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La
voce del dialetto, la casa del cuore
La chiamata del dialetto risulta inesorabile e urgente per
chi, lontano dalla propria terra o lontano dall’accesso
al dialettale, ha costruito le sue prime relazioni
affettive e ludiche nel terreno linguistico
locale: i giochi, i pianti, i primi baci
nascosti, gli odori dell'infanzia, le figure dei giochi e
le sue parole. Interi scenari si sedimentano nella memoria
del cuore. Non si potrebbe chiamare altrimenti, visto che
le memorie che verranno dopo saranno articolate in una
catena associativa di più labile impressione.
Provate a chiacchierare con un anziano nel pieno delle sue
funzioni o anche in situazione di malattia, troverete una
traccia della sua presenza là, nel linguaggio dialettale,
in dei proverbi antichi che egli vi elargirà come
caramelle dolci di un tempo. Là troverete, quell'appiglio
che vi permette di partire e abitare il suo mondo così
lontano, così vicino. Tutto si costruisce nella nostra
memoria come uno scheletro emozionale incancellabile. Ma
le parole del dialetto sono mondi mentali di diversa
natura, esperienze prime in cui il nostro vissuto del
mondo si è acceso al divenire. Il dialetto è la casa del
cuore. È un'inesorabilità a cui non sfugge nessuno.
L' emigrato che costruisce canzoni dialettali napoletane
alla sua amata lontana pur parlando correntemente la
lingua locale o straniera. La lacrima dell'intellettuale
in terra straniera o nel proprio territorio all'ascolto di
un'espressione antica. Non è solo una questione di fatto linguistico
o di vita
pratica, il dialetto è un modo di pensare
il mondo. Un mondo dove il corpo era libero di forgiarsi
con il cuore che palpitava, dove il flusso di immagini,
colori, parole e voci potevano liberamente circolare in
noi, liberi da qualsiasi struttura costituita. Potremmo
addirittura osare dire di più, il dialetto è l'accesso
piú libero al mondo e a noi stessi! Quando il dialetto
arriva all’arte, allora tutto può accadere. La musica e
la poesia già nei loro ritmi narrativi organizzano le
nostre sensorialità nelle forme più disparate: e piangi,
e ridi, e danzi, e rallenti il respiro e tu bimbo attendi
in suspence l’ultima rima di quella fiaba o
filastrocca. E quando tali narrazione si fondano sul dialettale,
possiamo vivere quell'esperienza tragica e necessaria di
sentirci viventi nel nostro corpo: il cuore batte forte,
si accenna una lacrima, un calore ci riempie il sorriso e
il viso. La memoria del cuore, quell’antica casa di
senso pieno e misterioso ci rapisce in un’esperienza
globale e multisensoriale. Si è presenti a se stessi. Un
poeta o un musicista che sceglie il dialetto, sceglie non
solo un linguaggio, ma un'esperienza basilare del
mondo: la libera onda dell’infanzia.
Un libero ricercatore che sceglie di raccogliere i
significati e gli usi del dialetto chiede al lettore di
tessere e ritessere una
mitologia della storia personale e collettiva,
chiede un’interrogazione forte sul chi eravamo e su come
oggi siamo presenti al mondo, alla luce di quella
lontana casa del cuore, in cui abita il dialettale.
Alfonso
Santarpia
psicologo
clinico
Dottorando
in psicologia clinica e psicopatologia Il
corpo e la parola
Attaché
temporaire d’enseignement e de recherche Università
Paris8
Sito
italiano di ricerca universitaria e arte http://www.lemetaforedelcorpo.net/
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