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Teresa
‘e Felicella (diminutivo di Felicia) era la sorella
della mia nonna materna, di corporatura piuttosto robusta,
viveva da sola al Vico San Catello sulla Caperrina (Caporivo).
Era vedova di tre mariti, però la sua più grande sfortuna,
era stata quella di non aver avuto figli. Comunque, la mia
prozia Teresa, che tutti chiamavamo zia, era tutt’altro che
depressa, molto energica e brillante, viveva di riffe e bona
parola (consigli per risolvere controversie familiari e
non). Ogni giorno puntuale al suo impegno di lavoro, come se
avesse avuto un posto di lavoro fisso, si alzava di
buon’ora, si lavava, si pettinava i lunghi capelli grigi
resi un po’ appiccicosi
dalla brillantina o, in mancanza, dall’olio di oliva,
li raccoglieva in un grande tuppo (treccia di capelli
attorcigliata dietro la nuca fermata da forcine) che
posizionava dietro la testa mediante due forcine di tartaruga,
metteva due bellissimi orecchini d’oro e brillanti,
indossava le due o tre sottane di vario tessuto, prima quella
più sottile di batista, poi la media di lino e infine la
doppia di tela, rigorosamente di colore bianco, panna o beige
chiarissimo e infine indossava un camicione nero con qualche
fiorellino grigio che appena si notava; manica a tre quarti
per essere libera nei movimenti, completava poi il tutto con
un grembiulone di tela doppia più o meno dello stesso colore
del vestito. Io le porgevo il paniere, contenente cartelle e
tombola, che lei portava in testa, adagiato su uno
strofinaccio che chiamava turciaturo attorcigliato a
mo’ di tarallo; con le spalle dritte, la testa alta, fiera
come una regina che indossa una corona, si apprestava ad
uscire, tutti la stavano aspettando. Qualche volta mi è
capitato, come del resto alle mie sorelle, di stare un po’
con lei, le piaceva tanto la nostra compagnia; così a turno,
ci trasferivamo a casa sua. Zia Teresa amava molto mia madre e
noi bambini e, non avendo avuto figli, si era assunta il
compito morale e materiale di aiutare mia nonna, anche lei
vedova, ad allevare i suoi sette figli. Quando, di prima
mattina, si usciva con mia zia, specialmente nelle belle
giornate di sole, tutto diventava una festa, il suo rito da
riffa cominciava appena chiudeva la porta dietro di sé, una
grande porta di legno massiccio con una serratura grandissima
che chiudeva con un’enorme chiave che riponeva in quella
grande tasca marsupiale posta sul suo grembiule. Io lo fissavo
il tascone vuoto, rigido, ritto in piedi che al ritorno
sarebbe stato grosso e floscio per il peso delle monete che
avrebbe contenuto. Cantava un inno alla fortuna in modo che il
vicinato, già con l’uscio aperto, potesse sentirla ed
accoglierla per acquistare i primi numeretti. “Si tenite
‘a furtuna e nun ve mettite paura, io sto arrivanno pe ve fà’
pazzià’” La zia Teresa era sempre piena di fervore
per la nuova giornata, man mano che usciva dal vico dove
abitava, fermava ogni persona che incontrava, si affacciava a
tutte le porte dei bassi scendendo lungo la strada che portava
al Quartuccio, si fermava in tutte le puteche
(botteghe, negozi) cercando fortunati a cui vendere i suoi
numeri e la speranza di una buona vincita. La prima puteca
che si incontrava appena si girava l’angolo del vico dove
abitava mia zia, era quella di Masinella (ulteriore
diminutivo di Tommasina) lei aveva pressappoco l’età di mia
zia, era di statura piccolissima, sembrava una bambina, sempre
vestita di nero, vedova di guerra come del resto tante altre;
viveva vendendo, col suo carrettino, d’estate spighe di
grano bollite o fave secche ammorbidite e cotte,
quest’ultime servivano a rinfrescar la pancia nella calura
estiva; d’inverno, al mattino castagne lesse, la sera
caldarroste. Il suo negozio, che fungeva anche da abitazione,
era
un basso senza altra apertura oltre la porta
d’ingresso, quadrato di forma, grigio fumo di colore, aveva
una scaletta in un angolo che portava a un giaciglio, quello
era il suo letto, poche altre cose aveva Masinella: un
tavolo, una sedia e qualche armadietto, un altro angolo della
stanza era occupato da un piccolo focolare sopra al quale
cucinava le cose buone che vendeva. Ogni tanto mia zia mi
comprava qualcosa da lei e per me era una festa. Poi scendendo
la strada c’era una puteca di frutta e verdura ma
cambiava spesso proprietario e così ai miei occhi perse
importanza e identità. Subito dopo c’era la puteca
di Pasquale ‘o chianchiere (macellaio) che era uno
dei nostri migliori e fortunati clienti, la sua era proprio
una bella macelleria: luminosa, fresca e pulita, peccato che
la carne che vendeva, come diceva mia mamma, era ‘e ciuccio
(asino), perché era dura come una suola di scarpa, però
Pasquale a mia zia la trattava bene, le dava sempre carne
tenera e saporita, temeva che la fortuna potesse abbandonarlo.
