Contratto d’Area torrese stabiese (parte III)

di Raffaele Scala

Cari amici, con questo terzo capitolo entriamo nel vivo delle lotte operaie e arrivano i primi importanti risultati con la firma del protocollo d’intesa con il Governo Berlusconi e primi impegni di reindustrializzazione dell’area. Come sempre le vicende s’intrecciano con la lotta politica e le ambizioni di dirigenti sindacali che puntano ad entrare in parlamento o nel consiglio regionale. Un capitolo dedicato al compianto Giovanni Zeno, l’ultimo grande Segretario Generale del comprensorio sindacale torrese stabiese, l’uomo cui il movimento operaio deve molto, se non altro per le speranze suscitate in un contesto territoriale in cui la capacità combattiva della classe operaia, e dell’intera comunità, era ancora molto alta, e forte la voglia di combattere il declino economico. 

Ringraziandovi come sempre per la vostra preziosa disponibilità. Raffaele Scala.

Giovanni Paolo II visita il cantiere, come un operaio tra gli operai...

Primi anni ’90: Giovanni Paolo II visita il cantiere di Castellammare, come un operaio tra gli operai…

La nascita della Società di Promozione TESS

Saranno necessarie nuove proteste, manifestazioni e finanche un altro, ennesimo sciopero generale a Torre Annunziata, il 14 gennaio 1994, per chiedere, ancora una volta, il rispetto degli accordi sottoscritti, per recuperare i ritardi, ma finalmente il 4 febbraio, con la denominazione di TESS (Torre e Stabia Sviluppo), i comuni di Castellammare di Stabia e Torre Annunziata e con la partecipazione della Provincia, dell’Unione Industriale di Napoli, della Gepi, acronimo di Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali, nata nel 1971 e della Spi, Società di Promozione Industriale nelle aree svantaggiate daranno vita alla Tess, con sede presso le Nuove Terme Stabiane.[1] Successivamente si allargherà agli altri comuni limitrofi, tra cui Torre del Greco, fino a quando quest’ultima sceglierà un’altra strada sottoscrivendo un nuovo e diverso Patto Territoriale con altri tre comuni, dando vita al Patto del Miglio d’Oro insieme a Portici, Ercolano e San Giorgio a Cremano. Complessivamente, senza i quattro comuni del costituente Patto dell’area vesuviana, saranno 12 i comuni aderenti alla Tess e primo Presidente della neonata Società sarà il sindaco di Castellammare, il professore universitario di scienze biologiche presso la Federico II, Catello Polito, mentre la Gepi esprimerà l’Amministratore Delegato con l’ingegner Riccardo Salvato.

Trascorreranno soltanto pochi giorni, quando cominceranno a lanciarsi accuse nei confronti della nuova Società: scatola vuota,[2] sarà il monotono, ripetitivo refrain degli anni a venire maggiormente utilizzato da quanti avranno come hobby principale quello di attaccare la Tess e da chi vedrà nella società di promozione l’ennesimo carrozzone clientelare. Quasi a dare ragione a quanti vedevano come il fumo negli occhi Torre e Stabia Sviluppo, ci saranno continui cambi dell’Amministratore delegato, ognuno dei quali, giusto per rinfocolare le polemiche, scaricherà sul predecessore le cause dei ritardi, se non dell’immobilismo nella quale la Tess precipiterà per lunghi periodi. Neanche le organizzazioni sindacali sfuggirono all’inevitabile tiro a segno contro la Società di Promozione Industriale, facile bersaglio delle colpe di tutti, man mano che ci si rendeva conto di come il sogno della svolta era destinato a rimanere tale.

Manca un programma operativo di Task Force, Regione, Gepi e Spi sui contenuti specifici della progettazione industriale e sulle opere e infrastrutture da realizzare. Non è stato ancora delineato il piano di lavori socialmente utili (Lsu) e di formazione professionale. Una situazione divenuta insostenibile, dopo oltre un anno di confronti avuti con Governo nazionale, regionale e le imprese (…) subiscono e assumono politiche liberiste che contraddicono (…) il disegno originario definito sull’assetto dell’economia di questo territorio e ne impediscono l’avanzamento. Tali politiche ridimensionano la qualità dell’intervento pubblico riportandone la presenza a pura consulenza tecnico progettuale (…) La Società per la reindustrializzazione dell’area nasce quindi in dipendenza di tali orientamenti, chiaramente segnata e carica di contraddizioni (…)

recitava uno dei tanti documenti prodotti da Cgil Cisl Uil di quegli anni burrascosi, comunicati che risentivano dello stile asciutto ed efficace di Giovanni Zeno.

