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È sempre estate nella mia
Città, basta un raggio di sole, la risata chiassosa di un
bambino. Ma, in effetti la bella stagione non tarda a
giungere, così come la ricordo: asfissiante, umida,
boccheggiante, Castellammare è “un dolce inferno”
verrebbe da dire.
Ai primi accenni di
cambiamento di tempo le nostre case nel Centro Antico si
schiudono, come le rose a Maggio, ed estendono i loro confini
reali fin sulle strade, torniamo ad essere una grande
famiglia, la cui vita si svolge per le vie, qui nascono nuove
storie belle e brutte; i nostri figli giocano infinite partite
di calcio nei vicoli e al porto; più volentieri ci si
affaccia e i nostri sguardi s’imbrigliano negli occhi del
vicino oppure nella casa del dirimpettaio. A qualcuno viene
subito in mente la violata privacy, ma per noi è normale, è
retaggio antico, del resto in posti come questo è nato il
teatro napoletano, le canzoni, le tragedie.
La sera, poi, la
rassicurante frescura del Faito scivola giù a capofitto tra
le strade antiche, lenendo le infuocate ferite scavate dal
tempo nei muri; carne e polvere antica, fatta di uomini e
fabbricati che chiedono incessantemente a Dio il giusto riposo
eterno.
Un impressionante odore di
terra, misto a fogliame e linfa vitale si spinge per i vicoli
e le piazze, anelando il mare antistante i cantieri, antichi,
ferrosi, inoperosi. Qui il Faito incontra il mare, con la sua
brezza che sa di pesce essiccato al sole ed alghe, di reti
ormai inerti.
Nelle notti soffocanti,
tutti attendono il giorno dopo: finestre spalancate supplicano
grazie che non riceveranno risposta; edicole votive un tempo
dimorate da santi e oggi rimaste orfane, dirottano in poche
case sparuti venticelli.
Qualcuno con la seggiola
s’attarda sul proprio balcone tirato fuori a forza,
abusivamente, rubando
centimetri al vuoto; col solo scopo di carpire gli ultimi
sospiri della confidente montagna per poi raccontarli ai
propri sogni.
Ripercorro a mente tutte
le mie strade, esse mi appartengono, sono mie, vi cammino
instancabilmente, osservo la vita che vi si addormenta come
acquerelli che sbiadiscono.
Riposa chi può…! Verso
la fine del vicolo qualcuno piange, più in là invece
l’arte del pane non ha requie neanche nelle notti
d’estate, poi silenzio.
Il buio è breve, uno
scatto di nervi, un rigirarsi di lato nel letto; il sole è
pigro nei vicoli che si risvegliano al suon di battenti
zoccoli di legno, ma il mare non può attendere, chiama le
prime famiglie le quali s’incamminano in processione, come
matrioske, per occupare i pochi ritagli di sabbia rimasti.
Variopinti giovani come
maioliche vietresi, lambiscono con i loro corpi l’azzurro
lido stabiese. Opere d’arte in costume, mostrano il proprio
equilibrato patrimonio genetico, equamente diviso fra razze
indoeuropee e africane: com’è bella la nostra gioventù!
Pesanti fardelli di
venditori ambulanti stremati, si rincorrono sull’angusta
spiaggia.
Sfiancati dal rovente sole
come i fasciami di ferro dei cantieri, nel tardo pomeriggio
tutti ritornano a casa unti di sale e sudore.
Le nostre dolci acque
termali, in religioso silenzio sfilano tra percorsi nascosti
sino al mare, nessuno può ripescarle, anguille sfuggenti,
perle di ricchezza andate perse, lasciano le nostre mani vuote
ed affamate di turisti.
Qualche chalet riprende a
sistemare tavolini come pezzi su una scacchiera, agli angoli
delle strade fanno capolino improvvisati venditori, come pupi
di un vecchio teatrino, quasi in agguato con le loro merci.
I viali della Villa, nella
sera che sopraggiunge, attendono i figli di Stabia per
cullarli su e giù, come in una perenne corsa in funivia, e
intanto il cielo dona un tramonto che si perde negli occhi del
cuore.
Stelle ancora invisibili custodiscono la nostra memoria.
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