Friederike Brun a Castellammare

Friederike Brun, nata Munter

di Giuseppe Zingone

Friederike Brun, nata Munter

Friederike Brun, nata Munter

Sophie Christiane Friederike Munter, nasce il 3 giugno 1765, a Gräfentonna, Sassonia e muore il 25 marzo 1835 a Copenaghen. E’ stata una scrittrice e studiosa, grande viaggiatrice.
Il padre era un pastore luterano, Balthasar Münther (1735-1793), il nome della madre, Maddalena Sophia Ernestine Friederika von Wangenheim (1742-1808).

A diciotto anni andò in sposa a Constantin Brun (1746–1836), un ricco mercante e diplomatico tedesco naturalizzato danese. A Copenaghen, trascorse gran parte della vita, godé larghe simpatie, specialmente nei circoli intellettuali di tendenze germaniche. Amica dei fratelli Stolberg, del Mathisson, del Bonstetten, condivise il loro gusto per la poesia di tono descrittivo e sentimentale (v. Gedichte, 1795; Neue Gedichte, 1812): e alcune sue liriche, semplici e melodiose (Wonne schwebet lächelt überall; Ich denke dein, wenn sich in Blütenregen, ecc.) sono ancora oggi popolari.


Viaggiò molto, in Germania, in Svizzera, in Francia, in Italia (v. Episoden aus Reisen, 4 voll., 1806-19); e particolarmente a lungo soggiornò a Roma (1802-03; 1805-06; 1807-10).
Nel 1802-03 la sua casa a Villa Malta, frequentata anche dagli Humboldt e dal Thorwaldsen, fu uno dei ritrovi prediletti degli artisti germanici a Roma. Le sue memorie romane (Tagebuch über Rom 1795-96, 1800; Briefe von Rom geschrieben in den Jahren 1808-10, 1816; Römisches Leben, 2 voll., 1833), ricche di notizie sulla vita del tempo, sono interessanti anche perché, nei giudizi d’arte e nelle note paesistiche, fra molti residui di gusto ancora settecentesco, già vi si accennano diversi aspetti di quella romantica immagine dell’Italia, che diverrà in seguito, per quasi un intero secolo, tradizionale.
Friederike Brun è nota per i suoi vasti viaggi, in particolare in Italia e Svizzera, e per aver frequentato località termali come Bagni di Lucca. Sebbene questi viaggi fossero in parte dettati dalla sua curiosità intellettuale, erano anche spesso motivati da ragioni di salute. E’ inoltre noto un grande legame di profonda amicizia tra la Brun e Ludwig van Beethoven, entrambi affetti da un grave problema di ipoacusia. Non è raro che in questo periodo storico, i medici consigliassero ai propri pazienti un cambiamento climatico attraverso la pratica dei viaggi e dei soggiorni termali.
Fu in questo contesto che la Brun visitò Castellammare non trovando, però, giovamento al suo problema:

“Tuttavia, l’uso dell’acqua fermentata fa incredibilmente bene a Ida, mentre il soggiorno è spiacevole per me, dato che non la tollero, come tutte le acque minerali, e ho smesso di usarla da tempo”.

La ricchezza di informazioni del suo Episoden aus Reisen durch das untere Italien in den Jahren 1809 – 1810 mit spätern Zusaken, ha pochi eguali tra gli scrittori (uomini) dello stesso periodo e di quelli successivi. In quanto donna il suo sguardo sulla vita stabiese e della penisola ci restituisce una dovizia di dettagli che pochi hanno colto e trascritto.

In un contesto così ricco di dati è giustificabile anche qualche errore, come quando cita una Rocca di San Giovanni o parlando del santuario di Pozzano, annota chiesa di San Francesco e di Paolo, legato forse ad una errata traduzione delle guide o di erronee spiegazioni. Inoltre questo volume raccoglie in un certo qual modo notizie ancora vicine a quel settecento e ottocento propri del Grand Tour, alla cui fonte si è nutrita e formata l’aristocrazia europea che ancora oggi spinge milioni di persone a visitare il nostro paese.

Buona lettura….

6. Soggiorno a Castell’ a Mare.

Allo stesso. Il 25 del mattino.
Il sole sorge lentamente dietro le montagne orientali. Si può passeggiare a lungo all’ombra, tra la fila più esterna di case della città e il porto. Intorno a casa nostra si svolge il più vivace mercato; lì i frutti della terra benedetta vengono esposti in abbondanza colorata e caricati nei granai per soddisfare i bisogni della capitale onnivora. Le varietà di zucche sono molto numerose qui: ricche, soprattutto le zucchine lunghe due braccia e spesse come un uomo, che servono da cibo per uomini e animali o come patate e rape. Pomi d’oro, peperone dolce e forte di dimensioni enormi, verde e scarlatto, ogni verdura immaginabile, e soprattutto legumi secchi.

Giacinto Gigante, Il mercato a Castellammare

Giacinto Gigante, Il mercato a Castellammare

La quantità eccessiva è ammucchiata a formare un cumulo sul bastone. Non avevo idea della bellezza della carne di manzo e vitello di queste regioni; sembra dipinta, e si capisce l’espressione di Omero, “avvolta nel fiore del grasso”, quando la si vede. Anche il pollame qui è di insolita bellezza e dimensione, e una comune gallina, ingrassata, pesa dalle 6 alle 7 libbre in base al nostro peso. Carne di mucca, manzo e bue vengono vendute qui a prezzi speciali; così come tre tipi di vitello: vitello da latte molto giovane (vitello) e (un po’ più vecchio, fino a 3 mesi), chiamato manzo; quello di mezzo è il più costoso. Tutto il giorno, enormi calderoni pieni di polmoni e fegati, teste, zampe e interiora ripiene bollono a cielo aperto, e la gente li mangia per strada con pane, condito con pepe spagnolo o pomi-d’oro; ne traggono prosperità. Certo, anche qui le forme nobili, che contraddistinguono gli abitanti di Roma, di Campagna e delle città circostanti, fino a Viterbo da un lato, e Velletri dall’altro, anche quando la fame, la sporcizia e le scottature li sfigurano. La razza qui è forte e, sebbene di statura molto bassa, ben formata, e questo la dice lunga…

