25 Aprile: Tra camicie Nere e fazzoletti Arcobaleno
Riflessioni da un Museo
di Giuseppe Zingone
Se c’è un nodo che il pettine della storia italiana non riesce ancora a districare, è proprio quello del 25 Aprile. Una data che, invece di essere il porto calmo della concordia, somiglia ancora oggi a un mare agitato dove le correnti ideologiche continuano a scontrarsi, agitando i relitti di un passato che molti, forse troppi, vorrebbero riscrivere o, peggio, dimenticare.
Il nostro bellissimo e sfortunato Paese sembra non aver mai fatto pace con le proprie ombre. Per gli italiani, la Liberazione è ancora un campo di battaglia cromatico: rosso o nero, a seconda del punto di vista, come se la verità storica potesse essere ridotta a un tifo da stadio. Ma la Storia, quella vera, non ha colori unici; ha le sfumature della polvere, del sangue e del fango.
Il silenzio dei testimoni e l’insidia dell’algoritmo
Siamo figli di un tempo che inizia a essere pericolosamente lontano dalla “Memoria Storica”. La maggior parte dei testimoni di quegli eventi tragici è ormai passata a miglior vita, portando con sé lo sguardo di chi ha visto l’orrore negli occhi. E noi sappiamo bene che l’essere umano ha la memoria corta, una memoria che oggi viene ulteriormente insidiata. In questi anni il negazionismo, complice anche l’uso distorto dell’intelligenza artificiale, mira a manipolare prove e testimonianze per scopi tutt’altro che al servizio della verità. È un tentativo di riscrivere il copione mentre gli attori originali lasciano il palcoscenico.
Dalla parte sbagliata
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: l’Italia era dalla parte sbagliata. Uscivamo da un ventennio fascista che ci aveva lasciati devastati e moralmente compromessi. Basti notare come i numeri della Resistenza siano cresciuti in modo esponenziale solo quando il vento ha cambiato direzione. Se prima dello scoppio del conflitto i partigiani si contavano in circa 25.000 unità, tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 il numero decuplicò, arrivando a circa 100.000-250.000 combattenti attivi. Nel dopoguerra, circa 650.000 persone chiesero il riconoscimento di partigiani, ma solo 137.344 furono ufficialmente convalidate. Un divario che la dice lunga sulla nostra attitudine al trasformismo.[1]
Nella fatica e nel tentativo di riportare l’Italia alla normalità, qualche errore lo fece anche Palmiro Togliatti.
Il caso di Gaetano Azzariti
Azzariti non fu un semplice funzionario del regime fascista, ma il Presidente del Tribunale della Razza (Commissione per le discriminazioni) dal 1938 al 1943. Era l’organo che decideva chi fosse “ebreo” e chi no, applicando le leggi razziali con estremo rigore tecnico.
Dopo la caduta del fascismo, Palmiro Togliatti (leader del PCI e Ministro della Giustizia nel 1945-46) scelse di collaborare con Azzariti. Togliatti lo nominò come suo stretto collaboratore e capo dell’ufficio legislativo del Ministero. È chiaro che il leader del PCI, nel 1946 mirava a una pacificazione nazionale e aveva bisogno di tecnici esperti che conoscessero i meccanismi della macchina statale per scrivere le nuove leggi della Repubblica. Azzariti era considerato un giurista di altissimo livello, “tecnico” sopra ogni cosa.
Grazie a questa “riabilitazione”, Azzariti proseguì una carriera folgorante: nel 1957 divenne il secondo Presidente della Corte Costituzionale italiana, rimanendo in carica fino alla morte (1961).[2]
Ma cosa si pensava all’estero del Popolo Italiano? Una per tutti la frase di Winston Churchill:
“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”.[3]
Il Museo dello Sbarco di Anzio: una risposta nel fango
Il 31 gennaio 2025, spinto dal recupero di una fotografia per il nostro archivio, e per comprendere meglio quei tragici eventi, mi sono recato al Museo dello Sbarco di Anzio. Se la nostra Castellammare subì danni immani e deportazioni per la ritirata dei tedeschi, e se Napoli ebbe l’orgoglio di liberarsi da sola, altrove la storia scrisse pagine diverse.
Lì, tra i cimeli e i ricordi di quei tragici eventi e la foto dei nostri concittadini alla processione di San Catello del 19 gennaio 1944, la domanda sorge spontanea: Ma chi ha liberato davvero l’Italia, se i partigiani erano spesso pochi, mal organizzati e in numero esiguo rispetto all’esercito germanico? La risposta ci viene incontro tra le divise dei soldati alleati che sbarcarono su quelle coste. La libertà che oggi possiamo godere e mal amministriamo è arrivata anche su mezzi corazzati stranieri, pagata con le vite di ragazzi venuti da lontano a morire su una spiaggia che non era la loro.[4]
Eravamo in guerra:
Noi dalla parte sbagliata, l’ho capito anche visitando i piccoli paesi del Lazio. A pagare il conto salato della guerra furono i civili. Le rappresaglie tedesche spesso venivano attuate come punizioni sommarie in risposta agli attacchi dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), come mi confermò, su mia diretta domanda, anche l’amico Gigi Nocera, che di queste squadre faceva parte.
Detto questo, le stime per le vittime italiane causate dagli Alleati (soprattutto tramite bombardamenti) sono generalmente nell’ordine di circa 60.000 – 80.000 civili uccisi, alcune stime arrivano fino a 100.000.
