Archivi autore: Francesco Avallone

Informazioni su Francesco Avallone

Stabiese purosangue, nativo del centro antico, scrive e racconta la Castellammare della sua giovinezza dalla lontana Florida in cui vive.

Personaggi stabiesi incredibili

Personaggi stabiesi incredibili
Storie realmente accadute, nei ricordi di Frank Avallone

Questa storia me la raccontò mio zio Franco Avallone, il quale negli anni ’60 aveva il bar Internazionale di fronte alla stazione della Vesuviana (proprio sotto all’Hotel Desio).

Albergo Desio (piazza "Vesuviana")

Albergo Desio (piazza “Vesuviana”)

Un giorno pioveva; Catiello Catella si fregava le mani ripetendo: “Che peccato nun pozz’ie manco ‘a mangià…”, al che un giovanotto, vedendolo in difficoltà, gli disse: “Zì Catié, pigliateve ‘o ‘mbrello mio, e ghiate!”, zì Catiello prese l’ombrello e andò. Qualche ora dopo, il giovane guardando l’orologio si chiedeva:
“Ma quando torna?” Mio zio, intesa la faccenda, gli disse: “Ma tu staie aspettanno a zì Catiello? Nun ce penzà, chillo nun torna!”
Alcuni giorni dopo i due s’incontrarono nuovamente nel bar di mio zio… “Zì Catié, addò sta ‘o ‘mbrello mio?”, zì Catiello, senza battere ciglio rispose: “‘O ‘mbrello tuoio?! Continua a leggere

Mio padre

Mio padre
( di Frank Avallone )

Carissima Delfina, ogni volta che esprimi i tuoi “feelings”, circa tuo padre (rif.: “Emozioni” di Delfina Ruocco), apri un capitolo della mia vita, col quale non riesco ancora a venire a termine. Mio padre morì nel 1963 ed io ancora non riesco a scrivere la sua storia! Ora grazie a te e col cuore colmo di amore per mio padre e non mi vergogno di dirti, anche con le lacrime agli occhi, voglio parlare un po’ di lui: Mio padre, figlio di Francesco Avallone e Cira Cesino, classe 1909, era un uomo di grande talento e al di sopra di tutto generoso e premuroso. Nato in una famiglia di 7 figli e 3 figlie, lui, come primogenito, si era prefisso di aiutare la famiglia. Mi hanno raccontato che il momento più turbolente, del loro vivere quotidiano, era la cena, durante la quale alcuni componenti della famiglia litigavano per avere più riso e fagioli nei loro piatti. Mio nonno era responsabile, col suo lavoro a provvedere ai bisogni di 12 persone; mia nonna, Girella ‘a Caffettera, la chiamavano così, perchè vendeva tazzine di caffè, a passanti e vicini di casa. Nel 1928, mio padre imparò a fare i gelati, non so dove o come, comprò una macchina per farli, era una grossa macchina, con una grande ruota, al cui cento c’era un recipiente, come un catino usato per macinare l’uva. Intorno ci mettevano molto ghiaccio e a turno, giravano la manovella per fare in modo che il liquido diventasse gelato.

Gelati stabiesi - ditta Avallone

Gelati stabiesi – ditta Avallone

Avevano un carrettino, montato su un telaio di bicicletta e vendevano il gelato a Castellammare. Questa macchina io la ricordo, poiche’ nel 1948 era situata nella stanza di entrata di mia nonna. Così la ditta Avallone crebbe ed altri carrettini furono aggiunti. Continua a leggere

