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Ottobre di faccia o di profilo sempre uguale,
cupo, serio, dispotico, tra l’altro ti ho visto mentre
scacciavi quel caldo, tenero e democratico venticello che
soffiava sul tuo grigiore, l’hai rinchiuso con veemenza in
un anfratto tra il Faito e il mare. Ah…. Dittatore! T’intrufoli nelle case della
gente, porti scompiglio, agiti le tende e ascolti i sussurri
degli innamorati. Ottobre con la tua aria nervosa e agitata,
nei ricordi della terra che trema e di edifici fragili caduti
al suolo tra nubi di polvere. Ti ho seguito, l’ammetto! Ma solo per farti
dispetto e vederti arrossire, quando giù per via Viviani, hai
sostato davanti ad un portoncino di ferro; era la sagrestia
della Parrocchia della Pace e sei entrato, tuttavia qui non
hai potere, questo luogo è sacro, appartiene alla fede, né
gli spiriti delle monache né la tracotante vegetazione che
penetra le pietre, ti hanno dato udienza, oggi è il 16
Ottobre è San Gerardo. Di tutti i santi di questo mese potrei
raccontarvi la vita, m’è caro però questo meridionale, San
Gerardo Majella, il quale antepose alla propria volontà,
quella di Dio. Nel cuore di Castellammare ha una propria
dimora, ornata da mura decrepite e antichissime, non solo una
casa, ma un patronato, egli comprende il dialetto degli
abitanti del rione e mentre è intento a colloquiare con loro,
intesse con la propria carne lodi a Dio, oggi tra l’altro
eleva per questa povera gente ulteriori suppliche al cielo,
grida che nascono crude nella strada, come fossero vendute da
un ambulante. Chiese e volle appartenere caparbiamente e
intimamente, alla schiera dei santi, certamente traghettò con
sé numerosi cristiani e anche raccolse dalle nostre povere
strade qualche cencio di carne. Ecco la sua festa non è chiassosa, qui egli è
umile tra gli umili, povero come Cristo tra i poveri, offre
attraverso le mani di taluni, il profumo di fragranti panini
appena sfornati, l’odore del pane allora diviene incenso e
ascende al cielo come preghiera, sul tavolino attendono gli
immacolati fazzoletti, che trasformano in gioia le doglie del
parto. “Fiurelle” del Santo trovano casa, come
orfanelli tra le mani gelose e le labbra dei fedeli, uomini e
donne che cercano salvezza nell’imitazione di un povero uomo
del Sud, in attesa della partenza dal corpo della propria
anima. Caro Ottobre, è forte e giunge al naso
infreddolito il profumo delle castagne, schierate come
soldatini su un tronetto a carbonella ad abbrustolire; chi non
può comprarle s’avvicina e si scalda, chi ne tiene tra le
mani un cartoccio, attraverso il tepore
ricorda… pensieri di bambino.
Giuseppe
Zingone
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