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Eravamo
un gruppo unito ed esclusivo; abitavamo in una zona delimitata
dal palazzo del Mulino, piazza Fontana, salita Ponte e vico
Mantiello; una quindicina in tutto. Qualche volta si univa a
noi, uno “ straniero ” ‘e rint’‘a Chiazza o di
Visanola. Questi li accettavamo con diffidenza!! Ogni domenica
pomeriggio, tutti insieme, andavamo al cinema, a vedere film
dei banditi (cowboys), Tarzan o dei pirati (insomma
film di avventura). Per le sette di sera, eravamo in villa
comunale, ove, spesso, eravamo costretti a confrontarci con
altri gruppi di ragazzi (per noi stranieri), che ci volevano
mandar via, da quello che consideravano il loro territorio; a
volte, si finiva col fare a botte. Con le poche lire che ci
erano rimaste, dopo l’acquisto del biglietto d’ingresso al
cinema, compravamo semi di zucca, un gelato e altri prodotti
di stagione. Naturalmente, si divideva tutto
tra amici. Alle nove ci incamminavamo verso le nostre case,
discutendo e imitando le voci e le gesta dell’eroe del film
visto. Fra di noi non capitava mai di litigare, tranne una
sera; erano circa le nove e mezza ed eravamo all’altezza del
bar Muollo, situato all’angolo tra piazza Orologio e via
Bonito; noi eravamo dall’altro lato di via Bonito. Due
nostri amici vennero alle mani; uno era Vincenzo Pagano
(salita Ponte), l’altro, uno straniero “ ‘e r’int’a
Chiazza ”, Carmine Di Somma. Noi non riuscivamo a separarli;
a quel punto, un giovane di circa 30 anni, che si trovava di
fronte al bar Muollo, dove fungeva da protettore di una
giovane “ NOBILDONNA ” (il cui soprannome davvero
azzeccato era ‘a Zizzona, non entro nei particolari perché
credo sia inutile spiegarne i motivi), questi attraversò la strada e cercò di separare i
belligeranti; non riuscendoci, passò a vie più convincenti,
dando uno schiaffo a Vincenzo Pagano. Quello schiaffo non fu
accettato pacificamente da Vincenzo, che offeso, cerco di
aggredire quell’uomo, grande e grosso e certamente
fisicamente superiore a un ragazzino di dodici anni circa. Noi
tutti afferrammo il nostro caro amico e cercammo di calmarlo:
“ Vicie’ nun te compromettere, che vuo’passà nu guaio?
” La ragione vera e che non volevamo prendesse altre
mazzate, anche perché saremmo certamente intervenuti in suo
favore e quasi certamente, le mazzate le avremmo prese pure
noi. Così la calma fu ripristinata e ce ne tornammo alle
nostre case. Per anni ci sentimmo dire da Vincenzo, che cosa
gli avrebbe fatto “ A CHILLU
FETENTE ”, se noi non lo avessimo fermato.
Come
detto questo mio caro amico abitava alla salita ponte, prima
del palazzo del Serraglio; al piano terra c’era un falegname
di nome “ don Rafele ‘o masturascia ”. Spendevo molto
tempo a casa sua, anche perché aveva un teatrino dei pupi,un
tam-tam e le maracas, che appartenevano a uno dei suoi
fratelli più grandi. Noi facevamo un sacco di chiasso, e la
madre, buon’anima, ci faceva giocare, senza mai arrabbiarsi;
che bella persona! Se non era in cucina, ricamava e cuciva
assieme ad Annamaria e Titina, le due figlie più giovani, le
quali imparavano ad essere donne di casa, capaci di portare
avanti le loro future famiglie.
Vincenzo era ed è una persona di cui ci si può
fidare; leale, modesto e infinitamente buono. Circa sei anni
fa gli telefonai e gli chiesi notizie di un comune amico
d’infanzia, di cui non avevo il numero telefonico, Vittorio
Di Martino. Mi disse che stava bene, abitava verso il campo
san Marco, sposato e padre di due figli e due figlie. Mi volle
informare che tutti questi figli e figlie erano diventati
(parole sue) “ ‘na cosa
bbona ”. Questo mi riempì di gioia (due volte) la prima per
Vittorio e famiglia e l’altra per Vincenzo, il quale, senza
ombra di invidia, mi parlava del successo del nostro comune
amico, con un senso di orgoglio. Io voglio cogliere
l’occasione per salutarlo affettuosamente e di mettere per
iscritto, quello che penso di lui: “VICIE’ TU
SI’ ‘NA COSA GRANDE”.
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