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Serenate
a Castellammare
Da troppo tempo manco da Castellammare e quindi
non so se la simpatica e romantica usanza che sto per
raccontare era ancora in voga dopo la fine della guerra.
Nella
famiglia del mio nonno materno, don Luigi Suarato, tutti i
componenti maschili sapevano suonare almeno due strumenti, ad
orecchio però, da autodidatta, perché nessuno di loro aveva
mai studiato musica. Ciò non deve sembrare strano in quanto
noi stabiesi abbiamo, quasi tutti, un buon orecchio musicale.
Questa affermazione non è frutto di un esasperato orgoglio
cittadino.
Incominciamo
da mio nonno: aveva molto confidenza con la fisarmonica; e
ricordo che quasi tutti i pomeriggi si sedeva in un angolo
della sala da pranzo e ci deliziava suonando le belle canzoni
napoletane in voga in quei tempi.
Mio
zio Salvatore era un vero portento: quasi tutti gli strumenti
che passavano nelle sue mani non lo imbarazzavano. Dopo i
primi approcci, tanto per prenderci confidenza si impadroniva,
rudimentalmente, della tecnica per usarlo con disinvoltura e
gradevolmente. Fosse pure uno zufolo o una ocarina. In un mio
ricordo pubblicato dal Libero Ricercatore qualche tempo fa
parlavo degli stabilimenti balneari installati sulla spiaggia
di Corso Garibaldi (per intenderci: dove ora c’è un prato
sul quale starebbero bene a pascolare delle pecore
irlandesi!). Descrivevo anche l’ambiente della rotonda che
portava alle cabine e dove oltre alla cassiera faceva bella
mostra di sé un pianoforte. Ebbene, questo mio zio ogni tanto
si sedeva davanti a questo piano e suonava i motivi delle più
belle canzoni o delle Operette in voga allora.
Fu
grazie a zio Salvatore (un bel giovane con baffi neri e folti
e capelli lisci dello stesso color corvino), che capii cosa
era una serenata. A lui mi legava un affetto e una simpatia
particolare. Furono questi reciproci sentimenti che lo
spingevano a portarmi con se quando c’era una festa a cui
lui partecipava o quando, appunto, doveva “portare” la
serenata ad una bella ragazza.
Perché
questo concertino? Capitava per esempio che una ragazza
resisteva alla corte che le faceva l’innamorato, oppure
quest’ultimo, già fidanzato con questa ragazza, veniva
lasciato.
Allora
subentrava l’arte della seduzione musicale e si
“portava” la serenata. Sperando che questa manifestazione
d’affetto intenerisse il cuore della ragazza.
Naturalmente
non tutti gli spasimanti sapevano suonare uno strumento e
quindi si avvalevano dell’abilità degli amici in questo
campo e si combinava un piccolo complesso di due-tre strumenti
e un cantante, che molte volte era uno degli, diciamo,
strumentisti. Questo mio zio che in questo campo sapeva il
fatto suo, veniva incaricato di organizzare questo complessino
con l’aiuto di amici capaci di suonare uno strumento. Mio
zio eccelleva nella chitarra e quindi trovato un mandolinista
o anche un clarinettista il più era fatto; specialmente poi
se uno di loro avesse avuto una bella voce.
Come
ho detto questo mio zio mi voleva bene e quando capitava di
dover fare la serenata “per conto terzi” mi diceva: “Gigì
stasera ce sta ‘na serenata; mo ‘o dico a mammeta e te
porto cu’ mico”. Poiché mia mamma era sua sorella il
permesso non veniva mai negato, con mia grande gioia.
Queste
serenate venivano fatte di sera, e se c’era anche un poco di
luna la cosa diventava di un romanticismo incredibile. Questa
atmosfera mi colpiva particolarmente perché le prime emozioni
sentimentali incominciavano a prendere possesso del mio cuore.
Il cuore di un non ancora giovanotto, e un non più bambino.
Ma torniamo alla serenata.
Questo
gruppetto di amici si recava sotto il balcone della fanciulla
desiderata e incominciava a suonare e a cantare. Dopo le prime
note la gente del rione o della via accorreva per godersi
gratuitamente uno spettacolo molto gradevole e simpatico. Chi
suonava non era uno strimpellatore e chi cantava aveva sempre
una bella voce, pertanto sia la musica che l’atmosfera erano
oltremodo gradevoli. Ricordo bene che allora la canzone che
veniva cantata di più era “‘Na sera ‘e maggio”.
A proposito di canzoni, quella che rappresenta bene che cosa era una
serenata è la famosa “Guapparia” scritta dal poeta Libero
Bovio e cantata dai più bravi e famosi cantanti napoletani.
Ed ecco la prima strofa:
Scetateve,
guagliune ‘e malavita,
ca
è ‘ntussecosa assaje ‘sta serenata:
i’
songo ‘o ‘nammurato ‘e Margarita,
che ‘a femmina cchiù bella d’‘a Nfrascata!
Gigi
Nocera
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