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Era una di quelle mattine di metà mese, ed ero già in
strada a giocare. La sera precedente aveva piovuto che Dio la
mandava. Ero fermo, in quella mattina di primo autunno, a
rimirare il riflesso del mio vicolo (Vico Salvati [n.d.a.]) in
una pozzanghera d’acqua piovana, smosso dai sassolini che ad
arte vi lanciavo dentro; quando tuonò il preavviso di una
vicinissima tempesta più perniciosa di quella da poche ore
passata: "Carmeli’ ‘o porto ije a scola, mo’ vedimmo si nun ‘nce va!" A quel tempo mio padre lavorava fuori, in
Sicilia, e quindi come nelle migliori tradizioni era lo zio
uterino ad accollarsi le fatiche dell’educazione del
figlio della sorella (figlio al singolare, non perché questi
fosse figlio unico, ma perché era l’unico che abbisognava
di un attento “educatore” personale).
Zio
Catello, era il maggiore dei fratelli di mia madre, celibe per
scelta (non vi racconto di quando, parlando del ventennio e del fatto che chi non contraeva matrimonio era
sotto-posto a una particolare pressione fiscale, lui e il
nonno si scambiavano ancora feroci invettive), tubista alla
Navalmeccanica, ex attore di avanspettacolo, a lui si devono
tutti i miei incontri con i comici più popolari al tempo in
città da Enzo Santomauro a Ciccio Vascuotto ed altri ancora.
Era alto, aveva mani robuste, occhi verdi e profondi e su di
essi un’ombra triste, come di chi non ha avuto tutto quel
che meritava dalla vita. Credeva profondamente in me, anche se
ancora piccolo e selvatico, e faceva di tutto per dare le
stesse sicurezze anche a me medesimo.
"Jamme
bbelle, ja’! Già aiere nun he juto a scola, e che facimme
n’ato tubbista?"
In
una di quelle mattine di metà ottobre che tradiscono
l’autunno, talmente dolci e temperate sono, quando tutto: il
paesaggio, i colori delle piante, gli odori, il mare... il
mare!!, ti invitano a fare altro: zio Catello mi accompagnava
a scuola. L’acceso dibattito su quanto fosse dura la vita
dello studente, consumava i cubetti di porfido che ci
dividevano dal “Seminario” (era la vecchia denominazione
della scuola elementare istituita all’interno
dell’Osservatorio Meteorologico di piazza Municipio). Io
mi dimenavo e strillavo, e lui giù scuzzuttune,
carocchie e chianette.
Mentre lo scontro impari (impari: poiché in grinta e
aggressività sovrastavo il malcapitato parente) proseguiva,
incontrammo un suo amico: "Rafe’ – gli disse mio zio
– nun vo’ ji’ a scola, contace ‘o fatte, ‘e quanne guaglione
he capito pecché ‘nce s’ha dda ji!" Raffaele era un uomo sulla trentina, alto quanto lui, castano, con baffi
da gentiluomo inglese [quello coi baffi nella
foto che segue, se qualcuno ne conosce le generalità mi
farebbe piacere conoscerle]
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austero,
simpaticamente severo, mi chiese: "Lo sai chi sono io??"
Ed
io un paio di strattoni a zio Catello, per prenderlo di
sorpresa, ma sapendo con chi aveva a che fare, il mastino non
abbassava la guardia.
L’uomo
continuò: "Sono Raffaele Viviani" ed
iniziò a declamare dei versi affascinanti, musicali,
ipnotici: "...a
dudece anne, a tridece, tanta piezz’‘e stucchiune ca niente maje capévamo pecché sempe guagliune!.
[...]ma, a dudece anne, a tridece, cu ‘a famma e cu ‘o ccapi’, dicette: nun po’ essere: ‘sta vita ha da ferni’. Pigliaje ‘nu sillabario: Rafele mio, fa’ tu! E me mettette a correre
cu’ A, E, I, O, U.”
I
due si salutarono, ed io frastornato più che placato, con lo
zio mi infilai nell’immenso androne del Seminario.
Zio
Catello, da tempo non c’è più, il suo amico Raffaele,
di cui non ho mai conosciuto il vero nome, l’ho incontrato
spesso, durante tutto l’arco della mia vita... è venuto a
vedermi a teatro...
avrei potuto fermarlo, parlargli, chiedergli... non sarebbe
stata la stessa cosa, non più un incontro magico, non più Raffaele
Viviani. Quante persone, credete, oggi, possano dire come
me di aver incontrato Rafaele Viviani?
La sera precedente aveva piovuto che Dio la mandava, una pozzanghera
solitaria rifletteva tutto il mio vicolo.
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