la verità ; egli vuole costringere la guardia Francesco Ioele a firmare anch’egli il verbale; ma Ioele si rifiuta per due volte di firmare un verbale intessuto di dichiarazioni mendaci; e alla fine grida per l’atteggiamento minaccioso di Coco.
Il comandante lo afferra, lo sbatte a terra e lo colpisce calci e schiaffi con l’aiuto della guardia Canera e del brigadiere Francese.
Le grida del malcapitato giungono fino alla ferrovia dove ha sede l’ufficio delle guardie municipali; accorre una folla di più di 500 persone che si ingrossa fino a 1000; i dimostranti chiedono giustizia contro il comandante, coprendolo di epiteti ingiuriosi.
Interviene di nuovo la forza pubblica per ristabilire l’ordine e solo i rappresentanti della Camera del Lavoro impediscono nuovi arresti e stragi.
La Camera del Lavoro telegrafa al sottosegretario Ronchetti chiedendo adeguati provvedimenti contro il comandante.
Ma il telegramma viene sequestrato.
Davanti a queste proteste eclatanti il Sindaco fa conoscere al popolo che ha esautorato dalle sue funzioni e dalla paga , Coco e anche Francese, che con minacce induceva i testi a deporre il falso, e un altro graduato; ha poi istituito una Commissione per accertare le responsabilità dei fautori dell’eccidio( di cui anch’egli era stato complice).
Non c’è da meravigliarsi di questo atteggiamento del primo cittadino; il lupo si è solo travestito da agnello per causa di forza maggiore, non tanto per le proteste firmate da tanti cittadini, ma soprattutto perché avrebbe dovuto ugualmente prendere in seguito tali deliberazioni in seguito a ordini superiori.
Intanto i parenti dei caduti si costituiscono parte civile contro Micci e Coco e viene presentato contro di loro querela per la strage di particolare ferocia.
Viene anche indetto un pubblico comizio che si terrà nel prato dell’Istituto Tecnico e partirà dal Viale della Stazione, con 800 uomini dell’esercito per sedare eventuali reazioni dei complici dei due citati assassini.
Ci sarà anche l’on. Ferri e il sottosegretario del partito repubblicano, il pubblicista Serpieri.
“ I giornalisti e i turisti che giungono a Torre avvertono un senso di dolore e di lutto che è inciso sul volto di tutti; si scoprono altri dettagli, conseguenze del tragico evento del 31 agosto.
In molte case aleggia lo spettro della disperazione, vi sono nascosti e curati molti feriti, alcuni in gravi condizioni.
Una casa che si trova vicino al ponte rivela le tracce di molti colpi che poi saranno cancellate dalla pioggia; si trovano tracce di sangue anche su alcuni alberi distanti alcuni metri dalla casa.
Dalle analisi delle tracce sul terreno i periti sono giunti alla conclusione che alcuni feriti sono stati anche finiti con i cosiddetti “ colpi di grazia”.
A qualche metro dal ponte c’è la scritta “ Villa Rossi “ e un cancello che purtroppo al momento dell’eccidio era chiuso.
Peccato! Lì i contadini avrebbero potuto mettersi in salvo se l’avessero trovato aperto e “ i monturati ubbriachi di vino e di sangue scrive Cleobulo Rossi segretario della Federazione italiana dei metallurgici si sarebbero trovati molto male nell’esercizio delle loro vilissime funzioni”.
Nel grande comizio di Ravenna cui ha partecipato il proletariato romagnolo con una manifestazione composta e responsabile, l’on. Ferri ha rilevato che gli eccidi proletari sono più rari al Nord e più frequenti al Sud, per le disagiate condizioni della media borghesia, per lo stato di schiavitù e miseria degli operai, per il permanere del dispotismo feudale.
Il 17 settembre sono usciti dall’Ospedale dei Pellegrini completamente guariti Angelo oscano e Gennaro Izzo, feriti a Torre.
Essi sono stati accompagnati in questura perché in stato d’arresto.
Le famiglie che aspettavano di rivederli nello loro case, li possono salutare solo dal parlatorio del carcere.
Il 31 agosto un carretto s’era affacciato sul Ponte Nuovo per passare, condotto dal crumiro Gennaro Stilo.
Dal ponte sbucano a passo accelerato tre o quattro monelli, attirati dalla curiosità.
Gli agenti stanno per sparare; Maldera ordina al delegato di abbassare i fucili perché non c’era nessuno e di andare a vedere.
E allora vada lei risponde il delegato a Maldera.
Maldera trova dall’altra parte del ponte dei poveri contadini che piangono su dei cadaveri.
Un sentimento di pietà gli sconvolge le viscere e non riesce a liberarsi di quella dolente e straziante immagine del vecchio contadino che sul Ponte Nuovo, carponi nella polvere, piange nel luogo dove hanno ucciso suo figlio!
Oh quella testa grigia che ciondola sconsolatamente!
Verso le tre pomeridiane i contadini che stazionavano davanti all’osteria scorgono un polverone; poi vedono smontare dalle carrozzelle circa 30 uomini che ordinatisi in colonna per quattro si dispongono a traversare il ponte.
Una donna che si trovava dietro gli agenti sente una guardia chiedere al Coco:
-Commandà, putimme sparà?
-Ora vediamo- risponde l’interpellato.

