La riscoperta delle Ville di Stabia

Storia e Ricerche

La riscoperta delle Ville di Stabia

a cura di Giuseppe Zingone

La riscoperta delle Ville di Stabia

Il prof. D’Orsi mostra un frammento di pittura sulla parete del grandioso peristilio di una villa da lui scoperta.

Correva l’anno 1950.1 Mentre l’Italia si rimetteva in piedi dopo le ferite della guerra, a Castellammare di Stabia un uomo, il preside Libero D’Orsi, iniziava un’impresa che avrebbe cambiato per sempre la fisionomia archeologica del nostro territorio.

Oggi vogliamo proporvi una preziosa testimonianza dell’epoca: una pagina de L’Osservatore della Domenica2 datata 16 dicembre 1956, che titolava a tutta pagina: “La riscoperta delle Ville di Stabia” di Pio CIPROTTI.

Un tesoro sotto la cenere

Le immagini che corredano l’articolo dell’epoca sono evocative. Spicca il volto magnetico e terribile di una Medusa, un dettaglio dei raffinati affreschi stabiesi che nulla avevano da invidiare a quelli della vicina Pompei.

Ma la vera notizia non era solo il ritrovamento di un reperto, bensì la sistematica volontà di riportare alla luce interi complessi residenziali. Come leggiamo nelle cronache di quei giorni, gli scavi borbonici del Settecento avevano esplorato e poi ricoperto tutto; D’Orsi, invece, voleva che Stabiae tornasse a respirare, che le sue mura dipinte e i suoi colonnati affacciati sul mare fossero patrimonio di tutti.

L’Articolo

“Nella Campania vi fu la città di Stabia fino al 30 aprile dell’anno 89 a. C., giorno in cui Silla la distrusse; e ora si è trasformata in ville”. Questa specie di epitaffio di Stabia è stato scritto da Plinio il Vecchio, che pochi anni dopo doveva morire proprio in una delle ville da lui menzionate.

Sperando di esser meno sfortunato di Plinio, sono andato anch’io a Stabia, a trovare il prof. Libero D’Orsi, preside della scuola media (ha rinunciato alle promozioni, per non abbandonare la sua città natale).

Anche al tempo di Plinio veramente un altro Libero era stato «preside» (in senso latino) in quei luoghi; ma era un Libero favoloso — più noto con il nome di Bacco — che, con Venere ed Ercole, costituiva la triade protettrice della regione. Ma se quell’antico Libero non aveva saputo ben proteggere la città e tutta la regione, sapevo che il suo omonimo moderno ne aveva riabilitato il nome, essendo riuscito a far rivivere, se non gli abitanti massacrati dal feroce dittatore, qualcuna delle ville che il Vesuvio aveva sepolto nell’anno 79 d.C.

E non ci volle molto perché egli capisse che io desideravo vedere queste ville e le pitture in esse trovate.

Il secondo desiderio è subito in parte appagato dal Preside, col mostrarmi numerosi frammenti di intonaco dipinto, gelosamente custoditi nel suo ufficio, in attesa di venire accolti nel nuovo Museo Stabiano: sono in gran parte pitture in cui, a differenza di molte altre della stessa epoca, il pittore ha voluto e saputo esprimere l’anima, non solo il corpo, dei personaggi; e l’ha espressa spesso magistralmente con rapidi tocchi di pennello.

Per spiegare tale diversità rispetto alla vicina (nel tempo e nello spazio) pittura di Ercolano e di Pompei, si è supposto — molto verosimilmente — che a Stabia abbia lavorato un artista di prim’ordine con una schiera di discepoli.