Mentre non rallentavano le fibrillazioni operaie, le stesse organizzazioni sindacali comprensoriali mantenevano alta la tensione, quando, saputo di una convocazione per il 17 marzo da parte della Task Force governativa con i rappresentanti istituzionali e sindacali del capoluogo campano per discutere contemporaneamente delle tre aree di crisi della provincia, chiedevano, come area torrese stabiese, una riunione preventiva per (…) Uno specifico confronto sui punti di crisi di questo territorio (…). Vi era, tra i gruppi dirigenti di Cgil Cisl Uil comprensoriali, ma in particolare da parte della Camera del Lavoro stabiese e del suo leader maximo, maggiormente sensibile ai temi dell’autonomia, la preoccupazione di rimanere schiacciati da Napoli e dai suoi problemi, quella centralità conquistata in quei due anni di coraggiosa lotta dal movimento operaio di Castellammare e Torre Annunziata.

Se tale esigenza non fosse accolta – recitava ancora la richiesta inviata a Gianfranco Borghini e al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Maccanico – le rappresentanze sindacali dell’area torrese stabiese sarebbero costrette a non partecipare a incontri infruttuosi che alimenterebbero ulteriormente le gravi tensioni presenti tra i lavoratori.

A sostegno della posizione assunta, Cgil Cisl Uil proclamò per il 15 marzo lo sciopero dei lavoratori dell’industria, chiedendo per quella data un incontro al sindaco di Castellammare, al Commissario Prefettizio di Torre Annunziata e all’Amministratore delegato della Tess. Inoltre per il 17, nelle stesse ore in cui si teneva la riunione romana, era proclamata una manifestazione di protesta a Castellammare, in Piazza Principe Umberto, con una catena umana intorno al monumento dei caduti in guerra.

In quella primavera del 1994 la segreteria confederale comprensoriale della Cgil si orientò verso un rafforzamento delle strutture sindacali presenti sul comprensorio affidando ad Alfonso Natale la responsabilità confederale della Zona di Sorrento e ad Antonio Aprea, Segretario Generale della Filcams, il compito di operare con particolare assiduità in penisola sorrentina per potenziare il gruppo dirigente aziendale della categoria, ad Alfonso Selleri, un impiegato del comune di Castellammare ma da vent’anni attivissimo quadro intermedio della Cgil con numerosi incarichi già ricoperti in passato, fin da quando fu costituita la prima Zona unitaria nel 1976, il compito di dare slancio politico al lavoro di ricostruzione sindacale a Gragnano, la Città della pasta dove la sua antica Camera del Lavoro viveva da troppi anni un’esistenza asfittica, mentre su Torre Annunziata si decideva il rientro a tempo pieno nella Funzione Pubblica di Giuseppe Acanfora, sostituendolo con Raffaele Scala, Segretario Generale della Fillea, la cui categoria aveva dato un cosi determinante contributo alle lotte di quegli anni difficili.

In aprile era stato eletto il nuovo Segretario Generale della Camera del Lavoro di Napoli, Michele Gravano, in sostituzione di Gianfranco Federico (1950 – 1998), candidato nelle elezioni amministrative del capoluogo campano tenutesi nel dicembre 1993. Queste elezioni avevano visto la vittoria di Antonio Bassolino a capo di una coalizione progressista, realizzando una nuova spettacolare stagione politica, tanto da far gridare da più parti, forse troppo frettolosamente, a un nuovo Rinascimento dell’antica capitale dell’ex Regno di Napoli. In realtà quel presunto rinascimento rimase solo una crisalide che non volle o non ebbe possibilità di trasformarsi in qualcosa di serio e duraturo. Nonostante fosse stato rieletto nel 1997 con oltre il 72% di preferenze Bassolino lasciò la carica di sindaco, preferendo quella di Ministro del Lavoro nel governo D’Alema nell’ottobre del 1998. Un’esperienza negativa, resa tragica dall’uccisione del suo consulente giuridico, Massimo D’Antona, assassinato dalle brigate Rosse il 20 maggio 1999 e provocando le sue stesse dimissioni dalla carica. Eletto nel 2000 Presidente della Regione Campania, Bassolino s’impantanò e rimase travolto dall’emergenza rifiuti, chiudendo miseramente, sotto i colpi delle inchieste giudiziarie, la sua carriera politica così brillantemente iniziata trent’anni prima. Della sua avventura politica napoletana rimarrà soltanto il ricordo delle montagne d’immondizia che invasero le strade di Napoli e della sua provincia, il ricordo dei roghi accesi per disperazione, delle rivolte popolari contro le discariche, degli attentati camorristici contro i camion della spazzatura, della politicume che aveva speculato ignobilmente, delle lobby che si sono arricchite. E rimarrà, indelebile, il ricordo dell’incapacità amministrativa del suo successore a sindaco, Rosa Russo Iervolino, due nomi, due volti che hanno definitivamente affondato la classe dirigente politica della sinistra napoletana.

