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( Storia, cultura e tradizioni stabiesi )

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Antichi mestieri

Conoscere il micro-passato (il normale quotidiano soggettivo) può essere utile a capire la crescita economica e culturale di una intera popolazione. Questa modesta ricerca degli antichi mestieri (estinti e sopravvissuti), potrebbe aiutare a delineare con più chiarezza una parte dimenticata di vita stabiese vissuta.

 

Data ultimo inserimento: 

 

 

Acquaiuolo

     Negli anni '80 era ancora possibile incontrare nella calura estiva delle strade cittadine un acquaiuolo ambulante (visualizza la biografia dell'indimenticato Ciro Lo Schiavo); l'uomo dedito alla vendita di diverse tipologie di acqua (contenute in damigianelle poggiate in delle ceste di vimini), annunciava la sua presenza rionale gridando: "Acquaiuooolo"; non raramente a questa voce si affacciava una casalinga calando il caratteristico paniere contenente qualche spicciolo ed una fiaschetta da riempire. L'acquaiuolo ambulante assolto l'occasionale dovere lavorativo, si allontanava con il suo carretto trainato dal "ciuccio", continuando il giro cittadino.

La figura dell'acquaiuolo con bottega fissa (Acquafrescaio), purtroppo è anch'essa quasi del tutto estinta (sul territorio stabiese).  Il caratteristico banco in marmo ornato da: limoni ed arance pronti da spremere, bicchieroni pesanti in vetro e da immancabili scorze già spremute di limone necessarie per la pulizia dei boccali, resiste solamente in alcuni punti del centro antico.

Una curiosità: prima dell'invenzione del moderno frigorifero, il ghiaccio che serviva a refrigerare l'acqua sulle bancarelle di Napoli e provincia, proveniva dal nostro "Faito": la neve caduta in inverno, veniva raccolta in delle enormi fosse (ancora esistenti sulla cima del Faito) e coperta (al fine di preservarne l'integrità per lungo tempo), la corretta conservazione permetteva di ottenere grossi blocchi di ghiaccio da vendere nel periodo estivo.

 

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Ammuola forbece

     A questo caratteristico personaggio (solito girare su di una vecchia bicicletta) venivano affidati coltelli, temperini e forbici, al fine di farne ripristinare il filo della lama. L'ambulante riusciva ad essere presente in tutta la città, passando di zona in zona in un differente giorno settimana. L'attrezzatura da lavoro (simile ad una mola da banco) rudimentale ed ingegnosa allo stesso tempo, era posta sulla parte anteriore della bicicletta e collegata alla pedaliera della stessa, nello specifico "l'ammuola forbece" (fissata la bicicletta con dei piedistalli) con la semplice rotazione dei pedali azionava la "mola a ruota". Il mestiere di "arrotino ambulante", purtroppo, è stato soppiantato dal moderno consumismo, nel quale si preferisce acquistare, anziché aggiustare.

 

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'o Capillaro

     A Castellammare colui che si occupava della raccolta e della conseguente rivendita di capelli (solitamente capelli di donna), era conosciuto come "Capillaro" (detto: Capillò o anche Capillòne, in altri paesi del napoletano). Il "Capillò stabiese" girava per i vicoli cittadini, richiamando l'attenzione di quanti fossero interessati a vendere capelli, per un compenso, commisurato alla qualità e alla lunghezza della treccia ottenuta (da rivendere ai fabbricanti di parrucche). Le uniche attrezzature che il "Capillaro" portava con sé erano le forbici ed un cesto (in alcuni casi un piccolo sacco) usato per la raccolta dei capelli. Nell'immediato dopoguerra, con "l'americanizzazione" e l'avvento delle fibre sintetiche, questo mestiere si è completamente estinto. 

Una curiosità: la mia nonna paterna era soprannominata 'a Capillara, termine che rivendicava chiaramente i trascorsi lavorativi del suo nucleo di famiglia.

 

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Carcararo    

( a cura del naturalista stabiese Nando Fontanella )   

     Il "carcararo", l'artigiano che trasformava la pietra in calce, potrebbe essere anche definito come colui il quale aveva l'arte d'impilare le pietre. Il suo mestiere era, infatti, quello di caricare le fornaci con la roccia calcarea dalla cui cottura veniva prodotta la calce viva. Un'operazione delicata e faticosa che richiedeva esperienza e grande maestria. Il carico delle fornaci, localmente conosciute come "carcare", consisteva nel sistemare a secco i frammenti di roccia (estratti dalle cave in prossimità delle stesse fornaci), in modo da formare una struttura stabile, che potesse resistere anche alle notevoli trasformazioni (chimico-fisiche), che le dure rocce subivano nel processo di cottura (perdita d'acqua, riduzione di peso e di volume e conseguente trasformazione della roccia cotta che diveniva fragile e friabile). Il "carcararo" doveva quindi prevedere gli eventuali spostamenti che il carico era destinato a subire (una sola pietra impilata senza la giusta accortenza era sufficiente per far crollare e mandare in rovina l'intero carico). Per la grande maestria nel costruire strutture in pietra, il "carcararo" era anche impiegato per la manutenzione, la costruzione materiale delle fornaci e nella realizzazione dei muri a secco che caratterizzano i terrazzamenti agricoli di tutta l'area "Monti Lattari - Penisola Sorrentina". Il termine dialettale di questi muri, le cosiddette "mangiarine", che letteralmente significa "mangia schiene", evidenzia in modo chiaro, quanto fosse faticoso e logorante il mestiere del "carcararo". Inutile dire che l'avvento industriale del dopoguerra e la fredda cementificazione globale, hanno determinato l'estinzione del "carcararo", e la relativa sostituzione delle caratteristiche "mangiarine", che tanto bene si prestavano nel contesto rurale. 