Coraggiosa onestà nelle loro fisionomie, che manca nei furfanti napoletani; sono anche ben vestiti, e le loro abitazioni, in stile italiano, non sono da definirsi sporche. Cavalli, asini e muli mi sembrano più piccoli come negli stati della chiesa, così come mucche e buoi. Questo trambusto è amichevole e allegro, e la scena mattutina, il cui dolce mormorio, quando ci si allontana dal trambusto del mercato, si fonde con la profonda quiete che aleggia sul vicino mare e sul lontano Vesuvio, non mi è sembrata sgradevole. Tre volte felice chi riesce sempre a sfuggire al trambusto della vita del mercato in questo modo!
Nel pomeriggio, noi due cavalieri solitari abbiamo cavalcato ripidamente lungo il fianco della montagna, che si estende su entrambi i lati della città e la abbraccia a forma di mezzaluna con verdi colline. A nord-est, vanta una chiesa chiamata Rocca di San Giovanni, (ndr ?) e a sud-ovest, il grande monastero di San Francesco di Paola (corr. d.r.) con la sua magnifica chiesa e torre, costruita nello stile dell’architettura araba. I pendii sono terrazzati, le terrazze circondate da massicce mura, ciascuna contenente un ingegnoso condotto idrico, e ogni terrazza è larga circa 30 cm…

Gennaro Villani, Basilica di Pozzano

La terra è preziosa viene utilizzata e mantenuta con la massima cura, poiché ovunque sotto le mura si trovano strutture di sostegno per deviare in sicurezza i torrenti che spesso scendono fragorosamente dalle montagne, e anche per raccogliere l’acqua durante i periodi di siccità. Quando penso all’immenso lavoro dell’agricoltore italiano, in particolare con i sistemi di irrigazione e ritenzione idrica in Lombardia, Toscana e ora Napoli, e ricordo come al nord la pigrizia degli italiani sia considerata una caratteristica nazionale, spesso non posso fare a meno di sorridere! Qui, dove l’anno è infinito e il lavoro nei campi non cessa mai, la tediosa indolenza a cui si sottopone il nostro agricoltore durante il rigido inverno è completamente sconosciuta: ma la fatica della viticoltura e l’incessante lavoro di irrigazione e ritenzione idrica sono inauditi. La nostra gente di campagna non ha idea di ciò che è necessario, che concima, ara, semina e raccoglie e lascia il resto a Dio.
Qui, ovunque, l’ombra è proiettata dalle terrazze sostenute da muri, vasi intrecciati con viti, gelsi, fichi e altri alberi da frutto. Le numerose case di campagna sono costruite con cura e ben tenute.

Le modeste abitazioni del contadino tradiscono prosperità, e da nessuna parte qui si vede il marchio di un declino avvilente, impresso sull’intera economia rurale, così lontano e in lungo e in largo intorno a Noi. Tutto è vivo, in fermento e viene utilizzato. Ci siamo fermati alla residenza di Acton, l’allora onnipotente Ministro di Stato; è semplicemente una piacevole dimora privata, tutto intorno è disposto in modo ordinato e intelligente. Casa e giardino pendono, per così dire, sul precipizio orientale del pendio montuoso, e ci si immerge davvero, con la mente e lo spirito, nella tranquilla baia tra Castell’a Mare e Torre dell’Annunziata. Qui, la linea dolcemente crescente del Vesuvio, paragonabile solo a se stessa, sprofonda nel seno delle Cascate Campane, e la montagna si erge sopra il piano orizzontale come un’isola autonoma del Vesuvio. Napoli sorride incantevole di traverso dalle sue colline in lontananza.
Da qui abbiamo proseguito in ripida salita attraverso il bosco. Questo bosco è in realtà solo macchia mediterranea (cioè castagni e altri alberi abbattuti ogni 18 anni); tuttavia, molti vecchi tronchi nodosi si ergono frammisti, interrompendo la monotonia dei giovani alberi in rapida crescita.

Abraham Louis Ducros, Il padiglione Cinese che si trova nella foresta (giardino) del Casino di sua eccellenza, monsieur le General Acton Castelmara (Castellammare di Stabia) 1794

Abraham Louis Ducros, Il padiglione Cinese che si trova nella foresta (giardino) del Casino di sua eccellenza, monsieur le General Acton Castelmara (Castellammare di Stabia) 1794.  Collezione Coughton Court, Warwickshire