Ma la macchina è pronta e il professor D’Orsi mi invita a salire sulla collina di Varano, dove si trovano due delle ville panoramiche da lui scoperte. In automobile tiro fuori un foglietto che avevo con me, dove era riportata la seguente frase di Amedeo Maiuri: «Il Preside D’Orsi del locale ginnasio, intitolato doverosamente a Plinio Seniore, ha incominciato santamente dalla “Grotta di San Biagio” come un devoto anacoreta, con la pia intenzione di ritrovare il piano esterno della cripta e incontrando in quella sua ricerca qualche umile tomba dell’antico cimitero cristiano; poi, raspando raspando, di cespuglio in cespuglio, è risalito di costa in costa fino al ciglio del poggio ove, in mezzo a un bel campo di piselli e di fave, fra le prime gemme delle viti, s’è incontrato nella sala di quel triclinio con Ganimede investito da Giove del ministero di coppiere: e da quel momento non è più disceso nella cripta dei santi; è rimasto lassù a sorvegliare il lavoro della riscoperta di Stabia».3

Gliela leggo, e mentre mi felicito con lui per così autorevole riconoscimento, entriamo nella prima villa, il cui scavo era stato già iniziato durante il regno Borbonico (dal 1749 al 1782), ma poi era stato ricoperto, senza che ne risultasse più neanche il sito preciso.

E comincia la visita di questa e delle altre ville: stanze con pareti sontuosamente ed elegantemente dipinte, pavimenti a mosaico, grandiosi cortili o giardini porticati, finestre e balconi e logge prospettanti su uno dei più bei panorami del mondo, costruzioni di notevole ardimento tecnico ed artistico; e, accanto a questi grandi monumenti, quelli piccoli, ma non meno grandi, degli scarabocchi che i bambini di venti secoli fa avevano lasciato sui muri. Il tempo stringe perché il sole cala inesorabilmente: facciamo appena in tempo a dare un rapido sguardo ad alcune colonne tortili che circondano un peristilio, e al laboratorio di restauri dove alcuni abilissimi operai delle maestranze specializzate di Pompei attendono pazientemente a ricomporre i dipinti frantumati dal seppellimento e dal tempo.

Sulla via del ritorno, mentre il prof. D’Orsi mi narra la storia recente di questi scavi, il mio pensiero torna sempre, con un certo terrore, ad un muro di sostegno che, quando lo avevo visto in fotografia, avevo creduto moderno, mentre sul posto avevo visto che era antico: avrei potuto esaminarlo un po’ più a lungo, ma mi era sembrato che la cengia su cui eravamo discesi per osservarlo dovesse franare da un momento all’altro, e perciò avevo cercato di fermarmi il meno possibile, mettendo come scusa il mio desiderio di vedere anche tutto il resto. Non avevo osato manifestare la mia paura ad uno che mi aveva parlato dei pericoli di crolli e di frane da lui spesso affrontati in questi scavi e della visita — per tre giorni di seguito — fatta, anche nei punti più impervi, dall’ex-regina Maria di Romania e dalla regina Anna di Borbone Parma.

L’aspetto organizzativo degli scavi generalmente interessa poco i profani: ma, trattandosi di scavi non ancora aperti al pubblico (speriamo però che presto lo siano), non posso far a meno dal chiedere al D’Orsi qualche cosa su questo punto. Mi risponde che, appena le sue ricerche iniziate con l’aiuto di un bidello di scuola, dettero qualche risultato, egli ne avvertì subito la Soprintendenza alle Antichità della Campania, che fu larga di consigli e mandò prontamente archeologi, tecnici e operai specializzati, per tutto l’aiuto che potesse occorrere; attualmente lo sterro è eseguito da cantieri-scuola della Soprintendenza, e il restauro da operai che Amedeo Maiuri ha voluto appositamente distaccare dagli Scavi di Pompei, mentre un cantiere per lavori stradali è fornito dal Comune.

Inoltre finanziamenti si sono avuti dalla amministrazione comunale di Castellammare, e poi anche, in misura cospicua, dal Ministero della Pubblica Istruzione e dalla Cassa per il Mezzogiorno; mentre ogni tanto c’è qualche benefattore che fornisce materiale occorrente per lo scavo, per la manutenzione, e per il restauro. Un «Comitato per gli Scavi di Stabia», di cui fanno parte distinti cittadini (per nascita o per adozione) di Castellammare, si riunisce ogni venerdì per esaminare tutto quanto occorre fare e chiedere per gli scavi, ed assistere così con il suo autorevole consiglio il Preside D’Orsi e gli altri che si occupano degli scavi.

