Novembre, un anno a Castellammare

di Giuseppe Zingone

Novembre, un anno a Castellammare

Affacciato alla finestra il muro dirimpetto mi appare annerito e muschiato, rugoso sembra che una grattugia lo abbia carezzato. Zampilla una estemporanea fontanella, ha trovato la strada per sfuggire i percorsi obbligati di un tubo, consumato e vecchio.
Novembre, mesto e silenzioso, mese dei morti, la vita qui è un ricciolo di sole adagiato su un ricamo di ferro battuto di un balcone.

Novembre

Novembre

A Castellammare, Novembre è vitale e arcobaleno come un Arlecchino, con i morti condivide poco, è piuttosto il mese della riconciliazione tra vita e morte, un abbraccio fraterno quasi gioioso tra chi ha perso qualcuno e chi alla propria vita ha ancora qualcosa da dare.
Due cimiteri Vecchio e Nuovo diversi tra loro come le pagine della Bibbia, ognuno di essi ha una storia e qualcosa da raccontare: il Vecchio, calmo e quieto con i suoi angeli di marmo, gli epigrammi, le sue antiche croci, invita alla riflessione attraverso il ricordo; il Nuovo un po’ freddo, copia della nostra frettolosa vita, ideato per allontanare la visione della morte e che costringe ad una innaturale e continua rievocazione del lutto.
Dicevo però che il tragitto che porta al cimitero il due Novembre è una festa, seppur illegittima, non meditata, complessa, sei contornato di quella confusione propria del mercato, miriadi di lumini come le stelle del cielo, attendono fiamme pronti a consumarli, fiori e piante, fanno mostra di sé fuori e dentro il camposanto, non v’è lutto, non v’è riconoscenza, forse neanche più dolore. Tempi passati… il nero oggi fa solo moda, non è più una componente essenziale di comunicazione, rielaborazione e accettazione della morte.
Più in là vi salutano venditori di frittelle, di libri, vaschette di pesci rossi, qualche melograno con i suoi semi carnosi e sanguigni mi chiede se la nostra visita ai cari estinti non è altro che la doppia rappresentazione teatrale quasi piedigrottesca del nostro errare inutile e continuo alla ricerca di un futuro che ha una sola certezza…
Il momento più bello di Novembre è però il primo, festa di tutti i Santi, odora di mandorle e nocciole, di torroni molli e duri, variegati, cremosi, semolosi, raffinati, che a milioni vengono trasportati dalle pasticcerie a fidanzate, madri, nonne. Le decorazioni multicolori, ne fanno fiori commestibili, le scritte che li decorano, sagaci, irriverenti, poetiche decantano donne che dovranno attendere un altr’anno per essere riammirate, qualcuno già anticipa la sua visita alla Terrasanta, non attende; in fondo anche quello è un dovere.
Novembre trascorso con piedi sempre umidi e freddi; quello di vestiti eternamente sospesi ad asciugare al sole inconsistente e molle dei vicoli umettati, in attesa della luce di una voce che già riecheggia nei vicoli con una preghiera a Maria.

Ladispoli, lì 30 ottobre 2010

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Collaboratore di Redazione
Insegna a Roma, vive a Ladispoli, nutre molti interessi tra cui: la storia religiosa, l'arte, la fotografia e l'amore per la sua Castellammare di Stabia.

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