Gli scorci che si aprivano da questi oscuri boschetti attraverso la pianura scintillante fino alla baia e al golfo erano così incantevoli! Il castello della Regina Carolina, meta della nostra escursione odierna, si erge alto e maestoso, incastonato sullo sfondo della pianura, circondata dalla dorsale montuosa che abbiamo scalato. Ai piedi del massiccio calcareo selvaggiamente svettante, che qui porta il doppio nome di Monte Gauro e Sant’Angelo, visto da Napoli, ma chiamato Monte Auro, o semplicemente Montagna di Castell’a Mare. Quest’alta dorsale montuosa e la lunga e stretta pianura che attraversa sono chiamate La Rocca, dal nome di una fortezza in rovina, e sono punteggiate di villaggi e case di campagna: una città sopra un’altra città, di cui non si ha idea in basso, ma si vedono solo le ombre delle foreste montane che si innalzano.
Qui ora sorge il bellissimo edificio a due ali, imponente e solitario, circondato da balconi, terrazze e logge che offrono viste, scorci e panorami di tale grandiosità da essere di incantevole bellezza! Il contrasto tra la posizione boscosa e riparata, dove sopra di voi le frastagliate cime rocciose del selvaggio Sant’Angelo si ergono da formazioni nuvolose, perforando l’aria, a contemplare la dolce abbondanza della natura e una popolazione rigogliosa è davvero regale, edificante e stimolante! Ma Caroline si sentiva forse così? E non erano forse il paesaggio vulcanico ondeggiante e fiammeggiante e le profondità del mare che salivano dolcemente più spesso l’immagine della sua anima, piuttosto che la beata quiete di quei climi fortunati?
Dall’ampia terrazza aperta, che si erge di fronte alle antiche stanze della regina, si gode di una vista panoramica sull’alta isola del Vesuvio, la cui cima è circondata dai due mari: il Golfo di Napoli e il verdeggiante e ondulato mare della Campania. A destra, verso l’approdo, la catena montuosa di Castell’a Mare si estende come un ramo laterale, dove vediamo le città di Lettere e Gragnano aggrappate ai contorni del monte. Lettere, in particolare, si dice sia attestata da iscrizioni di grande antichità. Dall’altra parte della fertile valle, vediamo i monti di Nola e Sarno.
Molto più avanti di noi, la grande strada militare si snoda pittorescamente verso La Cava e Salerno, e lì, proprio sotto di noi, e un po’ più avanti, Stabia e Pompei riposano nei loro fossati millenari! Si può capire qui, è abbastanza evidente dalla vista che la Campagna Felice un tempo era mare e che il Vesuvio cominciò a sorgere da essa come un Monte Nuovo, fertilizzando gradualmente l’antica terraferma!
Qui, sotto vitigni viola e dorati, abbiamo visto la pianta del cotone aprire la capsula dei semi in maturazione, mentre questa delicata e succulenta pianta perenne verde mostrava ancora qua e là i suoi fiori a tromba, simili a quelli della malva, bianco-giallastri e viola. Anche le sue foglie ricordano quelle della malva. La pianta è annuale e cresce fino all’altezza della caviglia. Questo cotone autoctono costituisce un importante ramo commerciale, vivacizzando le strade romane proprio come faceva il vino napoletano. Era presto e insolitamente fresco e umido qui, sotto le montagne vicine.
Il 26. Vuoi condividere con noi la nostra vita solitaria, mia Augusta? Oh, tu, solo te, desidero ardentemente averti in mezzo a noi. Tu, che non avresti mai dovuto separarti dal trifoglio, tu, che mi manchi più di ogni altra cosa e che non riesco più a ritrovare da nessuna parte! La nostra vita qui è molto monotona, senza per questo essere triste. Stamattina presto siamo saliti a cavallo fino a Rocca Sant’Angelo, una salita molto ripida, e ci siamo ritrovati in cima in un grande frutteto, dove le viti crescevano intorno agli aranci.

 

Nicola Palizzi, Veduta dello scoglio di Rovigliano e il Vesuvio sullo sfondo, olio su cartone, cm 21.5x28, Wannenes group

Nicola Palizzi, Veduta dello scoglio di Rovigliano e il Vesuvio sullo sfondo

Gli alberi serpeggiavano, e l’uva viola ombreggiava ancora gli agrumi aspri, che il sole natalizio di Esperia1 dovrebbe indorare. Presto ci trovammo sul ripido pendio della collina, sopra una profonda fenditura, attraverso la quale correva un sentiero cavo. Oltre si erge una collina simile, terrazzata di uliveti e ricoperta di vigneti e frutteti. Nel seno di questa tomba accogliente riposa Stabia! Notai subito che anche la nostra collina (che, isolata dalla terrazza cittadina, si erge bruscamente all’estremità più esterna) era composta da strati vulcanici, pozzolanici e tufacei così facilmente distinguibili qui: da qui la fertilità traboccante!
Il luogo in cui si trovava Stabia.
Cavalcammo per appena mezz’ora lungo la costa, poi svoltammo all’ombra di una valle ricoperta di pergolati di vite, così fresca, così immobile! L’uva pendeva, come grappoli di perle multicolori, delicatamente sotto le foglie ancora verdi d’estate, e sopra i pergolati di vite spuntavano snelli alberi da frutto carichi di frutti! Eppure i Campani si lamentavano: “Il raccolto di vino e frutta è scarso!”.

Ora eravamo ai piedi della ripida collina che è la tomba di Stabia! Avevamo delle guide con noi e scendemmo prima in cunicoli sotterranei a livello della pianura, scavati a casaccio nelle rupi di tufo. Forse erano queste le cave da cui era stata ricavata Stabia, costruita con pietra di Vulcano su suolo di Volcano, solo per essere un giorno sepolta di nuovo da un’inondazione di cenere di Vulcano! Questi lunghi cunicoli erano stati consacrati qua e là come cappelle, come mostravano le immagini dei santi dipinte sulle pareti. Vi erano stati scavati anche dei loculi: in breve, mi sembravano delle piccole catacombe.2