Dato l’attuale stadio degli scavi, non è ancora tempo che se ne pubblichi una relazione completa: il D’Orsi perciò mi dice che spera di poterla fare quando sarà giunto il momento. Intanto egli non manca di far conoscere di quando in quando le più appetitose novità; e, nel dirmi ciò, mi fa omaggio di tre sue recenti pubblicazioni, interessantissimi documentari riccamente illustrati sulla storia di questi scavi e sui risultati di essi (soprattutto sulle pitture): sono scritti con la stessa fervida passione con cui egli, dopo avere a lungo studiato il dolce stil nuovo e Ludovico Ariosto, ha coraggiosamente iniziato e continuato, nonostante ogni qualsiasi ostacolo, la grande impresa archeologica.

Mi aggiunge che è in preparazione, da parte della prof. Olga Elia, un completo studio sulla pittura stabiana, studio che è ormai divenuto indispensabile, a causa delle insospettate novità che le scoperte di questi ultimi anni a Stabia hanno portato nelle nostre conoscenze della pittura antica. E mi segnala gli ormai numerosi articoli di Amedeo Maiuri, che illustrano questi recenti scavi o ne studiano qualche trovamento.

Ci salutiamo, e io mi avvio per ripartire, quando sento dire che tra pochi minuti si riunirà in seduta pubblica il Consiglio Municipale di Castellammare. Ho un fortissimo desiderio di assistere a tale seduta, per poter ricostruire come si svolgessero le sedute dell’ordo decurionum venti secoli fa; ma mi viene anche in mente che da allora ad oggi molte cose sono cambiate: basti pensare che un certo Marco Mario, amico di Cicerone, avendo una villa a Stabia, non aveva bisogno di venire a Roma per assistere a spettacoli teatrali, poiché gli bastava assistere alle adunanze dei decurioni. Salgo quindi sul primo treno, senza fermarmi a fare confronti.4 PIO CIPROTTI

La riscoperta delle Ville di Stabia

L’Osservatore della Domenica

La riscoperta delle Ville di Stabia

L’Osservatore della Domenica 2

Articolo del 17 aprile 2024


Note:

1. I primi scavi a Stabia (antica Stabiae) iniziarono il 7 giugno 1749 per volere di Carlo III di Borbone.

2. L’Osservatore della Domenica è stato una storica pubblicazione periodica della Città del Vaticano, nata come supplemento settimanale del più celebre quotidiano L’Osservatore Romano. Fondato nel 1934 (inizialmente con il nome L’Osservatore Romano della Domenica), il settimanale si distingueva dal quotidiano ufficiale per un taglio più divulgativo, illustrato e vicino alla famiglia. Mentre il quotidiano era (ed è) l’organo formale di informazione della Santa Sede, la “Domenica” aveva il compito di dialogare con i fedeli su temi di attualità, cultura, arte e vita sociale.

3. Amedeo Maiuri (1886–1963), figura monumentale dell’archeologia italiana e legame fondamentale per la storia di Stabia: Nato a Veroli (Frosinone), si laureò a Roma e si specializzò in archeologia, lavorando inizialmente in Grecia (Rodi) dove diresse importanti scavi. 

Pompei: Dal 1924 al 1961 fu Soprintendente alle Antichità della Campania e direttore degli scavi di Pompei. La sua gestione fu la più lunga e prolifica della storia: a lui si deve la scoperta della Villa dei Misteri e l’esplorazione sistematica di gran parte delle mura e delle vie dell’antica città. Il legame con Stabia: Maiuri fu il mentore di Libero D’Orsi. Sebbene inizialmente scettico per la scarsità di fondi, fu proprio Maiuri a incoraggiare il Preside D’Orsi, fornendogli supporto tecnico e inviando i restauratori da Pompei per salvare gli affreschi delle ville stabiesi che hai visto nell’articolo. Innovatore e Divulgatore: Fu tra i primi a concepire l’archeologia non solo come studio di reperti, ma come ricostruzione della vita quotidiana. Era un eccellente scrittore; i suoi articoli e libri (spesso citati su L’Osservatore della Domenica) rendevano l’archeologia affascinante per il grande pubblico. L’eredità: Oltre a Pompei e Stabia, portò alla luce gran parte di Ercolano e valorizzò i Campi Flegrei (Cuma, Baia).

4. L’Osservatore della Domenica, Anno XXIII, numero 51 del 16 dicembre 1956, pag. 6 e 7.

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