 

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Carnacuttaro

     Questo termine (per gli stabiesi di raro utilizzo), indica il venditore di carni cotte, ossia l'ambulante dedito alla vendita di: trippa, "pere e 'o musso" (piede e muso di maiale) e particolari zuppe di frattaglie in brodo. Questo mestiere ha origini molto remote, l'antica nobiltà, infatti, considerava "il piede ed il muso" del maiale, la trippa e le interiora, parti di scarto (una offesa al fine e nobile gusto).  La servitù che viveva all'ombra di tanta signorilità, alle prese con la sopravvivenza quotidiana (dove nulla si butta e tutto può servire), in mancanza di meglio, imparò a sfruttare e ad apprezzare anche queste povere pietanze. Nello specifico, oggi, la tradizione locale ripropone 'o pere e 'o musso, come una prelibatezza servita a pezzetti in cartoccio, rigorosamente degustata con un pizzico di sale e qualche goccia di limone.

 

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'o Castagnaro

     E' il venditore di castagne, ossia colui che con modeste risorse (un fornello di grosse dimensioni, un pentolone, una padella bucherellata ed un panno di lana per trattenere il calore delle caldarroste), riesce nel primo periodo invernale ad allietare gli  infreddoliti passanti con un cartoccio di castagne arrostite (cotte sul fuoco) o allesse (sbucciate e cotte in un brodo aromatizzato con alloro, finocchietto e sale). Molto apprezzate anche le cosiddette: "Castagne d''o prevete" (secche, dure e sfiziose da mangiare), reperibili sul mercato trascorso il periodo invernale. Inutile dire che a Castellammare di Stabia, quello del "Castagnaro" è un mestiere antichissimo, che deve le sue remote origini alla estrema vicinanza del "Faito", monte ricchissimo di secolari castagneti.

 

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Cravunaro (Gravunaro)

     Un antico mestiere sempre più raro da vedersi è il "Gravunaro". In origine la vendita di carboni e carbonelle, veniva effettuata da un ambulante solito girare per le case con delle grosse sacche trasportate a spalla. In seguito, alcuni "gravunari" scelsero una dimora fissa, per cui la vendita di questi combustibili (un tempo) indispensabili per alimentare il focolare di casa, avveniva molto più comodamente dalle buie botteghe. Ormai rimpiazzato dai moderni fornelli da cucina (alimentati a gas), il ritiro dalla scena del vecchio focolare a carbone, di riflesso, ha causato anche la scomparsa di quasi tutti i "gravunari" stabiesi. Con molto piacere segnaliamo "Catello", uno dei pochissimi mestieranti del carbone resistito agli eventi, che fa' ancora bottega in via II De Turris (la via che da San Bartolomeo, porta alla piazzetta del Caporivo di Castellammare di Stabia).

 

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Gallettaro

     Antico mestiere tipicamente stabiese che identifica il produttore della "Galletta" (un caratteristico sfarinato durissimo, simile ad un biscotto dalla forma tonda e schiacciata). La "Galletta", definita anche "Biscotto di mare", perché apprezzata e consumata già in epoca remota dai marinai, fu senz'altro prodotta con lo scopo di approvvigionare i velieri ed i mercantili per le lunghe traversate marittime. Un documento angioino risalente al 1283 relativo ad una commissione di gallette per l'armata navale, attesta l'antico nobile utilizzo di tal biscotto.

Secondo la tradizione locale il "Gallettaro" otteneva il caratteristico biscotto, cuocendo l'impasto (privo di lievito e sale), per un tempo addirittura doppio rispetto al comune pane (l'operazione era richiesta per eliminare qualsiasi traccia di umidità, in modo tale di poter conservare la "Galletta" per lunghi periodi, senza pericolo di ammuffimento). Per il consumo era necessario ammollare la "Galletta" con acqua di mare (a quei tempi sicuramente meno inquinata), operazione essenziale per ammorbidire ed insaporire il biscotto (altrimenti insipido). Per la peculiare durezza che caratterizza la "Galletta" stabiese, la tradizione popolare propone questo antico detto: "E' jute trentasej'anne pe' mmare e nun s'è spuniata ancora".

 

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Lutammaro

     Questo mestiere, oggi improponibile, trovava largo impiego in epoca rurale, quando veniva fatto un uso abituale di animali da traino (adatti per lavorare le vaste campagne), e di cavalli ed asini (utilizzati per il trasporto e la circolazione nelle strade cittadine). Il "Lutammaro" raccoglieva per strada, stalle e masserie gli escrementi animali ed in particolare la cosiddetta "Lutamma" (termine indicante la paglia infradiciata sotto gli "animali da stalla" mescolata con l'urina ed il loro stesso sterco), per rivenderla a basso costo, come concime ai contadini. L'evoluzione sociale, la tecnologia e soprattutto l'odierno utilizzo di concimi artificiali, hanno letteralmente estinto questo poverissimo e degradante mestiere.

