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Ricordo
del dott. Imparato
Caro Maurizio, nei giorni scorsi sul “Libero
Ricercatore” hai pubblicato un bel ricordo
del dottor Imparato. L'ho letto con grande emozione
perchè molti anni fa fui da lui curato e salvato. Ecco i
fatti:
Nel 1934 avevo 11 anni. Nell'estate di quell'anno a
Castellammare molti bambini si ammalarono di tifo, ed io fra
loro. Qualcuno morì, qualcun'altro si salvò. Io mi salvai
grazie alla valentia professionale del dottor Imparato, per
l'immenso amore e sacrificio dei miei genitori ed alla buona
sorte o per meglio dire al volere di Dio. Il dottor Imparato,
fin dalla prima diagnosi, e per tutto il tempo della mia
malattia, veniva a volte anche due volte al giorno a visitarmi
e controllare come andavano le cose. All'inizio avevo la
febbre a 39/40 gradi e quindi la cura fu subito radicale: per
far scendere la febbre dovevo fare due volte al giorno un
bagno nell'acqua fredda. Naturalmente della vasca da bagno a
casa mia si sapeva a malapena che esisteva, ma quanto a
possederla poi....! E quindi fu giocoforza sostituirla con una
tinozza di zinco abbastanza capiente. Poiché neanche il
frigorifero faceva parte dei confort della mia abitazione di
Via Santa Caterina, mio fratello (e a volte i vicini di casa)
si recava a comprare presso la fabbrica del ghiaccio (che
penso si trovasse dalla parte della Caperrina) un mezzo
panetto di ghiaccio lungo 50/60 cm. che si caricava in spalla
avvolto in un sacco di juta. Tanto per completare la
descrizione delle condizioni igieniche in cui si trovavano
quasi tutte le abitazioni del centro storico, per noi il
gabinetto era costituito da un "cantero" posto in
uno sgabuzzino angusto, scuro e senza prese d'aria con
l'esterno.
Più
sopra ho attribuito la mia guarigione anche ai sacrifici dei
miei genitori, ed ecco il perchè. Allora non esisteva in
Servizio Sanitario Nazionale, la cosiddetta “Mutua” e per
un ammalato grave a volte il vivere o morire dipendeva dal
censo (chi aveva il denaro per curarsi adeguatamente) e dalla
buona sorte (o volere di Dio). Per affrontare le spese per le
mie cure i miei genitori portarono tutti i doni di nozze che
ancora possedevano al Monte di Pietà (doni che
naturalmente non furono mai riscattati…). Mio padre,
dipendente delle “Ferrovie dello Stato”, ottenne
dall’Amministrazione un prestito che poi restituì con una
trattenuta sugli stipendi successivi. In verità non so se il
dottor Imparato fu pagato; in caso affermativo non so dire
quando e quanto gli fu dato. Era nota però la sua discrezione
nel chiedere (ed a volte anche a rinunciare) un modesto
compenso a quelle famiglie in precarie condizioni economiche.
Dopo 8/10 giorni di un trattamento così drastico,
naturalmente affiancato da appropriate cure mediche, il mio
stato di salute incominciava a migliorare. Ricordo ancora bene
le prescrizioni consigliate ai miei genitori per quanto
riguardava il vitto. Mangiare minestrine in brodo e legumi
accuratamente sbucciati, carne di cavallo tritata e anche gli
acini d'uva dovevano essere accuratamente sbucciati. Inoltre,
per rimettermi in forze, dovevo fare delle punture endovenose;
e lui tutti i giorni veniva a farmele a casa mia. Per un
bambino di 10/11 anni vedersi infilare un ago nelle vene non
era piacevole: Ma lui con incoraggiamenti scherzosi e garbati
riusciva a tranquillizzarmi dicendomi che avevo le vene che
sembravano la "condotta dell'Acqua della Madonna",
tanto erano grosse ed evidenti.
Questo
è il ricordo di un malato che 75 anni fa, fu curato e salvato
da quel valente medico galantuomo che era il Dottor Imparato.
Nel raccontare questo triste momento della mia vita, credo di
aver offerto un piccolo spaccato della vita e delle condizioni
in cui si viveva allora a Castellammare. Gigi Nocera.
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