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1930
- Scuola... di nuoto all'Acqua della Madonna
Avevo allora 7 anni e la mia famiglia abitava nel
Palazzo dell'Acqua della Madonna, proprio di
"rimpetto" alla fonte dove sgorgava
ininterrottamente, giorno e notte, questa buonissima acqua. E,
cosa importante, tutti se ne potevano approvvigionare senza
pagare nulla. Certo, i signori incaricavano
chi il portiere del palazzo, chi l'acquaiuolo più vicino
casa, chi uno spicciafaccenda che per guadagnare qualche
soldino si prestava a buttarsi nella mischia che si formava
sulla banchina per accedere alla fonte che si trovava
quasi a livello del mare, dopo essere scesi una scaletta
scivolosa di 5/6 scalini. Gli stabiesi venivano da tutti i
rioni, anche da quelli più lontani. Considerando però che la
città non era estesa come lo è oggi, i più distanti erano
quelli che abitavano verso Piazza Ferrovia. Per quelli della
Caperrina o di Santa Caterina, di via Bonito o via Duilio giungervi
era uno scherzo. Naturalmente dipendeva dalla capacità
del contenitore che si voleva riempire (una "mummara",
un fiasco, una bottiglia, una damigianella). Chi abitava
vicino si accontentava di un fiasco o di una bottiglia,
specialmente se chi doveva affrontare la ressa era piccolo, di
età e di statura, come lo ero io. Quanto sto per
descrivere a molti può sembrare banale, puerile; ma
bisogna considerare che sto parlando di 80 anni fa; quali
erano le condizioni socio-economiche della società civile di
allora; di come era e cosa era la vita delle famiglie di
allora. Ogni nucleo familiare disponeva (quando disponeva!) di un
solo stipendio, un solo salario. I figli, per ogni famiglia:
"una folla" (come dice Filumena Marturana nella
famosa commedia di Eduardo); quindi le possibilità di mandare
i bambini a scuola di nuoto, di danza, a tennis, come per
tanti avviene oggi, era assolutamente impensabile. Quello
che non potevi imparare a scuola lo dovevi apprendere quasi
tutto dalla strada o dagli scarsi insegnamenti dei
genitori. Quindi ognuno sopperiva con l'inventiva, con la
furbizia, con la malizia, con lo spirito di adattamento di cui
era dotato. Insomma, se eri "nu figlio 'e 'ndrocchia"
te la cavavi quasi sempre. Tutti i fatti cui assistevi
oppure eri protagonista, volente o nolente, costituivano una
esperienza che poi ti serviva per affrontare convenientemente
le evenienze belle e brutte della vita. Di tutto si
doveva fare tesoro.
Per
comprendere compiutamente quanto di seguito dirò, devo aprire
un piccolo squarcio sulle condizioni di vita della mia
famiglia. Incominciamo col dire che non avevamo un locale
bagno vero e proprio. In un angolo della cucina, di fianco
alla "fornacella", c'era un piccolissimo sgabuzzino
con dentro un "cantero", che potete immaginare a
cosa serviva. Poiché questo piccolo locale non era dotato di una
fonte luminosa né esterna, né interna, una volta chiusa la
porticina si era immersi nel buio più assoluto. Per lavarsi
le mani e il volto avevamo quel classico treppiede
panciuto fatto di tondino di ferro sagomato (che appare anche
nel primo atto di "Natale in casa Cupiello" di
Eduardo). Nel cerchio superiore si metteva una bacinella, nel
cerchio inferiore si riponeva una brocca piena d'acqua. Sia
l'una che l'altra erano di ferro smaltato.
Il
bagno completo, cioè lavarci da capo a piedi era il compito
domenicale di mio padre. Avevamo una bacinella di ferro
zincato nella quale ci sedavamo con l'acqua che arrivava si e
no all'ombelico. Prima mio fratello Andrea, poi io. Completata
questa prima operazione ci alzavamo in piedi e con una spugna
insaponata mio padre ci lavava compiutamente prima la testa
poi tutto il corpo. Quando passava la spugna sulla testa
strizzandola ci diceva: "Chiude ll'uocchie e 'a vocca".
Ecco, di questo consiglio mi sono ricordato quando "mi
sono dato" la prima lezione di nuoto. Ed ora
ritorniamo all'inizio.
Dunque
un giorno (penso fosse primavera) di quel 1930, mia madre mi
mandò a riempire una bottiglia dell'acqua della Madonna.
Anche
quel giorno, come del resto tutti i giorni, un gran numero di
persone, vociante e spintonando cercava di avvicinarsi a quei
5/6 scalini che portavano alla fonte. Avevo 7 anni! Piccolo e
mingherlino come sono sempre stato, la ressa non mi ha "affigurato"
proprio e sono stato spinto in mare dall'alto (per me!) della
banchina. Di me in acqua nessuno si è curato. Dopo aver
ingurgitato un sorso di acqua salata mi sono ricordato di mio
padre: "Chiude ll'uocchie e ‘a vocca!"
E
nuotando a "cacciuttiello" sono rimasto a galla.
Certo, impaurito; certo, incazzato. Delle mani pietose mi
hanno aiutato a salire sulla banchina: senza bottiglia e
naturalmente senza l'acqua della Madonna. E' vero, ma con la
consapevolezza che in seguito potevo buttarmi a mare dagli
scogli della, per me, mitica banchina e zi’ Catiello, senza
correre il rischio di annegare.
P.S.:
in seguito, se non me ne mancherà il tempo e la voglia, descriverò la tragedia
avvenuta a casa mia quando mi sono presentato bagnato come un
pulcino e senza la bottiglia (ciò non perché avevo rischiato
di morire
annegato, ma perché avevo perso la bottiglia!)
Gigi
Nocera
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