Alla Iervolino l’epitaffio glielo scrisse Luigi De Magistris, sindaco di Napoli eletto nel 2011, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il successivo 23 agosto:

Per almeno tre anni la città non è stata male amministrata, non è stata amministrata per niente. Quando siamo arrivati a Palazzo dei Baroni, tre mesi fa, non funzionavano nemmeno le penne.

Lungo i sei mesi di vacatio alla guida della Camera del Lavoro di Napoli, vi era stata una girandola di nomi sul successore di Gianfranco Federico e tra i più accreditati era dato quello di Giovanni Zeno, al punto da essere lui stesso a dare ormai per scontata la sua nomina, assicurato in tal senso da Sergio Cofferati, il carismatico Segretario Generale della Cgil succeduto al dimissionario Bruno Trentin nel 1994. La doccia fredda dell’elezione di Michele Gravano sarà la prima di una serie di sconfitte destinate a costellare gli ultimi anni di vita del segretario del comprensorio vesuviano. Giovanni Zeno – così com’era già accaduto a Salerno, nella categoria dei Trasporti e nella stessa confederazione regionale – fortemente consapevole delle sue capacità ma privo dell’umiltà necessaria, per certi versi indispensabile in questi ambienti, pagava ancora una volta per la sua incapacità di costruire il consenso intorno al suo nome, di produrre alleanze durature con i dirigenti delle diverse categorie e con quelli della stessa confederazione.

Di notevole spessore il curriculum vitae di Michele Gravano. Laureato in scienze politiche, era nato a Mondragone nel 1948. Aveva cominciato, come tanti della sua generazione, la militanza, ancora studente universitario, prima nel Pci e poi, già nel 1970, le prime esperienze nella Cgil come responsabile della Federbraccianti, nella zona del Basso Volturno e nel 1971 nella segreteria provinciale dei tessili (Filtea Cgil). Nel 1974 diventa Segretario di Zona della Camera del Lavoro di Aversa e nel 1976 di Caserta, di cui diventerà Segretario Generale, maturando un’esperienza sindacale che lo porterà in seguito a Napoli dove sarà eletto nel gennaio 1979 nella segretaria regionale confederale retta da Giuseppe Vignola e in seguito da Silvano Ridi, Segretario generale regionale della Fillea nel 1982 e nella segreteria nazionale della Fillea nel 1986. Seguì nel 1988 un’esperienza romana nella direzione del Pci, a Botteghe Oscure come Responsabile nazionale nel dipartimento Politiche sociali e del lavoro e di Segretario Generale della Cgil di Reggio Calabria nel 1990 prima del rientro a Napoli, dove rimarrà nei successivi venti anni, lasciando l’incarico a Franco Tavella nel giugno 2011. Gravano tornerà a Reggio Calabria nel gennaio 2012, dove sarà eletto Segretario Generale regionale della confederazione.

Giovanni era più di un dirigente sindacale, era un capo, aveva le doti del leader perché sapeva creare entusiasmo tra i lavoratori e tra i dirigenti dell’organizzazione (…) Però ha dato fastidio a molti per come è oggi l’organizzazione. Aveva un difetto questo compagno che non gli ha consentito di vedersi riconosciuto quanto meritava: non frequentava i gruppi organizzati, soprattutto negli ultimi anni. Giovanni non ha mai raggiunto gradi elevati ai quali poteva tranquillamente aspirare nella nostra organizzazione perché non si è mai adeguato ai codici che ti consentono di raggiungere livelli di responsabilità di direzione. Non voglio qui usare linguaggi mascherati o criptici: Giovanni non ha mai fatto parte dei gruppi che decidono la selezione dei quadri, soprattutto in questi ultimi dieci anni. Io non so quello che succede nelle altre province ma qui a Napoli, in Campania, questo è molto forte…[3]

Nella testimonianza di Massimo Montalpari, un vecchio compagno con 40 anni di militanza politica e sindacale alle spalle – è nato nel 1942 – dirigente autorevole della Cgil napoletana e campana vi è uno spicchio di verità che aiuta a capire e a riflettere su come sia difficile e complesso muoversi e agire in un’organizzazione di massa e di come i meccanismi di formazione e selezione dei gruppi dirigenti seguano regole non sempre chiare e uguali per tutti, non dissimile da quanto accade nel sistema che pure quell’organizzazione critica, avversa e combatte.

