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(
Storia, cultura e tradizioni stabiesi )
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'O
cunto d''o cecere
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Pur conoscendo il significato della caratteristica
espressione: "Me staje facenno 'o
cunto d''o cecere!", con la quale
si palesa la mancata disponibilità ad
ascoltare un racconto (ragionamento) lungo e
futile e si sprona l'interlocutore (che
temporeggia) ad essere chiaro e conciso, mai
prima di oggi, mi era sembrato utile di
avviare una ricerca a tema per far conoscere
la trama di questo particolare racconto
quasi del tutto dimenticato (un tempo molto
radicato nella tradizione locale).
L'esigenza
di una ricerca è nata quando una nostra
affezionata visitatrice (Chiara Del Gaudio,
che saluto e ringrazio), ha richiesto
espressamente aiuto al "Libero
Ricercatore", per ricostruire la parte
tronca di questo curioso racconto che sin da
piccola le veniva narrato dalla nonna
materna. Fortunatamente dopo aver chiesto e
ricercato "in lungo e in largo"
siamo riusciti nell'intento, abbiamo
rintracciato una versione del "Cunto
d''o cecere", che vi proponiamo a
seguire (il racconto dal titolo "Il
cece" della scrittrice Angela
Matassa, estrapolato dalla raccolta "Leggende
e racconti popolari di Napoli"
edito dalla Newton & Compton Editori).
Il
Cece
C’era una volta una donna
che cerneva i ceci sul davanzale della
finestra. Passò un vecchietto e disse :
“Comare, mi daresti un po’ di ceci?”
“Oh compare mio non posso proprio!”. Il
vecchietto allora esclamò: “Che un vento
fortissimo possa spargere tutti i tuoi
ceci!”. E così fu. L’uomo prese uno di
quei ceci sparsi, lo pulì e lo mise in
tasca. Aveva intenzione di andare in chiesa
e si fermò presso una comare per chiederle
di custodire per un po’ il suo cece. La
donna rispose: “Dove posso metterlo? E se
il gallo lo mangia?” “Ma sì, non ha
importanza, se lo mangia pazienza!”,
ribatté il vecchio. Il gallo, in verità,
saltò sulla tavola e beccò il seme. Al
ritorno il vecchietto voleva il suo cece e
la donna gli disse: “Lo avevo detto io che
il gallo lo avrebbe mangiato!”. “O mi
dai il mio ciceratto o mi dai il tuo
gallatto!”, esclamò il vecchietto. E la
donna : “Ma posso mai darti un gallo al
posto del cece?”. Il vecchio, però, volle
il gallo. Strada facendo si fermò presso la
casa di un’altra comare alla quale chiese
di custodirgli il gallo perché doveva
andare ad ascoltare la santa Messa. La
comare rispose: “Dove potrei metterlo?
Solo nel porcile. E se il maiale lo
divora?” “Non fa niente”, aggiunse il
vecchietto. Il maiale, difatti, mangiò il
gallo e quando il vecchietto ritornò,
questi disse: “O mi dai il mio gallatto o
mi dai il tuo porcellotto”. “Ma posso
mai darti il mio maiale in cambio del tuo
gallo?”. L’uomo, comunque, ebbe il
maiale, lo legò e lo portò con sé. Passò
davanti alla casa di un’altra comare e le
chiese di tenergli per un po’ il suo
maiale. “Ho soltanto una stalla dove c’è
già un cavallo”, disse la donna. “Ma sì,
mettili insieme, che vuoi che succeda?”.
Al ritorno, il vecchietto trovò che il
cavallo aveva mangiato il maiale. La donna
si disperava e l’uomo disse: “O mi dai
il mio porcellotto o mi dai il tuo
cavallotto”. “Posso mai darti un cavallo
in cambio di un maiale?”. Ma alla fine la
donna cedette. Tutto contento il vecchietto
si avviò con il suo cavallo e arrivò
presso un’altra comare, alla quale, come
al solito, chiese di custodirle il cavallo
perché doveva partecipare alla celebrazione
della Messa. La donna si offrì di metterlo
nella stalla che era vuota. Ella aveva una
bambina che, ammalata, piangeva perché
voleva mangiare il fegato del cavallo. La
donna titubava, ma poiché la bambina
continuava a piangere, uccise il cavallo.
Ritornato il vecchio, la comare gli raccontò
l’accaduto, ma quello disse: “O mi dai
il mio cavallotto o mi dai la tua
picciotta”. “Oh compare mio, ti posso
mai dare la mia bambina in cambio del tuo
cavallo?” “Dammi la bambina!”, intimò
il vecchietto. La donna fece finta di
accondiscendere ma, preso un sacco, invece
di mettervi la bambina , vi mise un
cagnolino con una brocca piena d’acqua. Il
vecchio si appoggiò il sacco sulle spalle e
si avviò. Strada facendo, l’acqua si
riversò e l’uomo: “Fai pure la pipì,
Angiolina che nel bosco ti voglio!”.
Giunto nel bosco, aprì il sacco e ne uscì
il cagnolino, il quale vistosi libero si
scagliò contro il vecchio e gli staccò il
naso. Con il volto sanguinante il vecchio
chiamava il cane e gli diceva: “Vieni qua,
pane e caso e dammi il mio naso. Vieni qua,
pane e casillo e dammi il mio nasillo”. Il
vecchietto, però, rimase senza il naso e il
cagnolino tornò dalla sua padrona. L’uomo
ebbe ciò che si era meritato.
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