 

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Masterascio e Segatore

     Benché sostanzialmente differenti, accorpiamo in un unico paragrafo questi due mestieri, che per decenni hanno costituito la fonte primaria di sostentamento di numerose famiglie stabiesi. Il "Masterascio" (Maestro d'ascia), sapiente ed esperto era specializzato in falegnameria nautica, abilissimo nell'intagliare, rifinire ed assemblare le assi (in taluni casi enormi), costituenti l'intelaiatura di vascelli e bastimenti. 

Il "Segatore" (segantino), ricordato come un operaio dal fisico scarno e bruciato dal sole, lavorava solitamente in coppia ed aveva il faticoso compito di tagliare mediante una rudimentale sega (azionata in due a forza di braccia e a spinta alterna) i grossi tronchi grezzi d'albero.

Tracce di questo antico mestiere sono presenti anche nel mio personale "albero genealogico" nel quale è annoverato un avo appartenente alla chiesa dello Spirito Santo, a nome Cuomo Pasquale (1781 - 1841), di professione "Segatore". 

 

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Materassaio

( a cura di Antonello Ferraro )

     Fino alla seconda metà degli anni settanta esisteva la figura del "materassaio". In quel periodo era molto presente nelle case il materasso di lana. Ogni anno al fine di eseguire una manutenzione del materasso, che risultava appiattito (quasi compresso) per l'utilizzo, si scuciva e si estraeva la lana che poi veniva lavata, stesa al sole ad asciugare, cardata ed infine rimessa nel materasso. Al "materassaio" veniva affidato il compito di rinfilare i fiocchetti e di ricucire il bordo del materasso con degli aghi lunghissimi (i cosiddetti aghi saccurali), da un lato all'altro del materasso. Tutta l'operazione durava qualche giorno e spargeva una fastidiosa polvere per tutta la casa. Il materassaio era l'artigiano che ridava forma e bellezza ai materassi. Il suo periodo di lavoro, quindi, era limitato ai mesi estivi (luglio/agosto) per terminare prima del periodo delle "bottiglie di pomodoro". La figura del materassaio si è estinta con l'avvento e il diffondersi dei materassi Permaflex. 

 

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Mellunaro

     Il "mellunaro" è il classico venditore di angurie (mellune 'e acqua), di meloni gialli (mellune 'e pane) e di meloni verdi (mellune cu a rezza) da conservare appesi in un reticolo di paglia e da consumare nel periodo natalizio.

La tradizione stabiese della vendita dei "melloni" ha radici antiche, (al punto B del paragrafo "Acque potabili" del libro: Cenno storico descrittivo della Città di Castellammare di Stabia - 1842) anche il Parisi ne fa' breve menzione: "La Fontana Grande (vedi stampa antica) da' un'acqua pura e limpidissima che alle falde sgorga del monte Faito... ...ed i rinomati nostri cocomeri vi si raffreddano per vendersi pubblicamente".

Il venditore di meloni, oggi come un tempo, nel periodo estivo è ancora presente in diverse strade cittadine. Uno di essi soprannominato 'o l'inferno (per l'indiscussa bontà dei suoi cocomeri rossi come il fuoco) presidia da generazioni il noto rione San Marco con un camion stracolmo di "mellune 'e acqua", tra i quali (a garanzia della perfetta maturazione) spiccano invitanti triangoli rossi di melone.

Elenchiamo infine alcune caratteristiche voci di richiamo tramandate per generazioni:

il melone multiuso: "Jammo, nu sordo: mange, vive e te lave 'a faccia";

il richiamo al fuoco: "Teneno 'o fuoco d''o Vesuvio 'a dinto";

il grido spiritoso: "Chiammate 'o carro d''e pumpiere";

il richiamo all'inferno: "Nce sta 'o diavolo 'a dinto: vih, che fuoco 'e ll'inferno".

 

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'o Muzzunaro

     Quello del "Muzzunaro", figura molto povera, operante nel recupero di tabacco (ricavato dalla raccolta di cicche di sigarette) da rivendere a basso costo, è oggi un mestiere poco ricordato ed in taluni casi addirittura dimenticato. Questa attività, effettuata essenzialmente per il bisogno di sopravvivere alla povertà, veniva svolta perlopiù da anziani e da scugnizzi di strada. 

Il recupero dei mozziconi di sigaretta, avveniva sia "a mano" (costringendo l'operatore di sorta a chinarsi in continuazione), o molto più agevolmente mediante un apposito bastone dalla punta acuminata. L'insolito raccolto fatto in strade, piazze, punti di ritrovo, bar, cinema e locali cittadini, veniva accumulato e conservato in barattoli di latta. La raccolta veniva valutata al termine della giornata lavorativa, quando il "Muzzunaro", scartocciando i mozziconi (in tale epoca essendo le sigarette prive di filtro, era possibile il recupero di una maggiore quantità di tabacco), selezionava, separando con cura il tabacco bruciacchiato (destinato al confezionamento e alla rivendita di nuove sigarette di bassa qualità), da quello biondo (più raro e pregiato, solitamente consumato per uso personale).

Rapportando il tutto alla Castellammare di fine anni '70, ricordo con affetto "Filucciello" (al secolo Raffaele Vingiani), un vecchietto non più in vita, dal portamento chino, riconoscibile per i caratteristici pantaloni corti di gamba ('a zombafuosso), originario di Scanzano, che di buon ora era solito recarsi al centro cittadino (viale Europa, via Nocera), per la passeggiata giornaliera, durante la quale non disdegnava l'occasionale raccolta di qualche mozzicone ancora in buone condizioni da poter riutilizzare.

