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Premessa
dell'autore:
Secondo Baudelaire e
forse anche Nietzsche, il flaneur da cui ho mutuato flaneuse,
è un passeggiatore, un camminatore, che senza una meta o uno
scopo preciso vaga in luoghi che conosce a memoria stupendosi
del fatto che magari in cima ad un palazzo a lui molto
familiare ci sia una finestrella mai notata prima, o che un
dato campanile abbia un angelo sulla facciata etc.. un vagare
alla scoperta del vecchio, dell’antico senza porsi il
problema di farlo, tendendo se si riesce al rilassamento. Così
l’ho inteso in Cicco d’oro, (metaforicamente) il mio sta
diventando un camminare all’indietro nel tempo grazie a voi
tutti, e lo faccio senza pretese, per rilassarmi a per
rivivere un passato [tiempe belle ‘e ‘na vota] che ho
amato tanto, nei colori, nei sapori, nelle vicende che
riaffiorano vive come se le rivivessi or ora. Grazie per
avermi dato la possibilità di “smetaforizzarmi”.
Con stima. Corrado
*
* *
Un flaneur venendo da Via Santa Caterina, prima che largo Spirito Santo
si gonfi come una pera, sulla sinistra incrocia ‘a Chiazza (Via Piazza Grande): una volta era una stradina in
basolato realizzata a gradoni. Un luogo ricco di umanità, con
una teatralità tutta sua; quell’andar su a gradoni le
conferiva l’aria di una palcoscenico a più livelli. Un
venerdì di novembre del 1960 (non sono sicuro dell’anno)
veniva giù da questo vicolo, urlando qualcosa, una donna
vestita di nero, minuta, segaligna, mento sporgente, quasi
senza denti, i capelli grigi raccolti in una crocchia sulla
nuca – purtava ‘o tuppo –. Era Filumena ‘e Cuozzo, la madre di Cicco
d’oro. Un sonnacchioso venditore di lupini,
all’angolo di via Piazza con via Santa Caterina, la guardava
incuriosito, svelta per quanto poteva con le sue gambe secche
e leggermente arcuate, per l’irruenza quasi investì il
venditore di brodo di telline, solo un’agile piroetta salvò
il lavoro di una giornata e con ogni probabilità il pranzo
dell’intera sua famiglia. Vennero fuori in ordine di
apparizione – ossia mano a mano che la donna si inoltrava
nella piazzetta –: il merciaio, ‘a
gravunara (la carbonaia), un pensionato assonnato – che
abitava dopo la rivendita di carboni –, Mammèla,
l’orologiaio e orafo, il macellaio – ‘On
Viciénzo ‘o chianchiere –, la fruttivendola zi’
Bbacca e ‘a
signora Sisìna (la salumiera), che da dietro ai suoi
occhiali spessi si accingeva ad assistere divertita alla
scena. In un primo momento, non si era capito per quale motivo
Filumena urlasse. Infatti Rosa ‘e Putilèo più o meno dirimpettaia dell’orafo, con la
sola mimica dello sguardo sembrò chiedere: ma che d’è, che
stato? E con ella Tubbiuozzo,
‘a moscia, Nanninèlla, ‘a
naso ‘e cane, ‘a vecchina, il tabaccaio. Nella parte larga della piazzetta,
sulla sinistra, quindi dalle parti di ‘On
Viciénzo ‘o speziale e della salumeria di Cuncètta
d’‘a posta, le urla della Cuozzo ancora non si
sentivano. Ma cosa era accaduto? Cosa stava accadendo?
Facciamo
un passo indietro, per quel che mi riesce di ricordare
Filumena ‘e Cuozzo aveva sei o sette figli, una delle figlie
femmine era invalida, forse, paraplegica con una evidente
deformità dello scheletro; l’unico maschio: Cicco d’oro,
era affetto da nanismo, alto quanto un bimbo di otto anni,
aveva una grossa testa, magro con un po' di pancetta, ed un
pronunciato valgismo. Cicco d’oro, teneva su i pantaloni
grigi – senza passanti – con un
corréggia vecchia in pelle, più lunga del suo giro
vita, per cui la parte sovrabbondante gli penzolava davanti in
maniera oscena. Cicco d’oro per vivere, faceva il venditore
ambulante, era il franfellicaro della villa comunale, vendeva
i franfelliche e le mele glassate, (la cerimonialità dell’acquisto
dei quali è stata deliziosamente descritta dal nostro amico
Gigi Nocera).
