Il Cristo della Pace

Il Cristo della Pace

di Giuseppe Zingone

Il Cristo in cartapesta della Chiesa della Pace

Il Cristo in cartapesta della Chiesa della Pace

È bastato scoperchiare una scatola perché trent’anni di polvere si facessero luce, restituendomi l’incanto di certe stampe analogiche, scatti di gioventù, che non hanno mai smesso di respirare. In quei piccoli rettangoli di celluloide, la parrocchia di Santa Maria della Pace non è soltanto un luogo, ma l’altare dove coltivavo ed esercitavo il rito della mia passione; oggi, ritrovare quegli scatti è come veder fiorire d’improvviso un giardino di tesori e di volti, salvati dal naufragio del tempo, forse per una nuova primavera.

Nell’ombra viva dell’antica Chiesa della Pace, il primo altare a destra ospitava un Cristo in cartapesta di rara bellezza, che pareva aver rubato il pallore ai poveri moribondi del mio quartiere. Non era una statua, era un vicino di casa, era un parente, l’amico che oggi ci manca, il figlio che non ha emigrato: aveva gli occhi spalancati dolci e supplicanti come di un agnello, in un colloquio ininterrotto col Padre celeste e con i fedeli e un corpo così ferito, che il sangue dipinto sembrava pulsare sotto i colpi dell’ombra e nel pulviscolo della scarsa luce.

Nessuno passava di lì senza segnarsi, senza lasciargli un saluto, un cenno del capo, che era insieme una supplica e una confidenza, una raccomandazione o una prece.

Quel Cristo aveva bevuto, con le sue pupille di vetro, i sorsi amari di ogni vicolo circostante. Aveva visto le madri contare i centesimi per il pane e i padri tornare a casa con le spalle curve sotto il peso di fatiche invisibili ma insopportabili.

Porgeva quel fiele a Dio e ai santi che nel sacro speco gli sorreggevano il corpo, nel tentativo di lenire il dolore di un intero quartiere, un dolore troppo vasto per un uomo solo, fosse pure il Figlio di Dio.

Ai suoi piedi, mute e silenti stavano delle anime del Purgatorio, emergevano rossastre dalle fiamme dipinte come un’ansia che era la stessa dei vivi.

Sotto ai piedi dell’altare, moccoli di cera si consumavano lentamente: micro stalattiti, sentinelle che offrivano l’ultimo barlume di speranza per chi non aveva più nemmeno il sale delle lacrime per condire la minestra dei propri guai.

Dietro la croce, un dipinto del Golgota, ricordava che il sacrificio è un cerchio che non si chiude mai, una recita quotidiana del santo rosario, uno sgranare gli infiniti guai dei poveri del mondo, dove i compagni di viaggio sotto la croce, sono anche gli uomini e le donne di questa parrocchia sfortunata.

Ebbe lui compassione di noi perché, nella sua sapienza di cartapesta, polvere e dolore, aveva già visto il tragico destino della Parrocchia di Santa Maria della Pace.

Oggi quelle porte sono sbarrate, il silenzio ha preso il posto dei sospiri e l’umidità mangia i colori del Golgota. Eppure, quel Cristo idealmente rimane lì, nel buio della navata chiusa, segno di una presenza che non si arrende al catenaccio; un Dio che aspetta, con la pazienza dei secoli, che qualcuno torni a ricordargli che fuori, nonostante tutto, c’è ancora un popolo che attende di essere accarezzato sulla fronte.

Il Cristo della Pace

Tramonto, 3 aprile 2026

Fuori cade qualche goccia di pioggia facendosi spazio tra il fumo dei carciofi arrostiti. Si posano benevole sui volti dell’umanità oppressa sono le lacrime della madre di Dio, Maria Santissima. Oltre Pozzano un chiarore rossastro racconta che è già Resurrezione.

Articolo terminato giovedì Santo 2026


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