 

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'o Panzaruttaro 

( a cura di Gioacchino Ruocco )   

     Già all’epoca dei romani c’era la consuetudine di consumare cibi per strada acquistandoli nelle botteghe sottocasa o posti sui decumani; peccato che a quei tempi dalle nostre parti si ignorasse ancora l’esistenza della patata (importata per la prima volta in Europa nel 1535, dallo spagnolo Francisco Pizarro, quando al suo rientro in patria da un viaggio in America, ne fece dono ai regnanti), un particolare questo che di certo ha negato ai nostri avi il piacere di degustare qualsiasi stuzzicheria a base di questo tubero. Personalmente ho visto per la prima volta un panzaruttaro ambulante, all’età di dieci anni, quando i miei genitori mi permisero di andare a cinema assieme ai ragazzi più grandi che abitavano nel vicolo. All’uscita dell’allora cinema “Nazionale” dove avevamo assistito, credo, al film dal titolo “La cena delle beffe” con Amedeo Nazzari, l’odore del fritto mi attirò inevitabilmente perché era tardi pomeriggio ed incominciavo ad avere fame, “tenevo na lopa”, come si diceva allora, quando Mc Donalds non era ancora arrivato dalle nostre parti. Dietro al banchetto c’era un uomo che riduceva , di volta in volta, un impasto informe in piccole palle che poggiava su un panno bianco per dar loro, successivamente, la forma di sigari girandole velocemente tra le mani. Nella parte del banchetto vicino alle stanghe, che servivano per guidarlo nelle fasi di trasferimento, era alloggiata una caldaia in rame stagnato per la cottura del prodotto che non era l’unico, vista la varietà di cibi di strada presenti nel repertorio culinario napoletano, come le palle di riso, i carciofi fritti, la pizza fritta, gli scagliuozzi e le crocchette di patate, che noi in dialetto chiamiamo panzarotti senza dimenticare quelli che hanno la forma di mezza luna e vengono riempiti con mozzarella e pomodoro, ecc. Bastarono due di essi a calmare il borbottio dello stomaco anche perché il costo di ognuno di loro non mi consentiva di comprarne di più con i soldi che mi erano stati assegnati. Il carrettino poggiava su due ruote e su un puntale dalla parte delle stanghe, in modo da avere un assetto stabile in fase di fermo, in più presentava una copertura per proteggere il piano di lavoro contro la piaggia e dei ripiani vetrati che consentivano all’avventore di guardare il prodotto disponibile ma di non toccarlo: unica garanzia di igiene alimentare che all’epoca veniva offerta. Nelle mie escursioni saltuarie a Castellammare, l’ultima  volta che mi è capitato di vederlo è stato una decina di anni fa. Di sera il carrettino veniva illuminato con una lampada ad acetilene che nel tempo lasciò, per la sua pericolosità esplosiva, il passo a quelle alimentate da GPL (gas di petrolio liquefatto). E’ vero che le perdite e le scomparse ci fanno recriminare contro il progresso o le norme che vietano la produzione di beni con le condizioni di igiene descritte, ma non ho mai saputo di qualcuno che abbia sofferto per i panzarotti così prodotti. I mestieri scomparsi nella pratica sono tanti, basta riandare alle pubblicazioni che ne trattano, fortunatamente per i golosi del fritto, questo mestierante ambulante è ancora attivo in diverse zone di Castellammare. La ricetta dei panzarotti (crocchette di patate) che ho rintracciato nell’Enciclopedia della donna (ed. Fabbri) e in altre pubblicazioni, prevede necessariamente le patate, il parmigiano, le uova, la noce moscata, sale quanto basta e olio per friggere. Le patate, le uova e il sale sicuramente c’erano nell’impasto di allora; il parmigiano e la noce moscata non credo proprio. Il pepe, estraneo alla ricetta, era sicuramente presente perché, profuso in abbondanza, dava fastidio allo stomaco. Il resto, nella mia prima volta, lo fece l’appetito, la fantasia e la temperatura calda del prodotto che fu divorato caldo, come raccomandava il panzaruttaro e l’autore del ricettario.

 

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'o Pezzaro 

( a cura di Gioacchino Ruocco )   

     Era un raccoglitore di stracci, di pezze ormai inservibili, di strofinacci di cucina, di ritagli di stoffe prodotti da sarti artigianali, di stoffe ormai logore, di abiti sdruciti ritenuti non più utilizzabili o recuperabili ne con rattoppi, ne con rammendi o di poco conto, di stoffe imputridite, di calzini non più recuperabili, di risultanze di accorciature di pantaloni, di maniche di camicie portati a casa, ma mai più utilizzate perché non ne valeva la pena per i costi della mano d’opera che sopravanzava il costo di una camicia nuova o di un indumento che non ha qualità eccelse. Passava di tanto in tanto per i quartieri della città, senza scadenze precise. Non era un personaggio improvvisato, il più delle volte aveva alle spalle attività di recupero o era affiliato ad una di esse. 