Prima della piazza del Quartuccio, ricordo un’altra bella puteca
quella d’‘a Perettara, soprannome che deriva da
un’antica forma di fiaschi; in questo negozio potevi trovare
tutto ciò che serviva per la casa: pentole e stoviglie varie,
vasetti per salare le alici a maggio, tappi per le bottiglie
di pomodoro ad agosto, le bottiglie di vetro sfaccettate con
il tappo a chiusura ermetica affinché l’acqua minerale,
presa di buon mattino alle terme, conservasse a lungo le sue
caratteristiche, varie macchinette tritacarne, tritaverdura e
trita quel che vuoi, tutte funzionanti rigorosamente a mano,
catini, bagnarole, bacinelle in ferro smaltato bianco con il
bordo blu, di tutte le forme e dimensioni, damigiane, damigianelle,
fiaschi, fiasconi, tutta una sorta di cucchiai e cucchiarelle
(mestoli di legno) ed infine, per la gioia annuale di noi
bambini, perché mia madre ne comprava uno l’anno,
precisamente il giorno della Befana, ‘e carusielle
(salvadanai di terracotta a forma di anfora); sul primo
scaffale, vicino all’ingresso c’era una esposizione di carusielle,
dal più piccolo che poteva misurare dieci centimetri al più
grande che superava la nostra altezza. La signora che gestiva
questa puteca, era una bella donna matura
dall’aspetto molto fine e signorile e anche lei la mattina
comprava da noi qualche numeretto. Ogni mattina mia zia,
Teresa ‘e Felicella, doveva trovare circa novanta
persone a cui vendere i rispettivi novanta numeri della
tombola. Il premio variava di volta in volta, di solito si
trattava di cose da
mangiare di prima qualità, cose di lusso, considerata
l’epoca, che le persone comuni difficilmente
avrebbero potuto comprare: una
cassetta di mele annurche di prima scelta, un pollo
vivo che mia zia comprava da Giovannina ‘a Trippiera,
così soprannominata per la trippa che cucinava e vendeva
nella sua cantina (osteria con mescita di vino),
insieme anche allo stocco alla paulotta (stoccafisso in
umido con pomodoro, aglio e origano) i suoi polli ruspanti
alla cacciatora, il tutto innaffiato dal buon vino rosso di
sua produzione. Durante le festività, specialmente quelle
natalizie, circolavano più soldi e la gente era più incline
a spendere, allora mia zia metteva in palio premi più
importanti, ricordo dei servizi di piatti o di tazzine da caffè
di fine porcellana cinese. A volte ci capitava di non vendere
tutti i numeri e in questo caso, purtroppo, andavamo in
perdita, ma qualche volta capitava pure che il numero vincente
era di quelli rimasti invenduti, allora il guadagno era
doppio. In queste occasioni io ero felice perché mia zia mi
regalava sempre qualcosa, qualcosa che compravamo al momento.