San Michele grotta San Biagio

San Michele grotta San Biagio

Ora salivamo sulla ripida collina, sulla quale, circa a metà strada, si apre un’unica maestosa e statica sala: probabilmente i resti di un magnifico bagno romano; poiché nell’alta sala, decorata con pietre a forma di nicchia, era visibile una nicchia dalla volta delicatissima, e l’apertura del condotto idrico. Forse il grande Plinio fece qui il suo bagno rinfrescante quando venne a incoraggiare l’amico, e divenne vittima dell’amicizia e dell’ignoranza delle eruzioni vulcaniche? Se ne avesse conosciuto la natura e il pericolo, sarebbe fuggito a Miseno, salvando se stesso e l’amico, fuggì forse conosceva solo il pericolo della lava, e non quello ben più grave delle frane e delle colate di fango.
Questa sala solitaria, rivolta direttamente verso il Vesuvio, suscita un’impressione agghiacciante; ma Stabia si trovava forse sulla cima della collina? Credo fosse appoggiata a una piccola casa, poiché le cave si trovano nella roccia sotto i luoghi in cui sono stati rinvenuti resti durante gli scavi. Abbiamo continuato a salire sulla collina sul versante rivolto verso il Vesuvio e abbiamo visto qua e là resti di antichi edifici, ma così rovinati che non si poteva nemmeno immaginare il loro antico scopo. Raggiunta la cima, ci siamo trovati su una pianura perfetta in un paradiso di abbondanza esperiana. È stranamente evidente che qui il cratere del Vesuvio rimanga sulla sinistra, mentre si guarda direttamente nelle antiche fauci di Somma, e diventa quindi vividamente plausibile che sia stato lui a riversare la cenere e la colata di fango su Pompei e Stabia. Perché Somma era anticamente chiamato Vesuvio, come si dice. L’eruzione della cima, che da allora brucia ancora, fu la prima eruzione registrata, quindi Somma doveva essere una montagna antica anche ai tempi di Plinio.

View of Vesuvius from Villa Quisisana, natinalmuseum Sweden

Johan Christian Dahl, View of Vesuvius from Villa Quisisana

Poteva trattarsi di un focolare vulcanico bruciato? Ma come avrebbe potuto quella nube simile a un pino sollevarsi se non sopra un cratere già aperto? Non sono mai riuscita a capirlo, per quanto abbia letto le lettere di Plinio il Giovane su questo terribile evento.
Quassù, il vescovo di Castell’a Mare ha un giardino, un casino e, più in alto, un belvedere – sì, un belvedere! E tutt’intorno, belvedere! Ero così sognante oggi, così circondato dalle ombre del passato, che mi limitavo a dare un’occhiata al magnifico insieme e a tutti i suoi incantevoli episodi, perdendomi solo nei viali bui e alberati del giardino, sentendo più che pensando, immersa in un’ondata di emozioni!
Sopra di me maturavano olive, mandorle, fichi, erbe e arance. Sotto di me dormivano tra le orchidee coloro che il soffio ardente della stessa natura aveva seppellito, che nutre tutti questi esseri viventi con la sua abbondanza! A lungo vagai in sogni semiaddormentati; sotto di me tutti i brividi degli inferi, intorno a me tutta la malinconica nidiata dell’Eliso si diffondeva in un silenzio calmo e benedetto: non un suono se non quello degli uccelli che cinguettavano e il dolce sussurro dei venti raggiungono questo arioso incavo, circondato tutt’intorno da verdi profondità. Le ombre di Stabia hanno il loro Elisio, il mondo oscuro ristretto di tranquillo e sognante benessere, molto vicino qui. Devono solo emergere dalla tomba. A me, questi ariosi boschi ombrosi sembravano permeati dai loro sussurri, e presto sognai di immergermi nelle ombre con loro. Infine, mi ritrovai sul precipizio, dove il grande tumulo funerario forma un angolo acuto. Lì mi svegliai, come per il colpo di una bacchetta magica, richiamata dal mondo oscuro al gioioso presente.

Veduta dalle Colline sopra Castelammare (4 Settembre 1820), Jhoan Christian Claussen Dahl. Olio se tela 15x28,5 Statens Museum for Kunst, Copenaghen

Dahl Cristian, Veduta dalle Colline sopra Castelammare (4 Settembre 1820),

Il sole stava appena tramontando attraverso un velo di nebbia, metà visibile, metà velato, nelle acque a ridosso dell’alta Ischia; sopra il bordo delle onde azzurre, metà del disco fiammeggiante si ergeva ancora, e una piramide scintillante tremolava verso di noi! La vedemmo solo finché non fu sprofondata nella cresta dolcemente increspata di Anfitrite.
La vista è bellissima su Castell’ a Mare e il porto, sul golfo, sulla costa di Napoli e sull’orgoglioso Epomeo, che domina il punto panoramico qui. Di fronte alla nostra collina si erge Sant’Angelo, più o meno altrettanto alto, e di lato, il versante montuoso sopra Castell’ a Mare è punteggiato di case di campagna, abitazioni di contadini e splendidi frutteti. Sullo sfondo, si erge fiero il castello della regina Carolina3 dove anche l’attuale giovane e bella regina trascorre occasionalmente una giornata. L’alta montagna calcarea, frastagliata e scoscesa, si erge aspra e, di lato, lunghi profili montuosi si stagliano tra le nuvole. A destra, il Vesuvio; sotto di noi, la città fumante adagiata attorno al porto a specchio; e in lontananza, l’incantevole costa di Parthenope. Ne avete abbastanza?

Gita in mare a Vico.
Il 27. Ha piovuto tutta la notte, ma la mattina era già luminosa. Nel pomeriggio abbiamo fatto una breve gita in barca lungo la costa fino a Vico. Il nostro cordiale locandiere, Don Ferdinando* (perché gli abitanti chiamano Don in spagnolo) ci ha accompagnato e poiché, come sapete, non posso riposare finché non conosco il nome di ogni montagna e collina, ha dovuto raccontarmi tutto, ma io vi dirò solo ciò che è necessario per la vostra conoscenza.
Nota dell’autrice * Con grande rammarico della vecchio castellano, che ci aveva accolto con gioia come tedeschi, cioè compatrioti della sua amata regina Carolina d’Austria, per poi prorompere in amare lamentele sulla durezza, e soprattutto sullo spirito, del nuovo sovrano.