Il Fascismo Eterno e i fazzoletti di ogni colore
Umberto Eco, nel suo prezioso, Il Fascismo Eterno, (per leggere il documento clicca qui) ci mette in guardia: Quel totalitarismo può tornare sotto altre forme. Ma Eco ci ricorda anche una verità fondamentale: l’antifascismo non fu monocromatico “Io ricordo partigiani con fazzoletti di diversi colori”, scriveva. C’erano i comunisti, certo, ma c’erano anche monarchici, cattolici, liberali, tanti preti, moltissimi connazionali delusi dalla Campagna d’Africa (1940-1943): Leggi l’articolo su Gabriele De Rosa.[5]
I martiri dimenticati ogni 25 aprile:
Le vittime alleate nella campagna d’Italia, ammontano invece a circa 60.000 – 70.000 soldati, morti in combattimento, tra settembre 1943 e maggio 1945.
In alcune stime più specifiche, da registri ufficiali risulta un totale di circa 59.151 morti alleati nel periodo della campagna, con ripartizione per nazionalità (es. Stati Uniti, Regno Unito, Francia, ecc.).
Secondo fonti britanniche e americane, si parla di circa +60.000 morti o dispersi alleati, con diverse centinaia di migliaia di feriti o dispersi totali nel complesso delle operazioni.[6]
Il Museo di Anzio mi ha restituito una visione meno ideologica e più umana. Mi ha ricordato che la libertà non è stata un regalo del caso, né il merito esclusivo di dei partigiani o di chi, l’ultimo giorno, ha sostituito la camicia nera con una casacca arcobaleno. È stata un’opera corale, sofferta, fatta di resistenze eroiche e di aiuti massicci, di chi ha saputo scegliere la parte giusta quando tutto sembrava perduto.
Ad Anzio e nelle zone immediatamente limitrofe (nettunense), ci sono due cimiteri monumentali principali legati ai caduti della Seconda Guerra Mondiale. Entrambi sono nati in seguito allo sbarco alleato del 22 gennaio 1944 (Operazione Shingle) e alle violente battaglie che ne seguirono.
Ecco i dettagli e le stime ufficiali:
1. Beach Head War Cemetery (Anzio): Situato sulla via Nettunense, questo è il cimitero britannico costruito durante i combattimenti. Il nome “Beach Head” (Testa di ponte) richiama proprio l’area di sbarco.
* Nazione: Commonwealth (Regno Unito, Canada, Africa del Sud, etc.).
* Stima Caduti: Ospita 2.316 sepolture.
* Dettagli: Di queste, 291 spoglie appartengono a soldati rimasti ignoti. La maggior parte dei caduti morì tra il gennaio e il giugno del 1944.
2. Anzio War Cemetery (Anzio)
Nonostante il nome richiami la città, si trova a poca distanza dal precedente, sempre lungo la via Nettunense. È un altro sito gestito dalla Commonwealth War Graves Commission.
* Nazione: Commonwealth.
* Stima Caduti: Ospita 1.056 sepolture.
* Dettagli: È caratterizzato da una struttura molto ordinata e solenne. È importante non confonderlo con il Beach Head, sebbene entrambi ospitino soldati delle stesse forze armate.
3. Sicily-Rome American Cemetery (Nettuno)
Sebbene tecnicamente si trovi nel comune di Nettuno, è storicamente e geograficamente parte integrante del sito della battaglia di Anzio ed è il più imponente della zona.
* Nazione: Stati Uniti d’America.
* Stima Caduti: Ospita 7.860 soldati.
* Dettagli: Oltre alle tombe, è presente un “Muro dei Dispersi” che commemora 3.095 nomi di soldati i cui resti non sono mai stati rinvenuti o identificati. In totale, il sito onora quasi 11.000 vite.
Nota storica: Non esiste un cimitero militare tedesco ad Anzio. I soldati tedeschi caduti in questa zona sono stati quasi tutti traslati nel Cimitero Militare Germanico di Pomezia, che ospita circa 27.400 salme.
- Museo di Anzio 31 gennaio 2025.1
- Museo di Anzio 31 gennaio 2025.2
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- Depliant copertina
- Depliant interno 1-2
- Depliant interno 3
- Depliant facciata 4
- Depliant retro
Speriamo che, tra una rissa politica e le quotidiane polemiche, qualche italiano trovi il tempo di visitare luoghi come Anzio. Per non dimenticare. Per non smettere di essere, finalmente, un popolo unito sotto un’unica bandiera: quella della verità storica.
Articolo completato il 28 marzo 2026
[1] Gianni Oliva, Tutti antifascisti? Così ci siamo assolti, In: Avvenire del 23 maggio 2024, articolo di Lucia Bellaspiga.
[2] L’Amnistia Togliatti (ufficialmente il Decreto Presidenziale n. 4 del 22 giugno 1946) è uno dei passaggi più controversi della nostra storia. Fu firmata da Palmiro Togliatti, allora Ministro della Giustizia, con l’obiettivo di “pacificare” l’Italia dopo la guerra civile, ma gli effetti furono drastici e inaspettati.
[3] Gianni Oliva, Quarantacinque milioni di antifascisti: Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio, Mondadori, 13 Febbraio 2024, pagg. 241.
[4] Vedi: Giuseppe Zingone, 19 Gennaio 1944, articolo terminato il 20 Aprile 2021.
[5] Gabriele De Rosa, La Passione di El Alamein taccuino di guerra, Saggine editore 2002, pagg. 59.
[6] Cosa comprendono queste cifre: Questi numeri si riferiscono principalmente ai militari alleati morti in combattimento o a causa delle operazioni militari durante la campagna di liberazione dell’Italia (che va dallo sbarco in Sicilia nel luglio 1943 fino al maggio 1945). Non includono — in senso stretto — perdite civili o partigiani italiani.

