La firma del Protocollo d’Intesa con Silvio Berlusconi

La situazione dell’area torrese stabiese rimaneva drammatica, mentre la Tess andava delineando primi progetti come la sistemazione del Museo Archeologico di Castellammare, da trasferire in una ristrutturata Villa Gabola; il recupero della Reggia di Quisisana da trasformare in una scuola di restauro, centro di congressi, foresteria per studiosi e antiquarium; l’istituzione del Parco Archeologico di Varano e la realizzazione di un porto turistico. Per Torre Annunziata si prevedeva di realizzare un Centro industriale integrato sulla dismessa area della Tecnotubi e il porto commerciale. Complessivamente 1500 nuovi posti di lavoro da realizzare entro quattro anni.

Sotto accusa era in quei mesi anche la Regione Campania, accusata di venir meno al suo compito di programmazione del territorio, per la mancata realizzazione di alcune importanti infrastrutture e il mancato avvio dei piani di formazione e riqualificazione professionale. Così, come avevano già fatto i tre segretari Cgil Cisl Uil di Napoli, che nell’ultima decade di settembre avevano scritto al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per sollecitare un incontro rispetto agli impegni assunti e disattesi del Protocollo d’Intesa sottoscritto il 5 novembre 1993, anche le segreterie comprensoriali dell’area torrese stabiese, lanciavano in ottobre un appello al governo affinché predisponesse le scelte e le risorse finanziarie per gli interventi da tempo configurati nel programma di sviluppo del territorio. La convocazione arrivò per il 26 ottobre, presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e da qui l’impegno a sottoscrivere entro breve tempo un Protocollo d’Intesa per definire i piani di reindustrializzazione, la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali, con un occhio particolare alle Terme stabiane, alla Reggia di Quisisana, al Museo di Villa Gabola, al porto turistico e al potenziamento delle infrastrutture necessarie al riassetto più complessivo del territorio.

Saranno necessarie nuove manifestazioni di protesta a Castellammare, come a Torre Annunziata, di lavoratori e studenti, prima di approdare al Protocollo d’Intesa del 19 dicembre, ultimo atto del primo Governo presieduto dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. I giornali diedero ampio spazio all’evento e un periodico locale, uscito in edizione straordinaria, intitolò a caratteri cubitali, Tess: il sogno diventa realtà.[4] Furono in molti a crederci perché gli impegni erano chiari e calendarizzati. Entro 45 giorni, si diceva, dovrà essere presentato al Cipe il programma articolato d’interventi per l’avvio della fase operativa del progetto d’area.

E’ finito il tempo della propaganda, diceva un comunicato stampa di Cgil Cisl Uil del 2 gennaio 1995, Si apre una pagina nuova che misura la capacità progettuale delle istituzioni, della politica, dei soggetti imprenditoriali.

L’euforia non durò a lungo, trasformando ben presto quel sogno in un lungo interminabile incubo. Già nei primi giorni di febbraio, prima la Scac e poi la Deriver riaccesero i focolai della protesta operaia bloccando i binari della Ferrovia a Torre Annunziata, mentre a Castellammare i lavoratori delle Raccorderie Meridionali protestavano davanti a Palazzo Farnese per richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla grave situazione industriale dell’area. Sulla stampa le organizzazioni sindacali minacciarono lo sciopero generale comprensoriale e non mancava chi parlava apertamente di un bluff ai danni dei lavoratori dell’area torrese stabiese. Il 28 febbraio, 300 lavoratori protestavano a Napoli sotto il Palazzo della Giunta regionale della Campania, presieduta dal Popolare Giovanni Grasso (1940 – 1999). Il vecchio democristiano, da politico navigato si difese mostrando come, fin dal 23 di quello stesso mese, fosse stato approvato il Progetto Integrato d’Area e dichiarandosi disponibile a una serie d’incontri ravvicinati per completare le diverse proposte.