Andiamo da nord-est a sud-ovest e iniziamo dal versante della nostra catena montuosa che si erge sopra i paesi di Lettere e Gragnano. Lì, l’alta cima sopra il primo paese si chiama Montagna di Piendole, (Monte Pendolo, n.d.r.) il promontorio verde che si erge al centro sopra Castell’a Mare è Punta Cepparica; sul suo versante verde si erge l’eremo dell’angelo Raffaele; ma l’intera catena montuosa, che si vede da lontano dominare tutta la costa fino a Capo di Massa, è Monte T(G)auro, o Sant’Angelo. Questo è il nome popolare, e sembra che l’intera catena sia dedicata agli angeli; perché domani (nel giorno di San Michele) si terrà un grande pellegrinaggio alla cima di questo monte, in onore dell’arcangelo guerriero. Lassù, sull’aspra cresta rocciosa vicino al santuario, si dice che la vista sia immensa. Si vedono i tre golfi di Napoli, Gaeta e Salerno in basso, si domina Terra di Lavoro e Campagna felice e si dominano le montagne della Basilicata.4

Questa prima parte (vedi sopra) è tutta dedicata alla nostra città ma poi mi sono accorto che il volume a pag. 115, così recitava: 10 giorni a Castell’a Mare. Si tratta delle famose aggiunte citate e impresse nel frontespizio del libro. In realtà Castellammare viene citata, ma si descrive più ampliamente la penisola sorrentina con uno strano accenno (quasi macabro per i nostri gusti moderni) ad una sorta di “Caccia Bufali” a Piano di Sorrento.

10. Dieci giorni a Castell’a Mare. Allo stesso modo.

Per quattro giorni siamo stati sorpresi da acquazzoni, a cui questa costa, stretta tra mare e montagna, è particolarmente soggetta. Oggi siamo fuggiti dalla nostra casa un po’ umida, perché è improvvisamente di nuovo estate, e il cielo napoletano non le è degno di nota. Siamo saliti a cavallo fino alla solitaria chiesa di pellegrinaggio chiamata La Madonna della Libera (i Salvati). La chiesa bianca e l’eremo costruito a ridosso di essa sono sospesi sul lato interno del profondo burrone che si è scavato nelle montagne calcaree sopra il monastero, e attraverso il quale si tuffa il torrente impetuoso, il cui allegro ponte abbiamo visto dal mare. Si sale ripidamente per un’ora.

Friederike Brun a Castellammare

Madonna della Libera

La chiesa è piena di ex voto e doni di marinai naufraghi, le cui avventure pericolose sono raffigurate con grottesca ingenuità. Innanzitutto, all’immagine miracolosa della salvatrice dai pericoli del mare, pendeva una folta treccia di capelli neri ben incipriati, intrecciati con nastri rosso rosa. Lo scambiammo per un dono di gratitudine alla regina celeste salvifica; ma non era affatto così! Erano i capelli di una Maddalena che non aveva allattato volontariamente, tagliati per punizione e appesi lì come monito – una penitenza alla Madre dell’Amore cristiana per i peccati a cui quella pagana aveva condotto! Attraverso la chiesa si saliva nella stretta struttura a più piani costruita attorno a una torre, la casetta dell’eremita – ed ecco! Era diventata, dall’eremo (che l’eremita, probabilmente non più benestante, aveva abbandonato), un elegantissimo casino, dotato di tutti i comfort necessari. La vista dalle finestre e dal soppalco aperto di ogni piano è infinitamente affascinante e varia. La casa e la chiesa sono aggrappate alla parete interna del grande burrone; montagne più alte si ergono oltre, a forma di mezzaluna, allungando le loro cime verdi verso l’esterno su entrambi i lati, rendendo l’intero scenario incantevole e intimo, incorniciato. A destra si erge la selvaggia e cespugliosa scogliera calcarea, a sinistra, un vigneto pensile digrada verso il sole. Stretti sentieri salgono e scendono intorno alla profonda fenditura sotto di noi.
Oltre, il Monastero di San Francesco di Paola, con la sua splendida chiesa, la torre e gli edifici, che si erge dall’ombra di alti alberi, offre uno scenario magnifico sulla sua roccia scintillante di mare. E ora la vista prospettica: attraverso la fenditura verso il mare aperto, dove troneggia Ischia; verso Napoli, verso le sue coste scintillanti! Davvero non sarei sfuggita a questo eremo. Guardandoci intorno più da vicino, abbiamo trovato le pareti adornate con incisioni su rame inglesi, il cui soggetto era la storia d’amore e la sofferenza di Eloisa e Abelardo, con i motti tratti dalla bulgarizzazione di questa sublime epopea di amore e fedeltà femminile, operata dal Papa. Vedi, mio ​​Gusta, questo non era un eremo qualunque. L’aria sotto queste vicine montagne boscose e alimentate dalle sorgenti diventa pesante e umida; anche la casa diventa così nella pioggia insolitamente forte quest’autunno. Ma anche qui piove più che in tutti gli altri luoghi del Golfo, e spesso abbiamo visto le coste di Napoli e le vette del Vesuvio attraverso il nostro velo di pioggia: il sole splende e sorride. Tuttavia, l’uso dell’acqua fermentata fa incredibilmente bene a Ida, mentre il soggiorno è spiacevole per me, dato che non la tollero, come tutte le acque minerali, e ho smesso di usarla da tempo.