Ricordo una volta, in estate, mi comprò un paio di
zoccoletti nuovi, quelli che avevo al piede erano ancora in
buone condizioni, però il piede era cresciuto e mezzo tallone
sporgeva fuori. Un’altra volta mi comprò uno specchietto
con un pettinino, ambedue di colore rosa chiusi in una bustina
trasparente con un bottoncino bianco, erano bellissimi! Quando
poi non era in vena di spendere, ricevevo solo un pasticciotto
(paste dolci, prodotti di pasticceria fresca) comprato da
Iazzetta al Quartuccio. A mezzogiorno, annunciato dal suono
delle campane della chiesa di Santa Maria dell’Orto, mia
zia, dopo che era andata avanti e indietro per mezza giornata,
dal vico S. Catello al mercatino poi alla Caperrina e ‘o
Viscuvato (Piazza Municipio) scendendo per Via Coppola
e dopo aver attraversato Via Sarnelli di nuovo al mercatino,
si apprestava a tirare (estrarre) il fatidico numero
per la gioia di quanti avevano acquistato i suoi numeri. In
genere questo avveniva nei pressi della chiesa di San
Vincenzo, dove, in mattinata si teneva il mercatino rionale,
allora lei, da vera artista di strada, richiamava intorno a sè
i curiosi scampanianno (scuotendo, agitando) il panariello
(piccolo paniere di forma conica tronca) con i novanta numeri
della tombola, mostrando le mani libere da possibili imbrogli
“Questa è una mano e questa è l’altra mano,
guardate bene e non vi lamentate, il numero di stamattina
è: 77! I diavoli! Chi li tiene i diavoli?! Chi lo tiene il
77?!” E così dicendo, chiedendo alle varie persone e
girando di nuovo per le puteche cercavamo e trovavamo
sempre il vincitore che contento e soddisfatto prendeva il suo
regalo e se ne deliziava. Mia zia ricordava quasi sempre le
persone a cui aveva venduto i vari numeri. Al ritorno a casa,
lei preparava il pranzo, aveva un modo di alimentarsi diverso
da quello di casa mia, non mangiava la pasta, solo
legumi e verdure fresche, magari prese al mercatino la
mattina, le alici, il pane nero e solo alcuni tipi di frutti,
quelli meno dolci, ricordo che amava molto le noci. Il suo
pranzo sapeva di fresco, mi piaceva, mi ricordava il mare e le
scampagnate. Dopo pranzo ci riposavamo, o meglio si riposava
solo mia zia, io continuavo a giocare con la tombola,
sovrapponendo i numeri uno sull’altro come quando giocavo
con le monete di zio Vincenzo, costruivo torri, case e chiese.
Quando mia zia si alzava, il sole era calato, cominciava ad
arrivare la brezzolina serale, dava una risistemata ai
capelli, si toglieva il grembiulone si adagiava lo scialle di
turno sulle spalle e scendevamo nel vico vicino alla fontana,
dove si riunivano le comari che già la stavano aspettando per
chiederle consiglio e qualche buona parola. Mia zia era molto
saggia e sempre disponibile, questo le faceva onore; questa
sua saggezza la portava spesso ad avere impegni di paciere.
Spesso, su richiesta di diverse famiglie, andavamo di casa in
casa, specialmente in quelle dei novelli sposi, a sistemare le
cose che non andavano bene. A volte andavamo anche a casa di
fratelli e sorelle, sia giovani che in età matura, che magari
avevano litigato per una sciocchezza; a lei, giunonica e
carismatica, bastavano poche parole per mettere le cose a
posto, una specie di filastrocca che aveva imparato a memoria
e che ormai conoscevamo bene anche noi: “Chi ha avuto, ha
avuto e chi ha dato ha dato; nuje simme cumme frate e
Dio ci assiste, nun fà’ male si nun
ne vuò avè’, fa bene ca te ritorna a te”.