Conclusione:
Ogni uomo che viene alla luce e si affaccia sulla terra scrive la pagina del suo destino nel grande libro della vita, una vita dal percorso spesso accidentato e tortuoso, ma che può arricchire della sua umanità e della sua luce i fratelli di avventura,impastati della stessa fatica di vivere.
Humani nihil a me alienum puto.
L’uomo, questo prodigio creato per dominare il mondo, ha la fragilità di una canna e il breve respiro della brezza, ma possiede anche la forza e le risorse della ragione, la capacità di amare e di rendere il mondo più vivibile.
E’ un essere libero, capace di dominare o di divenire schiavo degli istinti o cedere alle ispirazioni malvagie della coscienza con atteggiamenti disumani e feroci.
Quando il cuore è alla deriva e prevalgono gli istinti di distruzione e di morte, possiamo sempre fare appello a questo potere inalienabile, di schierarci a favore del bene o di scegliere le vie insidiose del male.
A volte anche il caos può generare una stella scriveva Nietsche.
E nel marasma delle coscienze e nella deriva del cuore si può accendere quella fiammella di pietà che ci rende uomini.
E’ la fiammella che intenerì il cuore di alcuni gerarchi nazisti che si rifiutarono di uccidere i loro simili.
E’ la fiammella che accese il cuore del tenente di fanteria che nella strage di Torre si rifiutò di ordinare il secondo eccidio contro una umanità inerme e sofferente.
Non si può pensare che nella strage di Ponte sul Sarno, una folla inerme di circa duecento persone fra cui vecchi, bambini e donne, avesse deciso di resistere a 30 militi armati di rivoltella e fucili.
Essi avevano pensato che le forze dell’ordine si recassero a casa dello Stilo per prelevarvi la carretta e le botti, che la folla osasse una seconda volta di far tornare indietro lo Stilo, il bue, l’asino e il cavallo.
Perciò i contadini non si erano dati alla fuga, ma si erano divisi in due gruppi per far passare i militari.
Un uomo d’ordine asserì che ci fu provocazione della folla
Ci fu quel sasso lanciato da un piccolo Balilla.
Ma il lancio di un sasso contro un agente dell’ordine può ritenersi valido motivo per far esplodere il massacro spaventoso?
L’entità di tale reato ci sembra assolutamente sproporzionato all’erogazione della pena capitale non solo verso il colpevole, ma su una folla inerme e innocente che in fondo chiedeva solo di sopravvivere.

  1. michelazzo, arte del vagabondo e fannullone che vive di espedienti, che mangia e beve senza lavorare

1 pensiero su “La strage proletaria di Ponte Persica

  1. Corrado di Martino

    Un articolo ben fatto, toccante che rende un’immagine ampia e ben definita degli atteggimenti camorristici nel primo ‘900 nelle terre contadine di Schito

    Rispondi

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