Nonostante i buoni propositi e i proclami di ottimismo da parte di istituzioni, politici e sindacalisti, avanzava la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una strada ancora lunga e accidentata da percorrere. In particolare all’interno della Cgil si ragionava sulla necessità di imprimere una diversa forza alle lotte operaie, di modificare alcuni obiettivi, di uscire dall’impasse istituzionale in cui, in qualche modo erano cadute le stesse organizzazioni sindacali, imbrigliate in riunioni fiume e ripetitive senza nessuno sbocco operativo, ma soprattutto sembrava, ad alcuni, necessario prendere le distanze dalla Tess, il cui nuovo amministratore delegato, Vinicio Bottacchiari, uomo dall’eccentrica intelligenza, somigliava sempre più a un venditore di fumo. Giovanni Zeno inseguiva sempre più una sua idea, un suo ambizioso progetto, in contrasto con quanto accadeva in realtà sul territorio e, inevitabilmente, andava dissolvendosi, lentamente, ma inesorabilmente, quel clima di unità, di compattezza che aveva contraddistinto il gruppo dirigente della Cgil comprensoriale. Anche nella Cisl e nella Uil si andavano assumendo posizioni politiche tese a prendere le distanze dal Segretario Generale della Cgil comprensoriale, cominciando a liberarsi da una sudditanza psicologica, indubbiamente esercitata da Zeno per le sue maggiori e riconosciute capacità intellettuali e culturali. Polemiche feroci e contrasti sempre più insanabili emergevano rispetto alle posizioni da assumere nei confronti delle diverse istituzioni: Catello di Maio e Raffaele Scala evidenziavano nelle riunioni e sulla stampa sempre più una linea critica, mentre Giovanni Zeno rimaneva fermo nel suo proposito di mantenere il timone della non belligeranza con il commissario prefettizio di Torre Annunziata, Ennio Blasco, con l’amministratore delegato della Tess, Vinicio Bottacchiari e nei confronti della Regione, retta, ma ancora per poco, da Giovanni Grasso. Da li a poco, il 23 aprile, si sarebbero tenute le elezioni regionali, provinciali e comunali, queste ultime riguardanti alcuni comuni del comprensorio come Pompei e Boscoreale.

Si cominciò a vociferare di un’eventuale candidatura di Zeno in Consiglio regionale e di nuovo si aprirono polemiche, conflitti, lotte sotterranee, veti, invidie di cui non molto è dato sapere, ma facili da immaginare. Di certo vi era la disponibilità del sindacalista, la cui candidatura era da lui stesso favorita e sollecitata, seppure a certe condizioni. La più importante tra queste sottolineava come la sua dovesse essere una candidatura unica sull’area torrese stabiese per avere, se non la certezza, buone probabilità di vittoria nelle elezioni. Garanzie ricevute in un primo momento da esponenti provinciali del Pds, ma successivamente ritirate in quanto il partito impose, oltre Zeno, le altre candidature territoriali di Vincenzo Barbato e Antonio Di Martino. Il primo, originario di Torre Annunziata, operaio dell’Alfa Sud di Pomigliano D’Arco, era un noto dirigente locale del Pci prima e del Pds poi, già altre volte candidato, senza molta fortuna, nelle diverse tornate elettorali: il secondo, stabiese, da oltre un ventennio dirigente di primo piano del Pci, consigliere comunale, segretario del Partito e figura politica molto nota nella zona. Naturalmente a queste condizioni Zeno non si candidò, facendo tirare un lungo sospiro di sollievo a più di uno nei diversi palazzi del potere politico. Probabilmente Giovanni agì come ci si aspettava facesse e per questo furono avanzate le altre due candidature. Di Martino (8.349 preferenze) e Barbato (7.602) saranno rispettivamente primo e secondo tra i non eletti. Il nuovo sistema maggioritario e le incomprensioni all’interno dello schieramento di centro sinistra, portarono alla vittoria del Polo di centro destra e a Presidente della Giunta regionale, Antonio Rastrelli, esponente di Alleanza Nazionale. Nato a Portici nel 1927, Rastrelli proveniva dal Movimento Sociale Italiano, partito nel quale aveva militato dal 1948 e fino al passaggio nella nuova formazione politica sorta nel gennaio 1994, fortemente voluta dal suo leader Gianfranco Fini.

Per la seconda volta in meno di un anno Giovanni Zeno vide infrangersi le sue personali ambizioni contro le ostilità degli altri, contro un muro che si ergeva ogni qualvolta tentava di andare oltre il ruolo assegnatogli. Così era accaduto, nell’aprile del 1994, nella sua corsa verso la carica più prestigiosa della Cgil, così accadeva ora, chiuso dal suo partito, il Pds. Ma non vi era tempo per soffermarsi sulle sconfitte personali e comunque Zeno non socializzava questi temi, non dava la possibilità né a sé né agli altri di superare la sua dura scorza di uomo in apparenza cinico e indifferente ai sentimenti propri e altrui. Nel Paese le aree di crisi riconosciute come tali si moltiplicavano, almeno 36 nel giugno ’95, ma non per questo diventava più incisiva la politica del governo, anzi, tutto rimaneva terribilmente immobile tranne la cassa integrazione straordinaria. Per continuare a usufruire di questo particolare sostegno al reddito, in alcune aree, come quella torrese stabiese, per prorogarla, fu necessario andare in deroga alle leggi ordinarie, avendo esaurito i limiti imposti dalla legge. La cassa integrazione straordinaria in deroga era da considerarsi uno strumento eccezionale, una proroga limitata nel tempo applicata per particolari casi di emergenza occupazionale per aziende di una certa dimensione e come tale andava soggetta a un apposito deliberato del Cipe, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, con tutte le difficoltà che si andavano originando a ogni scadenza, provocando sempre nuove e più forti tensioni operaie. Di concreto si avviavano primi progetti di Lavori Socialmente Utili (Lsu) per cassintegrati senza possibilità di rientro nella fabbrica d’origine. Questo nuovo bacino si allargava sempre di più, senza riuscire a creare nuovi veri, posti di lavoro e nel tempo assumerà proporzioni sempre più vaste fino a diventare incontrollabile.