Quasi sempre accompagnava alla raccolta degli stracci anche quella del ferro e di altri metalli come il piombo, l’ottone, il rame, ossa di animali ed oggetti fuori uso che  rischiavi di ritrovare qualche tempo dopo al mercato delle pulci o, una volta rigenerato, rivenduto come oggetto di modernariato. 

In cambio, ‘o pezzaro, che non era uno stupido anche se il suo aspetto dimesso suggeriva questa impressione, offriva ben poco, dava a chi gli conferiva i propri residuati qualche piatto, un po’ di bicchieri, degli oggetti sicuramente utili, ma fragili e di cattiva qualità, prodotti di scarto di una produzione già destinata ad un mercato per povera gente.

Arrivava nel quartiere con un richiamo a voce distesa, inconfondibile, spingendo a mano un carretto carico in parte degli stracci già raccolti ed in piccola parte, ma in bella vista, della mercanzia di scambio che era incentrato sul niente per il niente.

Nonostante ciò era una bella lotta tra ‘o pezzaro e i soggetti che si appropinquavano al carretto con le mani piene, tutte donne, che cercavano di liberare la casa dalle cose inutili che l‘appesantivano e allo stesso tempo di acquisire un surplus di bicchieri, di piatti, di tazzine da caffè che con i figli piccoli finivano facilmente in frantumi.

A chi non è capitato di sparigliare il servizio buon per non averlo riposto in tempo nella cristalliera dopo averlo usato per fare bella figura con gli ospiti?

Almeno la terraglia, il vetro costato qualche chilo di stracci che tanto non erano più buoni neppure per togliere la povere dai mobili, che si rompeva non rappresentava una grossa perdita, permetteva di vivere un po’ più a cuor leggero il rapporto con i figli e con se stessi.

Non erano tragedie da raccontare ai mariti la sera quando rientravano a casa. Bastava non ferirsi con i cocci.

Forse non tutti sanno, però, la fine che fanno gli stracci e la validità di un cosi umile mestiere che rende ancora viva la memoria nel ricordarlo.

Gli stracci raccolti vengono conferiti ad aziende che prima di rimetterli in circolazione  li  selezionano per recuperare quelli più pregiati da avviare a quelle poche aziende che ancora producono materiali ovatte da imbottiture, abiti per il mercato dell’usato, e gli stracci che ormai restano stracci al mercato delle officine meccaniche e degli ambienti marittimi che fino a qualche anno fa ne facevano largo uso.

Si è sempre detto che più di un pezzato era diventato ricco rintracciando negli abiti dei defunti che gli venivano alienati per un servizio di piatti un po’ più decente, soldi e preziosi che vi erano stati riposti come nascondiglio sicuro contro i ladri o dimenticati del tutto dal legittimo proprietario.

Per i bambini qualche volta ci scappava un fischietto, una trattola o un giocattolo che dopo qualche ora diventava un rottame per il prossimo scambio.

La filosofia dei nostri tempi era quella di dare un valore a tutto e un significato alle cose. Oggi, è vero, gli stracci, gli abiti vecchi e quant’altro vengono conferiti ai cassoni delle raccolte per  beneficenza, ma è un modo diverso di liberasi del superfluo o del non più recuperabile che non dà ne all’anima ne alla memoria sensazioni e ricordi e il senso del bene che procura agli altri.

La voce d’‘o pezzato non la ricordo, ma la sua presenza si: sicuramente strillava qualche cosa che invogliava principalmente le donne con tutto quello di cui volevano liberarsi ad uscire di casa per un baratto che acquistava un senso di liberazione, ma anche di acquisizione di beni certamente utili per qualche tempo, anche se di basso valore commerciale.

Il bello della situazione era il battibecco, il braccio di ferro che si instaurava a livello verbale tra i soggetti della trattativa e gli astanti che incitavano a non farsi fare fessi.

Alla fine era stato un momento più di divertimento che di contrattazione che rendeva la signora più soddisfatta e più disponibile ad affrontare il resto della giornata nel raccomandare ai figli di non distruggerli prima che passasse un’altra volta ‘o pezzaro che forse gridava: - ‘O pezzaroooo!  E’ arrivato ‘o pezzaro. Levateve ‘a munnezza ‘a dint’‘a casa. ‘O pezzarooo!!! -

 

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'o Scupatore

     Il termine moderno "operatore ecologico", con il quale genericamente viene identificata una vasta categoria di manodopera operaia (meccanizzata e non), interessata all'attività di pulizia e alla raccolta di rifiuti dall'ambito urbano, ha quasi definitivamente rimpiazzato il caratteristico termine "Scupatore" adoperato nel dialettale per identificare la vecchia figura professionale dello spazzino (netturbino). Questa professione (il cui termine traeva chiare origini, dalla grossa scopa di saggina, adoperata per la pulizia delle strade), simbolo del ceto povero della società, ha ispirato i pensieri di eccelsi poeti napoletani, tra di essi ricordiamo alcuni versi emblematici di Raffaele Viviani, tratti dalla poesia "'O scupatore":

 

"[…]E' nu brutto mestiere , o scupatore!
E io vo dico cu tutta l'esatezza,
pecchè ce songo nato int'a munnezza;
e tengo competenza e serieta'.