Nel novembre del ‘60 nell’ambito di Campanile sera, – il primo gioco collettivo televisivo – in
diretta, già condotto da Mike Bongiorno, all’epoca
coadiuvato da Enza Sampò e da Enzo Tortora; la città di
Castellammare di Stabia (Sud) incontrò in questo un gioco
molto simile a giochi senza frontiere (1)
una città del Nord dell’Italia; da Castellammare
collaborava con Mike Bongiorno, Enza Sampò. Campanile Sera,
serviva a far incontrare diverse realtà di uno stesso paese,
a pochi lustri dalla fine della guerra si tentava attraverso
il medium
televisivo, di costruire un’unità nazionale, almeno, dal
punto di vista linguistico e culturale: il pubblico veniva a
conoscenza della realtà dei piccoli paesi italiani, ad
esempio con il breve il filmato che dava inizio
alla puntata del quiz che descriveva il paesaggio e la realtà
produttiva dei comuni in gara. Non l’avessero mai girato
quel filmato introduttivo. Abitualmente Cicco d’oro vendeva
i suoi prodotti – dal produttore al consumatore – nei
pressi della vecchia giostra di Scognamiglio – nel ‘60 era
gestita da altri, mi sembra –, per l’occasione il regista
dell’unità mobile che girò l’anteprima fece spostare
Cicco d’oro con il suo carretto davanti all’ingresso del
cinema Montil, una carrellata dall’alto verso il basso,
centrava l’inquadratura su questo simpatico rampollo del
centro antico. Cicco d’oro era assurto, ignaro predecessore
di tronisti, veline, schedine, e naufraghi di orwelliana
memoria, alla notorietà nazionale. Tutta
la fascia in ascolto (2) sapeva
che al mondo esisteva un franfelliccaro
unico più che raro come Cicco d’oro. Tutto il mondo, ma
Filumena ‘e Cuozzo no! –‘a mamma n’‘o sapeva!– Filomena era così povera che ancora
non poteva permettersi un televisore, ne tanto meno avvertiva
il bisogno di confrontarsi culturalmente con il resto della
nazione. Quindi nell’immediato la donna non seppe
dell’improvvisa fama
acquisita dal figlio, non subito, tuttavia gliene parlò una
vicina che aveva
seguito l’evento in tv, e lei appena appresa la notizia
decise di gridare al mondo intero – il suo mondo intero,
quel microcosmo formato da: ‘a
Chiazza, ‘o
Spiritu Ssante, ‘o
vico ‘e Mascella, ‘o
Ponte fino a dinto Visanola – il suo orgoglio, il suo disprezzo, verso quanti
più o meno palesemente ironizzavano, spesso anche
pesantemente, sulle deformità della sua progenie. Ecco perché
Filumena ‘e Cuozzo correva e imprecava, quella mattina... e
lo faceva alzando al cielo la sua mano destra. Per malizia, la
malizia di chi scrive, che per tenere l’interesse vivo
nasconde le notizie più sugose alla fine, devo dire che la
mano destra di Filumena era affetta da una paresi che non le
consentiva di schiudere completamente le dita: anulare e
medio; per cui la sua mano sembrava fare sempre il gesto delle
corna. Ora non si comprende bene, se il suo gesto con la mano
destra alzata servisse per richiamare l’attenzione, oppure
più probabilmente, a rivolgere uno sberleffo al suo mondo
della vita quotidiana... a questo gesto abbinava anche
improperi vari: –
mo’ che diceno sti cheste e sti chell’ate?, mo’ ca Cicco
d’oro è asciuto ‘a dint’‘a televisione?– queste
urla di rivalsa, reclamo di una dignità mai ricevuta,
rimostranza di una madre ferita, reazione ad una natura
ingrata, erano forse un ultimo rantolo contro la diversità.
Un flaneur venendo da Via
Santa Caterina, prima che largo Spirito Santo si gonfi come
una pera, sulla sinistra incrocia ‘a
Chiazza (Via Piazza Grande), ma non rivivrà quella
teatralità, non incontrerà quella umanità, oggi veline,
tronisti, schedine, naufraghi hanno
soppiantato Cicco
d’oro e vi assicuro la colpa non è della tv.
(1)
Giochi Senza Frontiere, nasce nel 1965, su spinta di Charles
De Gaulle, ricalcando in pieno – negli schemi e nelle
motivazioni – Campanile Sera, che a sua volta rendeva
visibile la
trasmissione radiofonica il
Gonfalone.
(2)
Una storpiatura di: Fascia d’ascolto, ovvero target;
avvenuta negli anni ’70 per indicare: tutto il pubblico che
abitualmente segue un evento radio/televisivo.
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