Il Parco Virtuale sulla Tecnotubi

Le riunioni, i confronti, gli scontri, anche duri, si susseguivano ormai senza soluzione di continuità ma non per questo approdavano a qualche risultato concreto. A sbloccare parzialmente la situazione fu una delibera del Cipe dell’8 agosto, stanziando 54 miliardi per il restauro delle Antiche Terme Stabiane, della Reggia di Quisisana e della Villa Gabola, mentre sembrava concretizzarsi il polo industriale da realizzare sull’area della Tecnotubi, con circa 19 aziende disponibili a collocarvisi, alcune provenienti dal nord del Paese. In settembre si dava per certo l’avvio della terza corsia sulla Napoli Salerno con 386 miliardi già disponibili. Ancora delusioni ed entusiasmi accesi e brutalmente spenti, un’altalena di sentimenti contrapposti le cui conseguenze si rovesciavano sul territorio, con gli operai di nuovo sulle strade a occupare, come sempre, lo sfortunato casello autostradale di Torre Annunziata, vittima predestinata con il suo ingorgo d’auto, camion, autobus, autoambulanze e quanto di altro attraversava quell’intasatissimo nastro d’asfalto, sicuramente il più maledetto d’Italia.

A scompaginare i delicati equilibri della Tess sopravvenne il nuovo assessore regionale all’Industria di Alleanza Nazionale, Francesco D’Ercole, un personaggio destinato ad avere un ruolo sempre più importante nelle problematiche dell’area torrese stabiese, fino a essere nominato nel marzo 1998 Responsabile unico del Contratto d’area di quel territorio e con ciò suscitando nuove e sempre più velenose polemiche tra le diverse forze politiche e sociali. D’Ercole in un convegno tenuto sulle prospettive della Tess, il 16 ottobre 1995, poco dopo essere stato eletto assessore regionale, aveva esordito precisando d’essere contrario all’allargamento ad altri comuni della cosiddetta area Tess perché (…) Così si rischia solo di dare vita a un’altra questione meridionale con il consecutivo sfaldamento dei finanziamenti (…). La posizione del dirigente regionale era, e lo sarà ancor più negli anni a venire, largamente ed equamente condivisa da esponenti di destra e di sinistra, ma nessuno mai agirà concretamente per far cambiare rotta a quanti esponevano idee diverse pur avendone i poteri decisionali, a dimostrazione delle tante chiacchiere da comizio elettorale spese a discapito dei loro rappresentati. Probabilmente era chiara la necessità di un processo irreversibile, teso a superare gli spazi angusti di una Società di Promozione nata sull’onda dell’emergenza occupazionale della sempre più ex isola industriale della Campania. Bisognava allargare gli orizzonti, avere un maggiore respiro, guardare ad altri spazi, ad altri settori e questo poteva avvenire soltanto creando nuove prospettive, significava guadagnare maggiori poteri decisionali, aumentare la propria importanza nei confronti delle altre istituzioni, essere pronti, insomma, a trasformarsi in un’Agenzia regionale, come poi sarà, fino ad avvitarsi su se stessa ed essere abbandonata dalle diverse istituzioni, in particolare dall’Ente regionale, diventato il suo principale azionista, che ne decreterà la messa in liquidazione nel gennaio 2012, dopo una lunga agonia durante la quale i 29 dipendenti rimasero senza stipendi per molti mesi.  Ma ora ci si arricchiva soltanto di inutili e sterili polemiche e intanto la situazione rimaneva drammatica, come testimoniava il continuo calo occupazionale nelle 13 maggiori aziende industriali di Castellammare e Torre Annunziata, così come risulta da un’analisi effettuata dall’autore all’epoca della sua segreteria confederale comprensoriale e qui riportata sinteticamente:

