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La
salita che portava al bosco di Quisisana, per noi bambini che
eravamo quasi sempre scalzi, era particolarmente lunga e
ripida. Camminare in montagna con gli zoccoli era faticoso
perciò li portavamo infilati alle mani come guanti. Seguivamo
affannati il passo svelto di mia zia, anzi della mia prozia:
la giunonica Teresa che amava, in queste scorrazzate montane,
camminare cantando e suonando appassionatamente
la tammorra. Erano due le occasioni in cui, grazie a lei, ci riunivamo
con tutti i cugini: il lunedì di Pasqua e fine agosto prima
che i grandi temporali “spezzassero” i tempi e l’estate
volgesse al termine, per la raccolta delle erbe aromatiche.
Mia zia portava sotto il braccio, con una certa grazia, un
grande cesto che lei chiamava
panaro pieno
di merende fatte di pane con pomodori e origano, pigne
d’uva, pere e qualche noce fresca, poi appena le veniva la
frenesia di cantare e di
tammurrià’, passava a noi il paniere pesante come il
piombo, che noi portavamo a turno in due, reggendolo con tutte
e due le mani, qualche volta l’abbiamo trascinato per terra
e lo abbiamo danneggiato gravemente. Intorno alla “Fontana
del re” consumavamo la nostra colazione, desiderata per
tutta la mattinata, e poi lì c’era l’acqua fresca, per
bere e per giocare dopo aver mangiato. Si giocava pure a
nascondino ad acchiapparello o al salto con la fune, a mosca
cieca, a color color. Poi, quando la zia si rimetteva in
sesto, dopo un riposino sull’erba secca, si svuotava il
paniere dalle ultime cibarie che eravamo costretti a mangiare,
anche se ormai ben sazi, e lo si ripuliva dalle briciole,
perché è li che dovevamo deporre le erbe odorose della
nostra ricerca. Mia zia era un’intenditrice di erbe e
d‘inverno con i suoi decotti a base di eucalipto menta e
agrumi freschi ci curava dal raffreddore. Gli impacchi di
camomilla servivano per le slogature e per il bruciore agli
occhi. I semi di finocchietto erano per il mal di pancia, ma
l’uso più frequente delle erbe aromatiche oramai secche che
raccoglievamo d’estate, era per il bagnetto serale dei
neonati, un rituale a cui tutti noi assistevamo; alcune volte
anche noi bambini preparavamo le varie erbe: la menta
selvatica, il finocchietto, la melissa, la camomilla, i fiori
di tiglio, le foglie e i frutti dell’eucalipto, le foglie di
limone e la lavanda, tutto in infusione nell’acqua bollente
nel grande catino di ferro smaltato. Col gomito la mamma
testava la temperatura dell’acqua e quando era al giusto
grado si ripuliva dalle erbe che avevano sprigionato tutti i
loro poteri emollienti, disinfettanti, calmanti ed
espettoranti e ci s’immergeva il bambino che immediatamente
col suo sorriso ci dimostrava quanto fosse felice.
Raccoglievamo le erbe sullo stradone che da Quisisana porta al
paesino di Pimonte, col fiuto di cacciatori di erbe,
rovistavamo dietro ogni cespuglio e annusavamo tutte le erbe e
poi cercavamo conferma da mia zia, se quella era l’erba
giusta. Si andava avanti così per tutto il pomeriggio fin
quando il cesto non fosse pieno e fin quando non si arrivava
alla casa di un pastore, di cui non ricordo più il nome, con
le sue pecore e il cane Cicciotto che alla nostra vista
cominciava a scodinzolare e a girare su se stesso. Il pastore
era un vecchio amico di tammorra di mia zia, ci
regalava le foglie
di limone e non disdegnava mai una suonata a quattro mani e
una bella canzone con lei. Così mentre loro cantavano e
suonavano, noi ballavamo. L’erba secca ci scricchiolava
sotto i piedi sprigionando tutto l’odore del bosco, il cuore
rideva seguendo il ritmo dei battiti delle nostre mani che
andavano sulle note di un’antica “taranta”.
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