Friederike Brun a Castellammare

Pozzano dalla Libera

Den 23. Oggi anche i miei forti amici, la vivace Luzia (romana) e Antonio (suo marito, fiammingo), iniziano a lamentarsi di guance gonfie, mal d’orecchi e mal di denti, e decidiamo di emigrare a Piano di Sorrento, più a sud e più arida, dove Ida porta quotidianamente la sua acqua fermentata e abbiamo trovato un appartamento. Oggi ho fatto la mia visita d’addio al mio prossimo luogo preferito e finalmente ho visto il sole tramontare nel palazzo della regina Carolina, la luna sorgere e, attraverso il crepuscolo, risplendere, scalare la montagna sopra le foreste oscure.
Mi sono soffermata a lungo in solitudine nella solenne oscurità della foresta di montagna, mentre tutto intorno a me diventava sempre più silenzioso e solo la natura, così piena di anima qui, risuonava: Addio, care ombre! Buona Castell’a Mare, verde e fiorente!  Anche se ti lascio malata; ma le tue sorgenti benefiche hanno alitato sulla mia Ida con il roseo splendore della salute, e nel seno della tua natura pacifica il mio cuore, profondamente ferito dagli uomini, è stato guarito!

La gente, non solo in città ma anche in questa campagna, è di buon carattere e addirittura flemmatica; di bassa statura e tozza, soprattutto le donne. Sangue sano e fresco e begli occhi sono comuni; qua e là si trovano profili nobili e corretti. Ma, come ho detto, la generalità delle nobili e corrette forme romane è ancora cercata invano su queste coste. Questo popolo pacifico e bonario, tuttavia, tortura a morte da 3 a 4 bufali ogni settimana, ovvero: la miserabile bestia viene pugnalata e ferita in diverse parti del corpo, poi, sanguinante, inseguita dalla folla (soprattutto da tutti i monelli di strada) per le vie della città, inseguita dalla plebe giubilante, finché non crolla priva di sensi sulla strada intrisa di sangue, dopodiché riceve il colpo di grazia.

Quando esprimevamo a gran voce il nostro orrore per questo abominio, ricevevamo la risposta: la carne di bufalo non era commestibile, “se la bestia non era mortificata avanti!” Ma il nostro orrore ogni volta, quando questa caccia all’ultimo sangue irruppe davanti alle nostre finestre, fu indescrivibile. I cacciatori all’ultimo sangue dell’umanità, imperatori, re e principi, non dovrebbero permettere che la loro professione diventi così ardente, così popolare!5

11.
Viaggio da Castell’a Mare a Sorrento.

Alla mia cara Amalia, Contessa von Münster Meinhovel, nata von Ompteda*.

Devo raccontarvi di Sorrento, della Sorrento del Tasso! Perché qui visse i dolci giorni dell’infanzia, maturando nella giovinezza. In questa alta scogliera, lungo le rive profondamente ombreggiate.

Nota dell’autrice* Nell’estate del 1813, mi occupai della preparazione di queste stampe, che lessi ad alta voce alla mia amata a poco a poco, man mano che venivano create. Ella gioì della consacrazione che alcune di esse avevano ricevuto attraverso il suo nome. Un anno dopo, l’aspetto eminente di Amalia svanì dal regno dei sensi. Queste pagine restano dedicate alla sua memoria, al profondo sentimento di inscindibile vicinanza spirituale tra spiriti affini. “L’armonia degli spiriti potrebbe continuare all’infinito!”

La straordinaria bellezza di queste rive appartate è paragonabile, e nello stile, a quella di Meillerage sul Lago di Ginevra. Le alte colline verdeggianti con vigneti, frutteti e uliveti, e sopra di esse ricoperte di boschi di castagni, sono disposte come quinte teatrali, in modo personale, pittoresco e armonioso. Tuttavia, la grande quantità di persone, unita a questa romantica natura selvaggia, conferisce loro un fascino che a quelle altre rive manca in qualche modo.

Friederike Brun a Castellammare

Spiaggia di Pozzano: opera di Errico Gaeta

Mentre navigavamo verso il mare, abbiamo visto a colpo d’occhio diversi promontori, con tutta la loro magia di audaci masse di luce e ombra, immersi nella luminosità degli orizzonti vicini o avvolti nella fragranza di quelli lontani: Punta della Pozzana (Pozzano  n.d.r.) (il corno sud-occidentale della collina a forma di mezzaluna sopra Castell’a Mare); Torre di Orlando, una parete rocciosa nuda e raccapricciante con il gruppo di rocce sporgenti dell’Angelo, chiamato Mezzo Cammino, con massi caduti e mostruosi, isole rocciose e rovine, come torri e fortezze; poi c’è la città di Vico: arroccata sulla roccia caduta, circondata da verdi fenditure; poi il promontorio roccioso di Punta di Scutali6 e infine la gola, che si estende fino al mare prominente, Capo Sorrento; poi l’alto promontorio occidentale di Ana Capri chiude questa emozionante, ma piacevole, panoramica del nostro piccolo viaggio.
Tuttavia, la selvaggia isola di Capri sembra la più esterna terraferma del golfo; ma con un movimento magico, l’immensa forma emerge gradualmente e poi, per così dire, si stacca improvvisamente dalla riva, nuotando nel profumo del mare e nell’aria azzurra.

