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Peccato
per tutte quelle erbacce e quella immondizia, adesso che
questa spiaggia era diventata così grande sarebbe stata il
posto ideale per fare delle belle e salutari “stufe a
rena”. A questo pensava Mastu Ciccio ogni qualvolta gli
capitava di fare quattro passi lungo l’arenile di
Castellammare. Immaginava i punti dove sarebbe stato più
opportuno scavare le buche, si dilettava a calcolare quante
persone avrebbero potuto beneficiare di quella sabbia calda e
asciutta. Curarsi con le sabbiature, o per dirla con un
termine medico che aveva sentito da un professore, la
psammoterapia era, un tempo, uno dei grandi vantaggi che
offriva la sua città. Una cura semplice e gratuita per
guarire o alleviare i reumatismi, le artrosi. Un toccasana
soprattutto per la gente più povera che per campare faceva
lavori logoranti, mangiava poco e viveva nei bassi, case
piccole e umide al piano terra o nei seminterrati dei palazzi
del centro antico dove raramente arrivava il sole Un lungo e
piovoso inverno passato in queste condizioni spesso lasciava
profondi segni nello spirito e nel corpo. Segni dolorosi che
solo l’arrivo della calda estate, del sole, dell’aria di
mare e della sabbia potevano mandare via. Una sabbia
costituita da un miscuglio di minerali unico al mondo, una
ricetta i cui ingredienti erano stati portati dal vicino
Vesuvio, dal Fiume Sarno e dai circostanti monti calcarei come
il Faito. Una sabbia ricca di preziosi minerali che il sole
asciugava e riscaldava fino ad una temperatura di 50-60 gradi.
Alla
salutare pratica delle “stufe a rena” Mastu Ciccio era
particolarmente devoto. Se adesso camminava sulle proprie
gambe lo doveva unicamente alla “miracolosa” sabbia del
litorale vesuviano. I fatti della prodigiosa guarigione si
erano svolti all’incirca una sessantina di anni prima,
ovvero nel primo dopoguerra.
In
quegli anni Mastu Ciccio, allora trentenne, lavorava al
Cantiere navale come muratore addetto all’allestimento. Ogni
mattina si alzava di buon ora e dopo aver badato ad un piccolo
podere di famiglia scendeva per i gradoni del Cognulo e andava
al Cantiere. A sera, poi, quando l’agognato fischio gli
annunciava la fine della lunga e faticosa giornata, rifaceva
il percorso inverso.
Da
qualche tempo, però, le cose non andavano più bene, un
fastidioso e doloroso gonfiore al ginocchio gli impediva ogni
movimento, nei primi tempi quando il male era ancora
sopportabile aveva stretto i denti, si era trascinato. Ma ora
che non poteva più camminare e veniva portato al cantiere in
spalla dalla moglie, si sentiva veramente perduto. Per
impossibilità lavorativa, dovette abbandonare il suo reparto,
“l'Allestimento”, per essere assegnato alla I. T.
(Interruzione Temporanea) in “attesa lavoro”, un ripiego,
assegnatogli solo per non fargli perdere il posto di lavoro.
La
prospettiva poi di dover perdere l’amata gamba gli
angustiava ogni attimo della sua vita, ripensava sempre a
quando con un balzo disperato era saltato via dal tavolo
operatorio, del grande ospedale di Napoli, pochi istanti prima
che gli amputassero l’arto.
Cosa
fare, a chi rivolgersi per farsi aiutare, se anche i grandi
“medici professori” pagati con mille sacrifici avevano
fallito?
In suo aiuto venne la saggezza popolare: “Mastu Ci’, perché non
provate con le “stufe a rena”? Fanno miracoli!” gli
avevano suggerito alcuni anziani che provavano una gran pena a
vederlo così ridotto. I suoi amici operai speranzosi quanto
lui per la guarigione, ogni mattina, prima di prendere
servizio, gli scavavano una serie di buche lungo la spiaggia
che si trovava alle spalle del Cantiere navale. Mastu Ciccio
passava le otto ore al cantiere con la gamba seppellita nella
bollente sabbia, sopportava l’enorme calore con la viva
speranza, restava con l’arto sepolto finché la sabbia non
diventava umida per l’abbondante sudorazione, a questo punto
si spostava, trascinandosi, nella buca vicina dove ripeteva
l’intera procedura. Così fin quando riuscì definitivamente
a guarire, in poche settimane era prima passato il gonfiore e
poi anche il dolore. Tutto merito di quella sabbia, la
“rena” nera vesuviana, ora così sporca ed inquinata. Un
vero peccato! Fontanella Ferdinando.

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