Errico Gaeta, la cronaca
di Giuseppe Zingone
La cronaca della morte del pittore Errico Gaeta (1840-1887) oltre al dolore per la perdita umana, segnò un punto di non ritorno per l’arte stabiese. Con lui svanì non solo l’uomo, ma un universo di colori, forme e visioni che ora vivono solo nell’eco delle sue opere, affidate alla memoria collettiva e all’interpretazione futura.
Enrico Gaeta, di cui riferimmo la tristissima fine,1 aveva passato di poco i trent’anni,2 se pur li aveva passati. Era persona seria, mesta anzi, e di ferme convinzioni. Come pittore, trattava il paesaggio, e non mancava mai alle esposizioni di Milano.
Di rado vi mandava un sol quadro, ne aveva sempre parecchi. Nei primi anni pareva avesse accettate le idee della scuola moderna impressionista, poi si lasciò attirare da una specie di purismo ingenuo, che non lasciò più.
In questa via era riuscito un disegnatore di paesaggio come se ne danno pochi, introducendo in uno stile vecchio un sentimento ingenuo di purezza e d’astrazione che lo rende interessante. Abitava Castellamare di Stabia, e non se ne scostava gran fatto per i suoi studi di paesaggio.
A Venezia ha cinque quadri, tutti dei dintorni da Castellamare a Quisisana. Non è forse un mese lo vidi a Venezia e passai seco una giornata parlando d’arte. Ammirando quanto altamente apprezzasse coloro che in pittura gli sono assolutamente opposti.
Egli non aveva ancora fissata la sua orbita, cercava sempre, ed era vicino a trovare sé stesso in arte; l’animo suo, mite, dolce, delicato, avrebbe allora animato colla calma e un stile nuovo quei paesaggi che col solo disegno, quasi monocromi, hanno ancora delle forti attrattive per quanti nei quadri cercano l’espressione di un’indole e di un sentimento.
L. O.3
CASTELLAMMARE (Napoli). – Ancora del pittore Gaeta. – L’autorità giudiziaria e politica non si è stancata nelle indagini e nelle ricerche per accertare la colpabilità del presunto autore dell’omicidio del pittore Gaeta.
Ora si assicura che le prove contro Francesco Grazioso ed il suo garzone Raffaele Marrone sono schiaccianti.
La signorina A. G. assicurò di aver interrogato pochi giorni prima del delitto il pittore Gaeta, di cui era allieva, per sapere la causa della sun melanconia; questi le rispose: Ho una ragione prepotente che mi obbliga alla melanconia e mi ucciderà fra breve.
Due donne affermarono che un rivenditore di ricotta abbia loro detto: Due giorni sono vidi due persone nascoste vicino al Mulinello (luogo ove è stato ucciso il Gaeta) e lo sentii dire:- Perché hai paura? Nessuno ci ha visto. Il rivenditore riconobbe posteriormente che gli individui erano precisamente il Grazioso ed il Marrone.
Finalmente vi è stata una persona, un certo Greco Giuseppe, che ha assicurato aver visto il Grazioso insieme colla moglie, la quale teneva un bambino in braccio, passare, pochi giorni prima dell’omicidio, vicino al Gaeta.
La moglie salutò graziosamente il pittore, il marito invece, lasciatala andare avanti, rivolto al pittore, disse: Uno di noi due deve assolutamente morire.
Tatto queste circostanze hanno assicurato l’autorità che il vero autore del delitto sia il Grazioso, il quale però fa di tutto per provare l’alibi.4
Gli articoli d’epoca
- L’Illustrazione Italiana
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- La Stampa
Leggi anche: Errico Gaeta, la biografia e le opere.
Articolo terminato il 17 luglio 2025
Note:
1. L’Illustrazione Italiana, Anno XIV, numero 30 e 31, 17 luglio 1887, pag. 53.
2. Non è ben chiaro se l’articolista riferendo l’età del Gaeta, stia ad indicare i suoi esordi pubblici attraverso le mostre o ad un errato calcolo su quando sopraggiunse la sua morte, 47 anni, ipotesi questa dell’errore più accreditata. A chiarire il dubbio, sempre L’Illustrazione Italiana, nel numero 30 e 31 del 1887. Vedi nota: 1. “Il pittore Enrico Gaeta, trentenne, di Castellamare di Stabia, fu proditoriamente ucciso, mentre dipingeva nel bosco di Quisisana; dicesi per vendetta politica, avendo egli preso parte molto attiva all’ultima lotta elettorale combattutasi in quel collegio”.
3. L’Illustrazione Italiana, Il pittore assassinato, Anno XIV, n° 32, 24 luglio 1887, pag. 68.
4. La Stampa, Lunedì 25 luglio 1887, pag. 3.





