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L'abbigliamento
Le discrete e simpatiche sollecitazioni dei miei giovani amici
stabiesi mi inducono, ogni tanto, a parlare dei miei ricordi
giovanili. Ciò mi obbliga ad arrampicarmi agli ormai sottili
e aggrovigliati fili della mia
memoria (“ 'a vicchiaia è ‘na brutta bestia”,
diceva mio padre). Ma per mia fortuna i cromosomi ereditati
dai miei genitori, e il costante esercizio cui sottopongo
questo meraviglioso giocattolo che è il cervello (come lo
chiamava Charlie Chaplin)
mi permettono di soddisfare le loro richieste. Ciò è
dovuto anche al fatto che ero un bambino, un giovane, curioso
di tutto; tutto mi interessava. Ero un osservatore attento.
Quindi non ci si deve stupire se i ricordi che ogni tanto
affiorano nella mia mente sono abbastanza precisi. Del resto
è noto che i vecchi ricordano bene le cose del lontano
passato e dimenticano facilmente i fatti recenti. E veniamo a
noi. Io ho avuto
la fortuna di
vivere gli anni della mia fanciullezza, prima giovinezza nel
centro storico di Castellammare. Dove vi abitavano famiglie di
tutti gli strati sociali. Dal sotto-proletariato, agli operai,
dagli artigiani ai negozianti. Nella mia stessa famiglia
convivevano due categorie sociali: mio padre modesto, ma
dignitoso impiegato statale e mio nonno materno benestante
commerciante. Questo privilegiato osservatorio (la strada e la
famiglia) mi permette ora di soddisfare la curiosità del miei
amici stabiesi che vogliono sapere come ci si vestiva allora.
Gli uomini, quasi tutti e quasi sempre, portavano il cappello.
Specialmente coloro che appartenevano alla piccola/media
borghesia. Anche se l'abbigliamento era modesto il gilé, con
numerosi taschini, completava l'abbigliamento. Ma siccome
tutto aveva una funzione, in uno dei suoi molti taschini si
riponeva l'orologio (allora
non erano in voga quelli da polso) tenuto in sicurezza da una
catenella (molte volte d'acciaio, poche volte d'oro o
d'argento) infilata in un'asola dello stesso gilé. Negli
altri taschini si riponevano le monete metalliche allora in
corso. Dato che la unità di misura monetaria era la lira,
buona parte delle merci che si comprava era pagata in
centesimi. All'età di 10/11 anni andavo a fare il garzone da
un barbiere che si trovava di fianco alla Chiesa della Pace.
L'importo della mercede che ogni tanto si degnava di darmi era
a sua completa discrezione. Una sola condizione garbatamente
gli ponevo: che fosse tutta in centesimi. Quando questo
modestissimo frutto del mio impegno, lo consegnavo a mia madre
mi sembrava di donarle un tesoro. E sentivo forte l'orgoglio
di aver partecipato anch'io al miglioramento delle sorti
economiche della famiglia (figuriamoci! Con pochi centesimi!).
Parliamo
ora di un altro indumento che, a volte, distingueva gli uomini
appartenenti ai diversi ceti sociali. Quelli di ceto medio
basso portavano le camicie col colletto floscio, oppure alla
coreana, cioè senza le alette laterali. Quelli di una classe
più elevata indossavano camicie col colletto staccabile,
unito alla stessa con dei bottoncini. Questa particolarità
aveva una sua funzione specifica che era la seguente. Poiché
la cravatta faceva parte dell'abbigliamento, il colletto
doveva essere duro, quindi appena sporco si lavava a parte e
quindi inamidato. Poi, una volta indossata la camicia il
colletto veniva unito ad essa con i suddetti bottoncini. Tale
operazione come si può immaginare era alquanto laboriosa,
quasi da contorsionista. Rivedo ancora mio nonno davanti allo
specchio con le mani dietro al collo armeggiare per
abbottonarsi convenientemente. E quando aveva delle difficoltà
di fronte a qualche bottone riottoso in casa volava il
richiamo: “Catè!” e la povera Catella, che era
affaccendata alla fornacella per la preparazione del ragù o
della pasta e fagioli, accorreva con aria infastidita. Il
compendio visivo di quanto ho esposto lo si può vedere
osservando le fotografie dei miei nonni. L'uno, operaio del
Cantiere (e si vede!); l'altro, l'agiato commerciante (e pure
questo si vede).

nonno
Andrea

nonno
Luigi
Un
altro addobbo del quale facevano sfoggio i più raffinati
erano le ghette, oggi in disuso.
E che cosa erano? Erano degli accessori che si
indossavano sopra le scarpe ed allacciate lateralmente con dei
bottoncini. Una volta avevano la funzione di proteggere le
caviglie. Poi diventarono un segno distintivo di una certa
eleganza.
E
le donne come vestivano? Incominciamo
con l'indicare quello che non indossavano; per esempio
i pantaloni, oppure le gonne corte sopra le ginocchia.
Anche
per loro esisteva la discriminante dovuta alla differenza di
classe sociale. Quelle della media borghesia in su, in certe
occasioni, indossavano dei bei cappelli. A volte confezionati
da abili artigiane chiamate “modiste”. Questo termine
potrebbe indicare genericamente tutte quelle che si
interessano della moda; e invece no, le modiste ideavano e
confezionavano soltanto cappelli da donna.
In
primavera-estate indossavano delle belle camicette
discretamente scollate (o accollate
secondo i punti di vista) sopra a delle gonne lunghe.
Le scarpe avevano i tacchi abbastanza alti tali da dare
slancio alla figura e mettevano in risalto la bellezza delle
donne stabiesi. In verità la mia memoria non ricorda, a
Castellammare, donne brutte. Modeste, sciatte, ma brutte no.
Forse questo mio deciso giudizio è influenzato dal ricordo di
mia mamma che era proprio una bella donna.
Ce l'ho davanti agli occhi, con una bella camicetta a
pois blu e un colletto plissé.
Ho
incominciato col descrivere come vestivamo negli anni ‘30 ed
ho finito con l'omaggiare le nostre donne. Forse trascinato a
questa conclusione dalla grande nostalgia che mi prende quando
parlo della nostra bella e disgraziata Castellammare".
Gigi Nocera.
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