Questa tiritera che noi recitavamo da dietro le porte delle
varie case imitando la mastodontica figura di mia zia ci
faceva ridere a crepapelle, come potevano questi guai, come li
chiamavano loro, risolversi così, sempre con la solita e
banale frase? E dire che a volte bastava la sola sua presenza
o la notizia che lei stava arrivando che le cose già si
mettevano a filar meglio. La ricompensa per questo suo impegno
non era mai in soldi, ma in regali che queste persone
generosamente ci offrivano e il più delle volte erano cose
fatte in casa: un pezzo di pane nero caldo, una bottiglia di
vino rosso o di olio di oliva extravergine, frutta e verdura
fresca da chi aveva il giardino. L’unica cosa che mi
spingeva a seguire mia zia in queste sue visite domiciliari,
era il pensiero di quello che sicuramente queste persone mi
avrebbero offerto, cose da mangiare, naturalmente, cose che io
cominciavo a pregustare ancor prima di riceverle: una buona
fetta di prestofatto (dolce fatto in casa di rapida e
semplice esecuzione), caramelle al gusto d’orzo, di menta o
di anice, dei biscotti a forma di lettere dell’alfabeto con
i quali impegnavo tutto il tempo in cui la zia era occupata,
cercando di comporre delle parole, ma ogni volta, per quanto
li girassi e li rigirassi, non riuscivo mai a scriverne una
per intera, mancava sempre qualche lettera; alcune volte ci
offrivano semplicemente un bicchiere di limonata fresca, per
il resto avrei volentieri fatto a meno di ascoltare fatti che
non mi interessavano, e che sembravano sempre uguali. Mi
divertivo di più la sera quando stavamo al vico, insieme alle
comari, vicino alla fontana, c’era sempre fresco per gli
schizzi dell’acqua aperta; là le ragazzette, gracili e
dalle mani molli, lavavano i panni, capi e capi di biancheria
strofinata sulle tavolette di legno ondulate, guardavo come i
grossi pezzi di sapone color ambra si assottigliavano man mano
che venivano strofinati sui panni consunti. Bagna, insapona,
strofina, sciacqua, strizza, bagna, insapona, strofina e poi
sciacqua e risciacqua di nuovo; un rito serale eseguito con
maestria e anche con gioia; le ragazze lavavano e cantavano le
canzoni d’amore del momento e a me piaceva ascoltarle;
guardavo l’acqua che con ritmo costante scorreva
imperterrita fino all’ultimo raggio di luce. Poi, piano
piano, si allontanavano tutte le comari; tutto era lavato,
sciacquato e strizzato, si svuotavano i grandi catini di
ferro, si sciacquavano le tavolette di legno, si conservava il
sapone rimasto, le ragazzette tacevano raccoglievano i secchi
coi panni lavati che andavano poi stesi ai balconi ad
asciugare, la fontana si chiudeva, il silenzio arrivava e
copriva ogni cosa anche gli ultimi rumori delle seggioline
trascinate per terra, le finestre si chiudevano un po’ alla
volta. La sera si faceva sempre più scura ed anche noi
tornavamo a casa e dopo aver mangiato un biscotto di grano
nero bagnato, un pomodoro con un filo d’olio d’oliva,
andavamo a dormire. Non era facile per me prendere sonno perché
mia zia che in genere parlava poco di sé, la notte, al buio,
si liberava e cominciava a raccontare la sua
storia d’amore col primo marito, poi col secondo, poi
col terzo, parlava della sua solitudine, li rimproverava per
averla lasciata sola, poi raccontava loro la sua giornata,
tutto quello che di bello o di brutto le era capitato,
confidava loro la quantità di soldi accumulati con le riffe,
adesso con quei soldi sarebbe potuta andare a salutare la
Madonna di Pompei, e poi a Montevergine e se rimaneva ancora
qualche centesimo sarebbe andata a visitare il presepe a Meta
di Sorrento. Più parlava e più sembrava che si rivolgesse a
qualcuno che era presente, ma che non ero io, li salutava,
fissava loro
l’appuntamento per la sera successiva con una tale
normalità che a volte credevo parlasse veramente con i
fantasmi dei suoi mariti, allora cominciavo ad avere paura, mi
mettevo con la testa sotto le lenzuola per non veder nessuno,
piano piano poi la voce di mia zia cominciava ad affievolirsi,
le parole diminuivano fino a fondersi con un ritmato russare,
cosi per
tutta la notte fino al mattino. Ad accompagnare il
russare di mia zia c’era l’andirivieni di una famiglia di
topi che vivevano sull’altissimo armadio di noce fatto a
mano dal suo secondo marito che era falegname e di cui lei
vantava tanto la bravura, una tarantella rumorosa che durava
fino alle prime luci dell’alba, mia zia diceva che stavano
bene lì, che anche loro avevano diritto a vivere, le facevano
compagnia di notte quando si sentiva sola. Ma per me la notte
diventava un incubo, dormivo solo un po’ di prima mattina
quando tutto si placava, i fantasmi scomparivano e i topi si
ritiravano nelle loro tane, giusto qualche oretta, fino a
quando mia zia solleticata dal primo raggio di sole, saltava
giù dal letto all’improvviso, come se qualcuno l’avesse
chiamata: “Ehi! Sei già qui? E va bene, mi alzo, mi
alzo!”. E incominciava un’altra giornata.
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