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Voglio ricordare che Castellammare ha avuto un suo
“epigono” esperto di tale attività, uno degli ultimi in
Campania e forse in tutta l’Italia del Sud. Il personaggio
in questione, ma sul nome i miei
ricordi sono vaghi, tale Don Ciro o Don Ciccio… (un
nostro visitatore, Umberto Pepe, avendo letto con attenzione
il presente articolo, a onor di cronaca, ci comunica in data 07/05/08, che l'artigiano in questione si chiama Mario
Esposito, oggi ottantenne che vive tutt'ora in via Raiola,
accudito amorevolmente dalla propria moglie Lucia De Martino e
dai suoi tre figli, Luigi, Roberto e Lucia), è
rimasto in attività fino ai miei 18-20 anni (oggi ne ho 44
ahimè!!!) ed operava in via Raiola che in illo tempore era
meglio nota come via Napoli o, più espressivamente, “‘A
via d’‘o cimitero) più o meno all’altezza del civico
19, ma sul lato opposto della strada (in sintesi, abitava ed
operava di fronte casa mia, attuale residenza dei miei cari
vecchietti). Ho il ricordo di un uomo sempre indaffarato,
tutto compreso nella sua attività, uomo dall’aspetto mite
che comunicava un innato amore per la sua arte; lo ricordo
sempre, inverno ed estate, coperto solo di una maglia della
salute a mezze maniche, un po’ sudata e sudicia. Aveva due
figli maschi ed una femmina, dei tre ricordo Roberto,
l’ultimo, che è anche stato mio occasionale compagno di
giochi. Ho ancora in mente le fughe di questo scugnizzo un
po’ ribelle inseguito dalla madre cui era demandato per
intero l’onere dell’educazione della prole. Ricordo la
donna che lo rincorreva ansimante, coprendolo di improperi
irripetibili. Don Ciro o Ciccio… o altro, se ne rimaneva a
bottega, imperturbabile, ben fermo nel suo ruolo di padre, di
colui che deve guadagnare la pagnotta per mandare avanti la
famiglia, altro che perdere tempo con un imberbe giovinastro.
Il mestiere del bottaio, ai tempi in questione, era diventato
un mestiere ricco perché molto ricercato; presupponeva grande
destrezza artigiana e la cura maniacale di tutte le fasi:
dalla cernita del legno migliore, alla sua sapiente
stagionatura, fino alla forgiatura delle doghe di legno
perfettamente calibrate in modo che a lavoro ultimato la botte
fosse perfettamente “stagna”, cioè non avesse perdite.
Approfitto infine per lanciare un invito ai miei concittadini,
ovviamente col placet della redazione, e cioè inviare
aneddoti, descrizioni di personaggi e quant’altro di
interesse, magari da zone della città che sono poco citate,
ma che a buon diritto fanno parte del tessuto connettivo di
questa splendida comunità. Sono sicuro che, se non tutti,
almeno i residenti nelle zone di competenza saranno lieti di
riacciuffare qualche bel ricordo e, a tal proposito, credo che
del bottaio di cui sopra molti navigatori di queste pagine
avranno piacevole ricordo.
Tanti cari saluti, Maurizio Longobardi
dall’Abruzzo
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