Ci dirigiamo rapidamente verso il mare aperto, un’ultima occhiata a Castell’a Mare, apparentemente appena apparsa, annidata in profondità intorno al suo porto, poi scivola di nuovo dietro il capo e scompare in profonde ombre! Persino la soleggiata Campagna Felice, con tutti i suoi alti vigneti e le montagne scintillanti di blu e profumate di rossastro tutt’intorno, si nasconde dietro le montagne che avanzano: addio! Lì, da solo, l’antico bianco titanio sprigiona vapore alto nell’etereo blu, e la scintillante corona di città, e il verdeggiante terreno montuoso sopra di loro è solo interrotto e striato da colate laviche, e circonda il golfo. Ora siamo sulla punta di Vico e contemporaneamente contempliamo Capri e Ischia (la prima blu scuro, che ci fissa selvaggiamente, la seconda azzurra come il calice di un nontiscordardimé), che linee maestose che si innalzano dolcemente, sollevate dalle inondazioni scintillanti – quella creazione nettuniana, quella vulcanica. Solo ora il sole guarda giù sulle selvagge montagne orientali della costa e benigno sulla vita brulicante dell’aspro paesaggio: dove un’esistenza vivace respira dalle mani e dalle profondità dalla spiaggia fino alle cime delle montagne.
Come se i nostri marinai avessero prima voluto darci la panoramica dell’insieme, e ora il godimento degli incantevoli dettagli, scivoliamo di nuovo verso l’entroterra.

Friederike Brun a Castellammare

Ercole Gigante, il golfo di Sorrento, 1852

Lì vedemmo in alto sulla verde montagna che si erge tra Vico e Piano di Sorrento (e dove, nel morbido grembo del verde, giace un monastero camaldolese che le ha dato il nome), la città di Chiara; più avanti: nel verde ancora più fitto, l’Equa che alleva merluzzi; poi la selvaggia fenditura squarcia le montagne, e davanti a essa Vico siede così comodamente sulle sue ginocchia rocciose, portato sopra le onde come un bambino nel morbido grembo di sua madre. Tutto intorno, ovunque si guardi, sulla stretta riva, sulle colline appena raggiungibili e nelle profondità verde scuro, si trovano le bianche e belle ville, le graziose case e i cottage nel verde gioioso delle viti e degli alberi da frutto, nella leggera ombra degli uliveti o nello splendore dei boschi delle Esperidi.

Una delicata fragranza avvolge l’intera scena magica; argentea: bianca aleggia sulle fenditure, blu-argento sulle alture! Alla nostra destra, il promontorio sottostante Sorrento si estende lontano nel mare, e la selvaggia Capri si allontana di nuovo; eppure la roccia frastagliata fa capolino: lunga sopra il verde tenue. Ora finalmente, appare il centro storico di Sorrento, ancora all’ombra delle alte montagne, eppure arroccato in alto sulla costa rocciosa, e sono già le 11 o le 12!
Remiamo ora sotto la nuda costa rocciosa, che, emergendo in enormi masse e angoli acuti, separa i comuni di Vico e Sorrento. Ma chi può parlare della magia di questa commovente galleria di dipinti, di questa incantevole scena simile a una lanterna, che, per così dire, scivola davanti a noi tra il mare azzurro e ondulato e le montagne ancora scure in lontananza? Questi raggi dorati del sole e queste ombre profumate, queste dolci illusioni della distanza e questo delizioso splendore di colori vicino! Questo effetto dell’aria pura del mare e del respiro vivace e ondoso della riva, dopo le pesanti nebbie di Castell’aMare, dove ho trascorso gli ultimi otto giorni dormendo e sognando da sveglia, ho sempre provato dolore! Ora una roccia sporgente incombe su di noi, chiamata Scoglio della Regina Giovanna, dal nome criminale il cui ricordo vi perseguita ovunque su queste splendide coste, come un fantasma.
Questa curiosa roccia è disposta orizzontalmente in spessi strati, ma inclinati considerevolmente. Remiamo intorno alla base scoscesa, dove su rocce cosparse di massi una fornace da calce scavata nella roccia fuma e appare lentamente, proprio mentre ci sforziamo con tutta la nostra forza di remare attraverso le onde impetuose, la lunga pianura dai bordi alti, ma infossata, chiamata Piano di Sorrento, che è un anfiteatro delle montagne circostanti. Ripida e frastagliata, l’alta scogliera si erge dalle acque profonde con profili a pilastro affilati. Sulla destra, la forma a pan di zucchero di Vico di Alvano si erge asciutta, come un corno svizzero. Sopra di noi, sul bordo dell’alta costa, aranci e delphinium ogni tanto verdeggiano, e le case sorridono furtivamente dalle ombre profonde. Mentre ci avviciniamo e remiamo nell’ombra della scogliera, i giardini e le abitazioni in alto scompaiono, e rimaniamo soli con la costa rocciosa e il mare. Che trasformazione geologica! Solo pochi minuti fa c’erano…

Friederike Brun a Castellammare

Achille Vertunni, Veduta di Sorrento dal mare

Siamo ancora circondati da antiche formazioni calcaree appenniniche orizzontali, e colonne basaltiche si ergono tutt’intorno, sopra e accanto a noi, verticalmente dal fondale marino e livellate in cima, fino a un’altezza di 60-90 metri; di colore giallo-grigiastro nel complesso, dense e fini più in basso, giallo più chiaro, più sciolte, insomma, che sfumano nel consueto tufo vulcanico più in alto. Che gloriosa e audace emersione dell’antico focolare vulcanico dal regno di Nettuno, che prorompe dal grembo delle sue antichissime creazioni con i dolori e l’angoscia della madre che partorisce riluttante! L’intero palazzo di roccia basaltica è costituito da un’unica massa, come se fosse stata fusa, e poi leggermente scanalata dentro e fuori; ciò che è crollato giace tutt’intorno in poligoni. Molte grotte alte, con volte gotiche, scendono sotto coste, dove l’onda verde puro tintinna.
Remammo subito a sinistra contro un muro, del più grande, chiamato Buco di Meta, presso il Monte Meta (Granze). Mi è stato detto che si poteva entrare dal piccolo porto di Piano sotto colonne di basalto verticali e, dopo tre o quattro minuti, emergere di nuovo allo Scoglio della Regina Giovanna sotto strati di calcare orizzontali.