Posti perduti Complessivamente, nelle 13 maggiori aziende dell’area, tra il 1985 e il 1998 si perderanno 4.241 posti di lavoro. Una leggera ripresa dell’occupazione si registrerà nel 1999 con i primi insediamenti sull’area Dalmine, toccando i 2357 occupati, registrando per la prima volta un segno positivo, ma sarà un fuoco effimero destinato a scomparire con le prime crisi, come meglio vedremo in seguito. Intanto sul finire di quel 1995 si proclamava un nuovo sciopero generale e ancora una volta a Torre Annunziata, l’11 dicembre, quando il lungo corteo concluse la sua manifestazione davanti al Municipio dove li attendeva il neo eletto sindaco, l’avvocato Francesco Maria Cucolo. Alla guida di una coalizione di centro sinistra, Cucolo aveva sconfitto il candidato del Polo, Vincenzo Sica, nel secondo turno di ballottaggio tenutosi il 3 dicembre e subito lanciato nella mischia di una città da troppo tempo ormai senza pace sociale. Da subito il già anziano avvocato, un lontano passato da socialdemocratico negli anni Settanta e un’esperienza da consigliere comunale, si ritrovò la sede municipale occupata dai lavoratori, per sollecitare una risposta del governo da troppo tempo latitante rispetto alle attese e alle speranze mai trasformate in realtà. E poi di nuovo, due giorni dopo, l’immancabile appuntamento con la travagliata corsia dell’ormai famigerata autostrada: a centinaia i lavoratori della Deriver, della Dalmine, della Tecnotubi, della Scac e dell’Imec, protestavano per ricordare a tutti la loro condizione in quel giorno di Santa Lucia, per chiedere il rispetto degli accordi strappati a suon di scioperi, di denunce, d’avvisi di garanzia e processi penali, ma non per questo mantenuti da chi chiedeva agli altri il rispetto delle regole, l’applicazione delle leggi. L’ennesimo incontro si tenne il 20 di quello stesso mese, una riunione fortemente voluta e per la quale si erano mobilitati i lavoratori e la città di Torre Annunziata, su cui pendeva la situazione industriale più drammatica. (…) la tensione rimane alta e forti sono le aspettative rispetto agli esiti concreti che il confronto deve produrre (…), scrivevano nei loro comunicati le organizzazioni sindacali.

Dal vuoto di quell’incontro, Cgil Cisl Uil, riproponevano con maniacale ossessione gli stessi temi, gli stessi concetti, scritti, come sempre, da Giovanni Zeno con la sua scrittura asciutta ed efficace, un martello che batteva sullo stesso chiodo, per conficcare nella mente di chi doveva leggere, percorsi e obiettivi, per convincere gli scettici, esterni e interni al proprio schieramento, qual era la via da battere.

Si può originare una pericolosa emergenza sociale, carica di contraddizioni internamente al mondo del lavoro e tra quest’ultimo e le amministrazioni comunali, se non si velocizzano i tempi di cantierizzazione delle prime opere e non si realizza un salto di qualità nell’azione delle sedi di governo degli enti locali, nelle iniziative delle forze politiche e sociali, per superare impostazioni municipalistiche (…).

Quanto la situazione fosse caotica, senza programmi e senza strategie, lo dimostrò, se ancora ve n’era bisogno, una riunione tenuta l’11 gennaio 1996, presso l’assessorato regionale all’industria, alla presenza del Presidente dell’amministrazione provinciale, Amato Lamberti, dell’amministratore delegato della Tess, Vinicio Bottacchiari, il rappresentante dell’Unione Industriali di Napoli, Carlo Porcaro e della Società di Promozione Industriale (SPI), Falzarano, lo stesso D’Ercole, i diversi sindaci dell’area torrese stabiese e, naturalmente, le organizzazioni sindacali territoriali. A Cgil Cisl Uil, l’assessore regionale D’Ercole confermava che (…) per quanto attiene ai programmi di reindustrializzazione, Gepi, Tess, SPI, hanno comunicato l’esistenza di numerose richieste d’allocazioni d’imprese sull’areaTecnotubi (…), garanti se ne facevano Bottacchiari e Falzarano nelle loro funzioni di dirigenti delle rispettive Società. In realtà pochi giorni dopo era presentato sulla stampa un mega progetto da 160 miliardi e 400 posti di lavoro, (…) Il più grande Parco europeo della realtà virtuale, la Disneyland del mondo classico (…). A rendere credibile il progetto erano i soggetti imprenditoriali interessati alla realizzazione del Parco virtuale, quali l’Olivetti, la Gemina e la Sony.