Leonida, le legioni romane e il canottaggio

Leonida, le legioni romane e il canottaggio
di Frank Avallone

Durante l’estate del 2011 ho conosciuto un personaggio incredibile il cui nome è “Jay Garner”, un generale saggio e di notevole esperienza, le cui gesta sono censite anche su internet con un notevolissimo curriculum, che sicuramente è conosciuto anche dal generale Castellano di Castellammare. Dunque seduti intorno alla piscina del condo, parlavamo di Leonida, gli spartani e delle legioni romane. A tal proposito lui mi faceva notare, ciò che, sia gli uni, che gli altri, avevano in comune:
N. 1 PREPARAZIONE FISICA E MENTALE ECCEZIONALI
N. 2 UNA STRATEGIA DI COMBATTIMENTO E DI SCHIERAMENTO ASSOLUTAMENTE UNICA. E LEADERSHIP DI ALTISSIMO LIVELLO.
N. 3 UNA MENTE SUPERIORE, CAPACE DI ESCOGITARE E DI PERFEZIONARE IL SISTEMA.
Ora però parliamo di canottaggio e capirete perché ho parlato di strategia militare e perché mai, tra le due cose, vi sia un parallelo. Ogni anno, a cominciare dal 1990, la Federazione Internazionale di Canottaggio (FISA), attribuisce ai canottieri che si sono distinti per sportività esemplare e carriera eccezionale, la medaglia “Thomas Keller” (EX PRESIDENTE FISA DAL 1958 AL 1989). Il massimo riconoscimento conferito ai più grandi campioni dello sport remiero!!! Se rispolveriamo l’albo, alla ricerca di due dati notiamo che la Germania (CON 82 MILIONI DI ABITANTI) ha ricevuto 6 medaglie; la Russia 2 medaglie (CON 143 MILIONI DI ABITANTI); il Regno Unito 2 medaglie (CON 62 MILIONI DI ABITANTI); il Canada 3 medaglie con (CON 35 MILIONI DI ABITANTI); l’Australia 3 medaglie (CON 23 MILIONI DI ABITANTI); la Norvegia 2 medaglie; i Paesi Bassi 1 medaglia (CON 16 MILIONI DI ABITANTI); la Romania 1 medaglia (CON 19 MILIONI DI ABITANTI), l’Estonia 1 medaglia (CON 1,5 MILIONI DI ABITANTI), il tutto per un totale di 21 medaglie… ed ora viene il bello:
CASTELLAMMARE DI STABIA ha ricevuto 4 medaglie (CON APPENA 65.000 ABITANTI):

FRANCESCO ESPOSITO (1996)
GIUSEPPE ABBAGNALE (1997)
CARMINE ABBAGNALE (1997)
AGOSTINO ABBAGNALE (2006)

Come mai tanto successo? Io mi son fatto questa domanda e per trovare una risposta mi misi in contatto con il dott. Antonio Venditti, per chiedergli dove mi potevo documentare. Lui gentilmente mi mandò alcuni dati. A seguito di ricerche incrociate ed indagini, arrivai quindi alla stessa conclusione, cui arrivò il generale Garner: una mente superiore ha escogitato la tecnica e la strategia per vincere!! Chi è costui? Certamente il dott. La Mura; è infatti lui, l’unico punto in comune tra i quattro atleti: questi grandi campioni sono venuti fuori dal Circolo Stabia, sotto la guida dello stesso allenatore, La Mura”.

Giuseppe Abbagnale e Giuseppe La Mura

Giuseppe Abbagnale e Giuseppe La Mura

Tirando quindi le somme, il futuro della nostra nazionale di canottaggio, non può prescindere da questo dato, per fare bene, alla guida di essa dovrebbe andare chi nella vita ha imparato alla perfezione le tecniche di allenamento e la strategia del dott. La Mura, e chi potrebbe farlo se non, questi grandissimi campioni? La risposta per il successo futuro è molto semplice: Francesco Esposito o gli Abbagnale sono la nostra speranza… diamogli la responsabilità ed i risultati verranno!!!

 

Il “Giu’ Germania”

Il “Giu’ Germania”
di Frank Avallone

L’italo americano Frank Avallone, stabiese in Florida, racconta la storia della sua vita.