Sule na cosa inta a sta classe nosta:
Ca tu nun truove nu privileggiato.
Nuje simme tutte uguale, l'uno cu n'ato,
ca stessa scopa mano pe scupa'
[…]"

 

A ricordo dell'importanza data a questa "povera", ma onorevole professione, citiamo ancora quattro righe del principe Antonio De Curtis (in arte Totò), tratte dalla stupenda opera morale "'A livella": 

 

"[…]chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello...'o scupatore.[…]".

 


Quando il termine "Scupatore" era ancora in auge non raramente si sentiva la caratteristica frase: "chillo sta' d'into 'a scupara" a indicare una persona lavorante nell'allora "Nettezza Urbana". Ancora oggi comunque alcuni soprannomi stabiesi sopravvissuti ai tempi (es.: 'e Scupare, 'a Scupatora, ecc.), tradiscono a chiari lettere una remota appartenenza a questo settore lavorativo.

 

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'o Stagnaro 

( a cura di Gioacchino Ruocco )   

     Lo stagnino, noto nel nostro dialetto come " 'o stagnaro ", era un artigiano ambulante capace non solo di fare la stagnatura (ovvero quella particolare operazione mediante la quale la superficie interna dei recipienti di rame, veniva rivestiva di stagno), ma anche di vere e proprie riparazioni, quali: rappezzo di buchi, livellamento delle ammaccature e sostituzione o riattacco dei manici rotti ai contenitori.

La figura dello stagnaro era presente un po’ in tutte le regioni d’Italia, ma è ormai un po’ di anni che non se ne vedono in giro. Il mestiere veniva esercitato solamente in alcuni momenti dell’anno, tenuto conto che si svolgeva sulla strada, sulle aie, nei portoni, delle vecchie costruzioni, in prossimità delle abitazioni dei committenti, dei proprietari dei recipienti, ma sempre all’aria aperta per allontanare da sé, il più possibile, le esalazioni del carbone, acceso per fornire la temperatura di fusione dello stagno, e le esalazioni dell’acido muriatico che è l’elemento indispensabile nel processo di stagnatura.

Quando si affacciava sul territorio, come ogni altro operatore ambulante, richiamava l’attenzione degli interessati facendo sentire la sua voce che annunciava appunto l’arrivo dello stagnaro.

Erano quasi sempre degli artigiani che, nei momenti in cui la richiesta di prestazioni calava nella zona di residenza, prendevano gli attrezzi necessari o il minimo indispensabile e si avventuravano sui territori vicini e, certe volte, anche all’estero, per procurarsi la propria sopravvivenza e quella della famiglia.

La cassetta che portavano a spalla conteneva come minimo il martello per battere le superfici o per ridurre lo spessore delle lastre che portava di scorta, la mazzuola per togliere le ammaccature, le forbici per tagliare la lamiera, una lima in ferro con fori di diverso diametro per il dimensionamento dei chiodi che realizzava al momento, una piccola incudine fissata su un asse di legno che doveva servire di appoggio per renderla stabile, il polso, attrezzo di ferro a forma di fungo che serviva per ribattere, le tenaglie con manici lunghi che gli servivano per mettere o togliere dal fuoco l’oggetto da riparare, il mantice per dare aria e ravvivare il fuoco, lo stagno in bacchette, l’acido muriatico ben chiuso in una bottiglia, ovatta in quantità, tanto ottimismo e tanto buon senso per contrattare il giusto compenso con la clientela che nel tempo poteva diventare una fonte sicura di guadagno e di pubblicità anche presso altri soggetti.

Oggi, il più delle volte, questi attrezzi li troviamo bell’esposti in piccoli musei di quei paesi di frontiera con la Francia, con la Svizzera, con l’Austria, che hanno fondato il proprio benessere sulle attività stagionali e ambulanti che vi andavano a praticare.

Di questo mestiere ho solo pochi ricordi sul nostro territorio. L’operatore che lo svolgeva, un tipo smilzo, secco e alto, sempre con una sigaretta in bocca, si aggirava per le vie di Castellammare e raccoglieva le pentole da stagnare che portava, forse, al suo laboratorio, se ne aveva uno, per restituirle dopo qualche giorno ai legittimi proprietari in cambio del prezzo pattuito. Se qualche volta mi è capitato di vedere un’operazione di stagnatura lo devo all’opera di qualche zingaro che da sempre sanno lavorare il ferro e altri metalli tra cui il rame.

Perché si stagnano le pentole in rame? Il rame viene utilizzato per cuocere i cibi in quanto è un buon conduttore di calore, ma si stagna per avere la superficie di cottura esente dalle ossidazioni che danno luogo al verderame (solfato di rame) usato in agricoltura come fungicida e per la depurazione dell'acqua, ma che risulta nocivo per l’uomo anche se il rame è presente nel nostro corpo determinandone equilibri funzionali a seconda delle percentuali che vengono a determinarsi.

Come si svolgeva l’attività dell’ambulante?  Dopo aver ispezionato il contenitore da riparare e fatta la debita valutazione degli interventi da effettuare, e aver discusso della sua richiesta economica con la committente, si appartava nel cantuccio prescelto e si posizionava sottovento per allontanare da se i fumi del carbone che accendeva e i vapori dell’acido muriatico nel momento in cui lo adoperava.

