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( Storia, cultura e tradizioni stabiesi )

Castellammare di Stabia > l'Editoriale > 14 novembre 2010

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l'Editoriale

a cura di Maurizio Cuomo & Ferdinando Fontanella

 

 

 

 

domenica 14 novembre 2010, ore 08.00

 

 

Ogni goccia un pensiero, ogni pensiero una paura...

 

Temporale stabiese (foto Giovanna Lombardo).

Temporale stabiese (foto Giovanna Lombardo)

   

     Quando piove noi stabiesi assumiamo un’espressione cupa e preoccupata, ogni goccia che cade dal plumbeo cielo si materializza nella nostra mente sottoforma di paura. Più forte è il temporale più grande è il timore che si verifichino eventi drammatici come alluvioni, frane, straripamenti di torrenti e fiumi. Una paura che ci ha impregnato l’animo perché tante volte la nostra vita e quella della città è stata drammaticamente sconvolta dal dissesto idrogeologico. Gigi Nocera ricorda bene uno di questi eventi nel suo scritto 'O lavarone 'ncopp''a Ferrovia

“Quello che sto per ricordare forse molti stabiesi l’hanno vissuto direttamente. Non era certamente un fatto eccezionale per Castellammare: ai miei tempi accadeva almeno un paio di volte l’anno. Poiché vivo da molto tempo lontano non so se le cose sono migliorate o meno. Qualche volta accadeva dopo diversi giorni di pioggia; altre volte per degli improvvisi violenti temporali; questo “lavarone” stravolgeva la vita dei cittadini, specialmente quelli delle zone più interessate: il Cognulo e la Piazza della stazione delle FF.SS. La pioggia, dopo aver imbevuto ben bene il terreno alle falde della montagna e dei boschi di Quisisana, non trovando sulla sua strada delle adeguate canalizzazioni ed ostacoli, si riversava impetuosa nelle strade cittadine. Quando era interessato il Cognulo, questo torrente d’acqua, di pietre, di detriti vari, rami e radici d’alberi attraversava via Santa Caterina, si incanalava in quella specie di tunnel che portava in via Bonito, fermando la sua corsa contro il muro al di là del quale vi era la Capitaneria di Porto ed i silos”.

 

Il nostro territorio è per conformazione naturale esposto ad una elevato rischio, questo lo sappiamo e non lo scopriamo di certo oggi, un esempio significativo che notifica ciò, è dato dalla raccolta di documenti d'epoca operata dal dott. Giuseppe Plaitano che nel suo "San Catello e l'alluvione del 1764", ha ricordato quanto catastrofico potrebbe risultare un evento franoso dalle nostre parti.

 

Castellammare è adagiata ai piedi del Faito, un monte dalle aspre e ripide pendici ricoperto da potenti ed instabili strati di piroclasti* che in seguito a piogge possono essere facilmente mobilizzati e fluire per gravità verso il basso convogliandosi nei numerosi impluvi, quelli che noi chiamiamo rivi, e arrivare al mare. Per proteggersi da questi eventi franosi, che il buon Gigi ha chiamato “lavaroni”, è necessario attuare serie politiche di prevenzione. È fondamentale ad esempio che la copertura arborea del Faito, costituita principalmente da boschi cedui**, sia gestita con molto raziocinio, questo aspetto è trattato nello scritto I boschi cedui dei monti stabiani dove qualche anno fa riferendoci alla disastrosa gestione volta all’abbandono dei boschi o al taglio indiscriminato, nell'articolo " così commentavamo: 

“Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico gli effetti positivi legati all’aumento della superficie boschiva [nel caso dei boschi non più tagliati], che imbriglia con le radici il suolo e rallenta con le chiome i tempi di corrivazione e quindi i flussi dell’acqua evitando il dilavamento, sono in parte vanificati dall’accumulo nelle zone d’impluvio, dove si convoglia naturalmente l’acqua piovana, del materiale legnoso prodotto dalla morte degli alberi e dal disfacimento delle opere di regimazione idrica costruite in passato dai curatori del bosco. Più complessa e drammatica appare la situazione nei casi in cui il bosco è tagliato in modo indiscriminato per poi essere abbandonato… La mancanza degli alberi comporta l’aumento esponenziale dei rischi di dissesto idrogeologico, i flussi di acqua meteorica, non più contrastati dalle opere di regimazione idrica, in mancanza della copertura arborea causano pesanti dilavamenti del suolo ed innescano movimenti franosi. Questa situazione già di per sé difficile è aggravata dal comportamento irresponsabile e criminale dei tagliaboschi che dal taglio dei cedui recuperano esclusivamente la legna migliore che può essere venduta e lasciano a terra una quantità enorme di frasche... L’accumulo al suolo di imponenti quantità di legname innesca tutti quei fenomeni già esaminati nel precedente caso dei boschi abbandonati,…è altissima la probabilità che il materiale legnoso, trasportato dalle impetuose acque piovane, vada ad intasare gli impluvi impedendo così il normale deflusso dell’acqua”.

 

È necessario dunque che il corso degli impluvi che attraversano la città non sia ostruito, ma purtroppo questo non coincide con la realtà, perché tutti i rivi che interessano Castellammare sono compromessi da un intenso abusivismo edilizio e, come i recenti fatti di cronaca hanno evidenziato, ad aggravare una situazione che di per sé è già altamente rischiosa ci si mette l’incredibile e sconsiderata consuetudine di usare gli impluvi come se fossero vere e proprie discariche. Esempi di pericoli incombenti sono numerosi sul nostro territorio, destano infatti, molta preoccupazione i rivi di Pozzano, di Quisisana, di monte Coppola, del monte Pendolo. Migliaia di potenziali vittime ignare rischiamo la vita ad ogni temporale, a tutelarci non bastano i divieti, non risultano sufficienti le leggi, che comunque ci sono, è necessaria quindi una presa di coscienza seria, forte e generale che coinvolga tutti. Bisogna fermare chi abusivamente sversa rifiuti nei rivi, chi cementifica il territorio, chi distrugge i nostri boschi. Se così non sarà, continueremo ad associare ogni goccia di pioggia ad una paura, finché l’ennesimo “lavarone” non spazzerà via le nostre vite.

(la Redazione).

 

 

 

Note:
*Piroclasti: frammenti litici derivati da eruzioni in cui la spinta alla fuoriuscita del magma dalla terra è data da un’enorme esplosione che frantuma la massa fusa in tanti pezzetti proiettandoli in alto. Frammenti che successivamente, per caduta, si sparpagliano tutt’intorno al vulcano, prendendo il nome di piroclasti, parola che deriva dal greco, pyros ossia fuoco e klasto, spezzare, e significa appunto roccia spezzata dal fuoco.

**Bosco ceduo: dal latino caedŭus ossia adatto al taglio, ovvero i boschi che ad intervalli di 15-20 anni vengono tagliati quasi a raso.