Nel dopoguerra, da ogni parte di Castellammare, guardando verso i cantieri navali, si vedeva una nave da guerra, ancora ormeggiata alla banchina della punta del molo, con la poppa sott’acqua, e la prua fiera e orgogliosa fuori dall’acqua; gli stabiesi chiamavano questa nave “ ‘O Giu’ Germania ”. La ragione di questo nome viene dal fatto che i tedeschi la minarono, per affondarla, ma non vi riuscirono completamente. La nave era ormeggiata con grosse catene di ferro al molo. Da questa storia vennero fuori diversi modi di dire, uno in particolare curioso e divertente era il seguente: quando, qualche donna stabiese preparava le braciole legandole con molto spago, il marito raccontava: “Muglierema ha fatto ‘e braciole attaccate che catene r’‘o Giu’ Germania”.
Nel ricordo di questo periodo, la curiosità mi ha spinto ad indagare, circa il vero nome di questa nave e la storia che c’era dietro. Così la settimana scorsa, incominciai a ricercare su internet, notizie su questa nave. Con sorpresa ho scoperto una storia bella e tragica, che voglio condividere con voi.

L'incrociatore Giulio Germanico (Il "Giu' Germania")

L’incrociatore Giulio Germanico (Il “Giu’ Germania”)

Il vero nome di questa nave era “GIULIO GERMANICO”, nome di un generale romano; un incrociatore leggero di 3743 tonnellate; fu impostata il 3 aprile 1939 per essere varata nel luglio 1941 e completata nel 1943. Capitano DOMENICO BAFFIGO, ne aveva avuto il comando. Il Giulio Germanico aveva un equipaggio di 418 marinai. La nave era pronta a prendere il mare; quando l’otto settembre, l’Italia capitolò per firmare una pace separata con gli alleati. Il comando tedesco, sapendo di questa nave pronta e di 8 corvette della classe “Gabbiano”, completate o quasi, diede ordine alle truppe tedesche di prenderne possesso. Capitano BAFFIGO, invece di partire col Giulio Germanico, decise di rimanere e di difendere il porto, i cantieri e tutte le navi in rada nelle acque di Castellammare di Stabia. Con i suoi 418 marinai e con l’aiuto dei carabinieri, accorsi per sostegno, organizzò le difese.
Dopo 3 giorni di furiosi combattimenti, i tedeschi, non riuscendo a sfondare le difese, sventolando bandiera bianca, invitarono il capitano DOMENICO BAFFIGO ad una trattativa; per cui sotto la protezione del colore della bandiera, simbolo di momentanea tregua, il capitano uscì per incontrare i tedeschi; ma venne preso con l’inganno, venne tradito dal vigliacco tranello e catturato per essere fucilato. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Così il cantiere e le navi finirono in mano ai tedeschi che per l’arrivo degli Alleati americani nella vicina Salerno, di lì a poco dovettero abbandonare Castellammare per ritirarsi al di là del fiume Garigliano. Prima di partire, affondarono le corvette e tentarono di affondare anche il Giulio Germanico; la nave però decise di non collaborare e rimase per metà a galla; per cui divenne “ ‘O Giu’ Germania ”; nome estremamente appropriato “Pecche’ ‘e tedesche nu’ furono capace r’affunnà“.
Nel 1950 la nave fu recuperata, ricostruita e ribattezzata col nome “SAN MARCO“, entrando in servizio nel 1956.
DOMENICO BAFFIGO fu insignito della Medaglia d’Oro al Valore e a futura memoria dell’accaduto oggi una lapide è affissa sul muro perimetrale dei cantieri navali. Per una strana coincidenza della vita ho poi visto che quasi contemporaneamente, in questi giorni, avete rimesso in pubblicazione su “Libero Ricercatore” lo scritto: “ La Resistenza nasce a Castellammare…” a cura del prof. Antonio Cimmino, che ringrazio e dal quale ho appreso ulteriori importanti informazioni.