La sua posizione cambiava col cambiare della direzione del vento e non altro. Era meglio un posto riparato ed arioso. Prima di arrivare alla stagnatura procedeva alla eliminazione delle imperfezioni della forma dell’oggetto, determinate da eventuali cadute durante l’uso. Le ammaccature venivano eliminate appoggiando il contenitore sull’incudine che serviva da superficie rigida di contrasto battendole al contrario, rinforzava la chiodatura di tenuta dei manici o la sostituiva con nuovi chiodi sempre in rame, realizzati al momento ricavandoli dal rame in piastra che portava appresso o già approntati per l’uso.

Successivamente ripuliva la pentola dalle incrostazioni determinate dalla cottura del cibo che ormai erano attaccate alla superficie in modo duraturo per i continui utilizzi.

La pulitura avveniva mettendo la pentola sul fuoco senza porvi liquidi dentro per portare lo stagno alla temperatura necessaria e farlo fondere con l’aiuto dell’acido muriatico. Una volta asportata  la vecchia stagnatura, si procedeva a quella nuova che al termine del procedimento dava alla pentola o alla padella o al paiolo un volto nuovo più vivo che mai.

Lo stagno fonde alla temperatura di 231,9 °C , ma per effetto del trasferimento del calore all’olio di frittura o ai cibi in cottura resta a temperatura più bassa senza degradarsi.

‘O Stagnaro! Finito un lavoro si spostava di via in via, lanciando il suo grido di avviso, nella speranza di trovare nuovi clienti e di portare a casa lo sperato sostentamento per la famiglia anche per i giorni a venire.

 

 

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'o Tosacavallo

( a cura di Antonello Ferraro )

     Un antichissimo mestiere ormai scomparso dalla nostra Città è "‘o Tosacavallo". L'ultima bottega rimasta a testimoniare questo spaccato di storia è all'angolo tra Vico Mantiello e Via Virgilio. Quest'artigiano aveva due importanti mansioni: di maniscalco, cioè colui che ferra gli zoccoli dei cavalli, e di tolettatore dell'animale. Ricordo ancora quest'omino che arroventava la piattina di ferro nel fuoco per poi batterla con forza sull'incudine (da qui l'espressione: mi trovo tra incudine e martello); il cavallo nel mentre attendeva legato ad un cerchio di ferro sul muro fuori della bottega. Seguiva poi una spuntatina alla criniera dell'animale. Con il trasporto su gomma, scompare non solo un mestiere, ma anche le romantiche carrozzelle che facevano da taxi nelle vie della città, le innumerevoli carrettelle con cui si trasportavano tutte le merci e l'elegantissimo trasporto funebre con il tiro ad otto. Oggi qualche artigiano ancora sopravvive, ma solo negli ippodromi.

 

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Venditore ambulante di frutta secca e semi abbrustoliti

( a cura di Gioacchino Ruocco )

     “‘O fummo… ‘o fummo…” il grido a voce stesa non importunava i passanti o quelli che percorrevano il lungomare avanti e indietro, ma erano gli umori che provenivano dall’involucro di latta nel quale venivano tostate le noccioline americane: spandendosi nell’aria a secondo dell’andamento della brezza investivano in maniera allettante le narici di quelli che si approssimavano al carrettino dove l’apparecchio era installato. ‘O fummo…. ‘o fummo… Non era quello delle sigarette, che pure se ne consumavano parecchie percorrendo e ripercorrendo il lungomare, ma quello che un nostro compaesano (che un giorno apparve sul lungomare come un fulmine a ciel sereno, quasi vicino alla cassa armonica con carrettino sul quale esponeva la sua mercanzia), produceva con la macchinetta che utilizzava per tostare gli arachidi, le cosiddette noccioline americane durante la fase di tostatura. Il piano del carrettino era organizzato in riquadri, realizzati con cantinelle di legno, in modo da separare un prodotto dall’altro. La frutta secca anch’essa in vendita, veniva protetta dalle mosche e dalla polvere con un velo bianco. I semi in vendita (tostati e semitostati) andavano dai pistacchi alle noccioline americane, dalle fave ai ceci, dai semi di zucca alle carrube, agli stecchi di liquirizia, dalle castagne secche o piste a quelle del prete, alle nocciole sgusciate, ecc. ecc., senza dimenticare i lupini e il cocco ‘mmunnato e buono” con tutti gli eccetera che possono ancora seguire. All’inizio si presentò con un banco modesto che venne modificato nel tempo per ospitare altri prodotti, l’ambulante che aveva una stazza superiore alla media, aveva i capelli leggermente ondulati che coprivano tutta la testa e lo rendevano più imponente di quello che in realtà era. La sua divisa da lavoro era un golf di lana a maniche lunghe che indossava su una camicia quasi sempre di colore chiaro, per difendersi dalle brezze della sera che nella postazione che ormai aveva  conquistato assumevano un moto convettivo più veloce e si facevano sentire fino a pizzicare la pelle mettendo anche qualche brivido addosso. ‘O fummo…. ‘o fummo… Fino a che son rimasto a Castellammare, cioè a casa, in quanto non avevo ancora trovato un posto a terra (come uno del nautico era solito dire), lo ricordo nei pressi della cassa armonica o un po’ più avanti, quasi di fronte alla sede della Juve Stabia. Le chiacchiere ci riempivano la testa, come sanno bene i miei compaesani, come pure ha raccontato Michele Prisco nel romanzo “Figli difficili” ambientato nel dopo guerra a Castellammare di Stabia, ma i semi scalmando i morsi della fame rappresentavano un rifornimento assicurato che ritrovavi al ritorno (se ancora ne avevi voglia), utile ad alleggerire le tensioni che le parole inevitabilmente producevano senza una soluzione immediata al problema in discussione. I soldi erano ben spesi in quanto i prodotti erano sempre di giornata, mai una volta che c’era da scartare qualcosa e i prezzi modesti. Quel carrettino era diventato soggetto del paesaggio serale, dall’imbrunire a sera inoltrata e la domenica orario speciale e prolungato. Non ho mai saputo di che rione fosse:  a fine serata scompariva nel buio della prima traversa come nel nulla. Da quando me ne partii non ho avuto più modo di passare una sera sul lungomare nonostante i miei ritorni e, quindi, non so se c’è ancora qualcuno che vende frutta secca e semi tostati gridando di tanto in tanto: “ ‘O fummo… ‘o fummo…”. 