Così vicini erano i due agenti originali dell’urto da tenere tutto insieme il territorio! Questa enorme terrazza basaltica si estende sulla città di Sorrento per una lunghezza di 4 miglia, formando questa costa, che si eleva orizzontalmente come se fosse livellata e riempie la mezzaluna con la sua larghezza, e forma l’arena dell’anfiteatro montuoso, che, selvaggiamente scolpito, si erge nudo con l’intera fisionomia delle cime calcaree. Sostiene l’intero Piano di Sorrento, i suoi villaggi e le sue città. Che creazione! Dove un tempo un profondo abisso rotolava terrificanti inondazioni contro rocce selvaggiamente stellate, fuochi sottomarini potrebbero un tempo aver improvvisamente sollevato questo alto banco basaltico, su cui ora tutta la mitezza, tutta l’abbondanza, tutta la magia della costa si dispiega nella volta di selvaggi corni alpini, forse ulteriormente fertilizzata dal calore interno del suolo vulcanico.

Che contrasto, infatti, con la vegetazione di Castell’a Mare e quella di Sorrento! Ci si sente come se, nel giro di poche ore, si fosse incantati, circa 5 gradi più a sud; lì (escluse le colline vulcaniche) c’è la vegetazione della Toscana – qui tutto è a circa mezzogiorno nella stessa posizione. Il pino si slancia in alto, la vite si arrampica immensamente in alto; il tasso diventa una foresta, il fico colossale. Queste erano le mie riflessioni, ora che eravamo atterrati e io fui trasportata sulle scogliere verticali lungo sentieri scavati nella roccia, e presto i magnifici edifici dell’alta costa mi fecero ombra. Sulla spiaggia, tuttavia, c’era a malapena spazio per attraccare: c’era una cappella scavata nella parete rocciosa, e lì vicino una dogana, anch’essa scavata nella roccia. Nel punto in cui sbarcai, non capivo affatto come sarei arrivata fin lassù.

Articolo terminato del 13 dicembre 2025


1. Esperia, antico nome che i greci diedero all’Italia.

2. Qui con molta probabilità la Brun, fa riferimento alla Grotta San Biagio sotto la collina di Varano.

3. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752 – Vienna, 8 settembre 1814) nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia.

4. Friederike Brun, (nata Munter), Episodi di viaggi attraverso l’Italia meridionale negli anni 1809-1810 con aggiunte successive, volume quarto Lipsia 1818, pag. 58-72. Titolo originale: Friederike Brun, (geborne Munter), Episoden aus Reisen durch das untere Italien in den Jahren 1809- 1810 mit spätern Zusaken, Vierter Band, Leipzig 1818.

5. La Caccia al Bufalo a Piano di Sorrento
Questi eventi erano noti principalmente per svolgersi a Piano di Sorrento (che all’epoca era un importante centro agricolo).
Le cacce non erano semplicemente per divertimento, ma spesso coincidevano con feste religiose o civili importanti, fungendo da culmine dei festeggiamenti.
Veniva allestita un’arena temporanea. Una delle più note era in un terreno di proprietà, chiamato “Il Beneficio” o Villa Irbicella. L’arena era delimitata da una recinzione provvisoria per contenere l’animale e il pubblico. Il bufalo scelto era un esemplare grande e forte, spesso proveniente dagli allevamenti della zona o dalle paludi costiere.
L’evento si divideva in diverse fasi di aizzamento: L’azione iniziava con l’introduzione di cani da presa (molossoidi locali o cani addestrati). Questi cani avevano il compito di aizzare l’animale, azzannandolo soprattutto alle orecchie, alla schiena o alle zampe. Subentravano poi gli aizzatori, chiamati a volte “scannaturi” che entravano nell’arena. Non usavano spade come nella corrida, ma strumenti per irritare l’animale: pungoli di ferro, mazze corte con una punta metallica per infastidire il bufalo, panni rossi usati per distrarre o provocare l’animale, sebbene i bufali vedano male i colori. Petardi: Lo sparo di petardi serviva a spaventare e rendere l’animale più furioso e reattivo, rendendo lo spettacolo più eccitante per il pubblico.
La “caccia” terminava solo quando il bufalo era completamente esausto, disorientato e sanguinante per le ferite inflitte dai cani e dai pungoli. A differenza della corrida, dove l’uccisione è parte integrante dello spettacolo, qui il bufalo veniva condotto fuori dall’arena e macellato immediatamente. La carne veniva poi spesso distribuita o venduta, inserendo l’evento in un ciclo di produzione alimentare.

Queste pratiche non erano esclusive della Penisola Sorrentina; forme simili di spettacoli cruenti (come le “cacce” al toro o all’orso, importate o sviluppatesi localmente) erano comuni in molte regioni d’Italia e d’Europa fino all’Ottocento, prima che una maggiore sensibilità verso la sofferenza animale prendesse piede.
Gaetano Amalfi stesso, scrivendo alla fine dell’Ottocento, documentò queste cacce come una tradizione che era già cessata o in via di estinzione proprio a causa dell’evoluzione del gusto e delle leggi che iniziavano a vietare i maltrattamenti sugli animali. In: Gaetano Amalfi, Tradizioni ed usi nella Penisola sorrentina, Palermo Libreria Internazionale L. Pedone, Lauriel 1890.

6. Punta Scutolo è un punto panoramico e una località geografica molto nota e significativa della Penisola Sorrentina, situata tra i comuni di Vico Equense e Meta.

7. Friederike Brun, (nata Munter), Episodi di viaggi attraverso l’Italia meridionale negli anni 1809-1810 con aggiunte successive, volume quarto Lipsia 1818, pag. 115- 129.

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