Cocchino

Cocchino
di Frank Avallone

Conte Gioacchino, uno dei miei amici più cari; lo chiamavamo Cocchino (soprannome che ha ancora oggi) perché la madre, quando si affacciava al balcone lo chiamava in questo modo: “Cocco di mamma tua, vieni a mangia’!” Così gli rimase quel soprannome, che tantissimi stabiesi conoscono. So il suo vero nome, solo perché era mio compagno di classe, alle elementari. Cocchino era velocissimo, sempre in movimento e si arrampicava sui platani, proprio come una scimmia, al punto che qualcuno lo chiamava “BONGO”. L’altra cosa che gli piaceva fare era di tirare le pietre. Una domenica d’estate, verso le nove e mezza di sera, di ritorno dalla villa comunale, passammo per la “Banchina ‘e zi’ Catiello”, costeggiando il mare dietro al Circolo Nautico e proprio dove c’é ora il cinema Montil, alla fine del fabbricato, sul molo che si allunga per circa 250 metri a destra verso il mare, quello parallelo alla “Banchina ‘e zi’ Catiello”, per intenderci, notammo che in fondo al molo c’era ‘na cascia ‘e mare, tirata a secco per manutenzione. Incuriositi ci avviammo per vederla da vicino. Per chi non lo sapesse, ‘a cascia ‘e mare, è una particolare boa a cui si attraccano le navi per tenerle sotto controllo. La parte superiore ha un diametro di circa due metri, a questa è attaccato un tubo, dello stesso diametro, dentro questo tubo c’é un altro tubo di circa un metro e mezzo di diametro, anch’esso saldato alla parte superiore. La base fra i due tubi è chiusa ermeticamente da una banda d’acciaio. La parte interna del tubo più piccolo è vuota, per cui c’é uno spazio, aperto di circa un metro e mezzo per due metri. Viene ancorata al fondale con una grossa catena, agganciata alla parte interna del tubo più piccolo. Si regge a galla per la camera d’aria che c’è fra i due tubi (come una campana d’acciaio, con uno spazio intercapedinale). Ora basta con questa lunga spiegazione e torniamo alla nostra storia. Noi ci avvicinavamo tranquillamente, c’era un silenzio completo, ma a circa 15 metri dalla nostra meta, sentimmo un boato spaventoso: BOOMMMMM. A nostra insaputa, Cocchino per spaventarci aveva tirato una grossa pietra al soggetto della nostra attenzione, e ci riuscì pienamente: immaginatevi il rimbombo, per l’impatto della pietra, su questo metallo cavo. Il cuore mi salì in gola; ma questo fu solo il principio di uno spavento ancora più grande, perché dall’interno della cascia ‘e mare, uscì un giovane, inferocito, che cominciò a rincorrerci, e che nella fretta cadde, incespicando nei suoi pantaloni, che freneticamente, cercava d’infilarsi; cadde due volte, imprecando e dicendo cose che per buona educazione non posso ripetere. Naturalmente ce la squagliammo velocemente (altro che Livio Berruti). Per anni mi sono chiesto: “Che ci faceva lì dentro? Era solo? Era lì per un bisogno corporale? Se quest’ultimo era il motivo, molto probabilmente l’aiutammo enormemente. Se era in dolce compagnia, certamente la sua compagna pensò, che il rimbombo era un segno del giudizio divino e che certe cose non si fanno. Che ne è stato di lei, lo lasciò, lo sposò? Penso che qualsiasi decisione prese, una è certamente sicura: “Dint’‘a cascia ‘e mare nun ce metto cchiù pere”. Anche il povero giovane, se era andato per un semplice bisogno, in solitudine e pace, certamente, quella fu l’ultima volta che ha scelto un posto simile! Forse vi meraviglierete, che allora c’era gente, che usava le strade per fare i bisogni. Ricordatevi che moltissimi stabiesi, il gabinetto in casa non lo avevano; al massimo tenevano ‘nu zi Peppe.

'O zi Peppe

‘O zi Peppe

C’era un modo di dire in quel periodo, che così recitava: “Gli amici si riconoscono nei bisogni!” E questa era la mia Castellammare nel 1952.