Grazie ad una sofisticata tecnologia sarà realizzata il più grande schermo Imax d’Europa. Come a New York, a Tokyo e a Sidney, una struttura alta 20 metri e con una superficie di 600 metri quadrati avvolgerà il pubblico in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo. Ma Tecnopolis significa anche museo virtuale, simulazione dinamica, cinema multisala in tre dimensioni che permetteranno di viaggiare nel cyberspazio (…),scriveva con enfasi Il Mattino, ma non erano da meno gli altri giornali, tra cui, La Repubblica. [5]

Come in un copione già scritto e sperimentato, il bellissimo progetto si trasformerà in un tormentone senza fine, con alti e bassi, polemiche infinite, cambiamenti continui di scena, di soggetti imprenditoriali simili alle ombre cinesi perché apparivano e svanivano secondo le circostanze, come una fantomatica multinazionale svizzera che per mesi tenne banco nelle discussioni sul progetto, già allora sempre più somigliante a un miraggio di mezza estate. A un tratto si cominciò a sussurrare il nome della Warner Bros ma la bolla d’aria sparì subito per fare posto, nella torrida estate del 1998, ad Alessandro Abate, un chiacchierato imprenditore campano, già fortemente impegnato nel settore siderurgico, con aziende nell’avellinese. Abate non sarà da meno degli altri, avviando una telenovela le cui puntate si concluderanno come nei peggiori b-movie, con una banale scomparsa dalla circolazione dopo aver acquistato e rivenduto l’area interessata nel corso del 2006. Furono otto anni di passione durante i quali le organizzazioni sindacali si erano sorbiti le sue continue lamentele contro la Task Force e la Tess, colpevoli di rallentare il suo progetto in cui stava spendendo inutilmente tempo e denaro senza ricavarne niente, solo problemi. La Tess e la Task Force, a loro volta, lo inseguivano senza riuscire a obbligarlo a mantenere fede agli impegni, in una pantomima dove non era chiaro chi giocava con chi. O forse era tutto fin troppo chiaro. Inutilmente vi era chi proponeva di cambiare soggetto imprenditoriale, visto la sua inaffidabilità, ma era tacciato d’incompetenza. Fino alla sua sparizione definitiva, dopo sei anni di ballon d’essai. Naturalmente di questo famoso Parco virtuale nemmeno l’ombra.

Ancora negli anni successivi vi sarà chi tenterà di resuscitarlo con stratagemmi di varia natura, in molti continueranno a fingere di crederci ma nessuno, realmente, farà nulla affinché il progetto si concretizzi. Il suo fantasma apparirà a più riprese fino al 2011, quando ormai la stessa Tess entrerà in agonia, cessando a sua volta di esistere con la messa in liquidazione del 30 gennaio 2012.

Impegni solenni si ascoltarono il 29 di quello stesso mese in Task Force a Roma e ancora una volta ci fu chi gridò alla svolta, Finalmente TESS può navigare in mare aperto, arrivò a sbilanciarsi il pur cauto sindaco di Castellammare, Catello Polito. E si ricominciò a parlare di progetti, di posti di lavoro, della rinascita del territorio. In una successiva riunione del 23 febbraio, sempre nella Task Force di Gianfranco Borghini, l’entusiasmo sembrò non contenersi nel magnificare quel Parco virtuale capace di far rivivere, attraverso sofisticate tecnologie cibernetiche, le suggestioni dell’antica Pompei prima dell’eruzione del Vesuvio. Si aggiunse a questo, un nuovo grandioso progetto per realizzare un polo agro alimentare con produzione da destinare al mercato estero, in particolare quello medio orientale, da collocare sull’area dismessa dei Cmc. Questo nuovo piano industriale, presentato dai fratelli Rosanova di Sant’Antonio Abate, notissimi imprenditori già operanti nel campo delle trasformazioni alimentari, fu accompagnato, come sempre, da lunghe e astiose polemiche e nel tempo trasferito, nelle diverse ipotesi dei dirigenti della Tess, prima sull’area Scac, poi su quella Deriver, fino a scomparire nel nulla nel 1998.

Continua…

N.B.: Chiunque possa e voglia fornire notizie e foto utili all’approfondimento dei temi trattati può contattarmi sia tramite il sito www.liberoricercatore.it, sia tramite la mail: raffaele_scala@libero.it. Grazie

Note:
[1] Cfr. Statuto, Costituzione, Sede e durata della Società per Azioni denominata Tess con atto del notar Carlo Iaccarino del 4 febbraio 1994
[2] Il Mattino, del 14 marzo 1994, art. Il piano di rilancio è solo un sogno, di Giampaolo Longo
[3] Testimonianza di Massimo Montalpari all’autore e ad Antonio Aprea nel 1998.
[4] Metropolis, edizione speciale Castellammare, del 30 dicembre 1994, titolo cubitale in prima pagina: Tess il sogno diventa realtà.
[5] Il Mattino del 24 gennaio 1996: Un museo virtuale per gli scavi, di Ciro Sabatino e La Repubblica del 25 gennaio: Pompei, il futuro ad alta definizione, di Antonio Ferrara

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