Sicuramente, oggi, la voce di richiamo dovrebbe essere diversa in quanto 'o fummo richiama alla mente altri prodotti che "non sono mica noccioline".

 

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Venditore di fichi d'India

( a cura di Gioacchino Ruocco )

     Ieri, al supermercato, tra la frutta in vendita, vicino al banco delle noci fresche, ho trovato anche i fichi d’India. C’erano confezioni da quattro fichi e da sei, per i più voraci. Dalle nostre parti questo frutto nel dialetto parlato è identificato con il nome di figurina. Negli anni vissuti in campagna, presso i nonni materni, nel periodo della sua maturazione ci attrezzavamo per asportare i frutti dalla pianta e consumarli a volontà anche se le raccomandazioni di evitare di farne un’indigestione sopravanzavano quelle di non rovinarci le mani con le spine che li rivestono, quasi a proteggerli contro l’ingordigia di noi ragazzi. Al di là dei semi contenuti al suo interno, che possono piacere o meno, la polpa, quando il frutto è maturo, risulta gustosissima.

Il ricordo delle piante dietro la casa di mia nonna è ancora vivo: le pale, come mani enormi cariche di doni, si protendevano nell’aria per inebriarsi al sole e come tutte le piante succulente, producono un lattice che è un toccasana contro le scottature e le irritazioni; rinfresca la pelle e quasi la rigenera.

Dopo la fine della guerra, col trasferimento definitivo alla casa natia di Vicolo Sorrentino a Mezzapietra, dove i miei abitavano dal giorno del loro matrimonio, la vita nel ritornare al suo tran tran naturale faceva affacciare anche nel vicolo i mestieranti della strada che portavano a domicilio il frutto delle loro iniziative praticate un giorno dopo l’altro per sbarcare in qualche modo il lunario.

Così un giorno vi si affacciarono anche quelli che vendevano i fichi d’india. Erano per lo più dei ragazzi che trascinavano su carrettini di legno che avevano per ruote cuscinetti a sfera, cassette di fichi d’india che vendevano sia singolarmente, sia ad “appizzare”, una sorta di acquisto/lotteria che consisteva nel far cadere il coltello verticalmente con la punta in avanti sopra i frutti deposti nella cassetta per prelevarne tutti quelli conficcati sempre che non si sfilavano dalla lama che doveva restare sempre e comunque perpendicolare alla cassetta. Le prestazioni erano diverse con costi diversi. Per un numero illimitato di “appizzate”, fino a quando l’ultimo frutto sollevato non si sganciava dal coltello, vi era un prezzo, oppure si pagava per il numero di colpi che si desiderava effettuare.

Il coltello era sempre di peso modesto, con la punta acuminata e a lama liscia, senza seghettature che potevano facilitare il cliente nell’asporto. Il coltello non sempre riusciva a penetrare nei frutti per cui il più delle volte si riusciva a prelevarne ben pochi. Quando non si riusciva a prenderne nemmeno uno il ragazzo ne offriva sempre qualcuno come consolazione per la perdita.

Quando invece le cose andavano a sfavore del venditore sorgevano animate discussione sul modo con il quale si era riusciti a sollevare il coltello dalla cassetta con i frutti infilzati. Le chiacchiere continuavano anche dopo quando il venditore usciva dal vicolo quasi sconfitto e si aspettava baldanzosi il prossimo per una nuova scorpacciata.

Il Paliotti nella sua storia a fascicoli della “Canzone Napoletana”, nel fascicolo n. 9, pubblica una stampa a colori di Pasquale Mattei  del sec. XIX), ma il soggetto che vi è rappresentato, è lontano mille miglia da quelli che arrivavano nel mio vicolo, dalla loro vivacità e della loro furbizia.

Oggi, a distanza di tanti anni, debbo riconoscere che avevano un carattere eccezionale, una determinazione che il sottoscritto, invece, ha acquisito soltanto nell’età adulta e messa alla prova quando ormai era indispensabile ed ineluttabile.

Comunque i fichi d’india hanno sempre lo stesso fascino e lo stesso sapore, certo, oggi, arrivano in commercio emendati dalle spine e non devi prendere più tante precauzioni nel maneggiarli. Aprirli per consumarli e assaporarli è come aprire uno scrigno dove ci sono sogni che non ti danno requie.

 

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... Prossimamente:

 

'o Sapunaro

'a Spicajola

'a Vammana

                                                                                                

                                                                                                continua ...

 

 

 

 

  

( Autore: Maurizio Cuomo - © Copyright 2002 www.liberoricercatore.it  )