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Surece
e Scarrafune
Molti di noi stabiesi, quando su
liberoricercatore ricordiamo il tempo della nostra
fanciullezza, della nostra gioventù, del nostro passato nella
Stabia che fu, giustamente evidenziamo le cose belle che
abbiamo vissuto e che abbiamo visto; evochiamo i giorni belli
che vi abbiamo trascorsi; esaltiamo i simpatici aspetti
folcloristici delle nostre tradizioni, della nostra gente.
Il
desiderio che abbiamo di tornare indietro nel tempo, che nei
nostri ricordi è, quasi sempre, il migliore della nostra
vita, scaccia dalla nostra mente gli aspetti, le situazioni,
le cose sgradevoli che abbiamo visto e vissuto allora. Adesso
vi chiederete: “Ma chisto addo’ vo’ je a para’?”
Mi
spiego, voglio parlare delle condizioni di vita, sotto
l’aspetto igienico e sanitario, con le quali una volta si
conviveva e che oggi sarebbero inconcepibili.
Oggi
quasi tutte le abitazioni (escluse in parte quelle della zona
antica di Castellammare) hanno in casa
il bagno e i servizi igienici, le cucine a gas e i
frigoriferi, i termosifoni per il riscaldamento. Ai miei tempi
invece esistevano: "‘o zi’ peppe" (e per chi non
sa cosa sia se lo faccia spiegare dagli anziani della
famiglia), a “furnacella” (fumosa e sempre in procinto di
spegnersi se non alimentata col ventaglio a “sciuscià”),
"‘o vrasiere".
Le
nostre sante mamme per fare il bucato usavano delle tinozze di
legno o di ferro zincato, spaccandosi le braccia a forza di
sfregare i panni su un asse di legno. La lavabiancheria era
ancora da inventare! Al posto dei detersivi, che ancora non
esistevano, si usava del sapone grossolano e la cenere
(residuo della “fornacella” o del “vrasiere”) per
rendere più bianca e più pulita la biancheria e le lenzuola.
Ad asciugare il tutto ci pensava il dio sole che lambiva quel
gran pavese, quel arcobaleno di panni stesi, che attraversava
le strade del rione vecchio da un balcone all’altro. In
proposito mi viene in mente un gustoso episodio realmente
accaduto e che vide protagonista Vittorio De Sica. Ad uno
straniero che, con la puzza sotto il naso, non capiva il perché
di questa parata di panni stesi lui rispose: “Caro signore,
i napoletani sono puliti, si lavano spesso!” Ma torniamo
alle considerazioni iniziali. Le condizioni ambientali in
generale, e relative alla pulizia e all’igiene, erano
carenti sotto tutti gli aspetti: mancanza di una efficiente
rete fognaria, sommaria pulizia della città, case vecchie e
quasi sempre molto umide, affollate perché i componenti delle
famiglie erano sempre tanti, con relative numerose esigenze
personali, ed altro ancora. Questa oggettiva situazione non
permetteva una valida pulizia sia personale che degli alloggi.
In un ambiente così degradato la facevano da padroni gli
animaletti (?) del titolo. Ed ecco in proposito una mia
esperienza diretta, cioè un incontro ravvicinato con gli
stessi: la mia famiglia abitava un appartamento al primo piano
di una casa il cui portone si trovava sotto l’arco della
Pace, all’inizio di via Santa Caterina. In famiglia eravamo
in sei (i genitori, due figli maschi e due femmine).
L’alloggio era piccolo, buio e molto umido: di una tristezza
unica! Soltanto un piccolo balconcino che s’affacciava sulla
piazza, permetteva l’ingresso di un filo di luce.
Il
locale cucina, tutte le notti, veniva invaso da decine di
scarafaggi. Mio padre che non sopportava questo stato di cose
si alzava e con la scopa cercava di eliminarne quanto più ne
poteva. Io e mio fratello, curiosi come tutti i bambini, ci
alzavamo dal nostro lettino per assistere a questo disgustoso
spettacolo. Appena accesa la luce vedevamo correre in tutte le
direzioni questi schifosi insetti. Sembravano una armata di
soldati corazzati neri che sbandavano da tutte le parti. Ma la
lotta era impari ed inutile: la notte successiva comparivano
sempre più numerosi, almeno a noi così sembrava. Poiché mio
padre sapeva che erano portatori di gravi malattie, non voleva
esporci ad alcun rischio, quindi dopo appena un anno e mezzo o
due, cambiammo casa. Ed andammo ad abitare, sempre in via
Santa Caterina, dove attualmente è il n° 12. Mio padre
pensava di aver risolto il problema, ma in effetti se ne
presentava un altro: i topi, "‘e sureci". Ma
questi preoccupavano meno perché li si combatteva quasi
efficacemente col “mastrillo” (tutte le mattine almeno uno
era intrappolato). Era sempre uno spettacolo
disgustoso, ma meno schifoso.
Un
mattino mia mamma, sotto l’androne del palazzo, fu morsicata
ad un piede da una “zoccola”. Forse gli aveva pestato la
coda o disturbata mentre era intenta a qualche sua incombenza
o chissà che. Il medico subito chiamato fece una accurata
disinfezione e la cosa finì lì. Ma non era raro alle volte
assistere alla caccia di queste immonde bestie lungo le vie
del rione. Specialmente gli abitanti dei bassi o dei negozi
posti a pian terreno andavano all’inseguimento con scope e
altri attrezzi, ma quasi sempre senza risultato, perché quasi
sempre la preda trovava un buco per nascondersi.
Credo
di aver esposto, anche se sommariamente, le condizioni
igienico sanitarie in cui siamo cresciuti noi vecchi (o
“diversamente giovani”; tanto per addolcire la pillola!)
Gli
amici frequentatori affezionati di questo sito, mi
perdoneranno se ho affrontato un argomento poco simpatico, ma
io penso che la verità, la realtà non va mai nascosta.
Del resto la mia è una testimonianza che può servire ai giovani
d’oggi per apprezzare maggiormente
le comodità di cui dispongono; comodità che i loro
padri e i loro nonni non hanno potuto avere.
Gigi
Nocera
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