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…Inalando i fumi dell’acqua calda aromatizzata dai
fuscelli di malvarosa, menta, finocchio ed altre erbe secche
che aleggiavano dal catino di ferro preparato per il bagnetto,
poggiai il
mento sul bordo e con le mani agitavo l’acqua che diveniva
sempre più giallina, poi chiudendo gli occhi sospirai; avrei
voluto rimanere così per sempre.
Era
nato mio fratello da pochi giorni, ma solo oggi mi avevano
permesso di tornare a casa per vederlo. La settimana
prima fui spedita a casa della giovane zia Gina ancora senza
figli.
Non
mi ero annoiata, tutt’altro, ma avrei preferito rimanere a
casa con mia madre, assistere all’arrivo del fratello ed
essere io a cantargli la prima ninna nanna. Vedendolo
adesso, adagiato come un principe in mezzo al grande letto dei
miei genitori, mi lasciava smarrita. Mi sentivo un’estranea
in quella stanza che fino a qualche giorno prima era stato il
mio regno saltando e facendo capriole su quel letto che adesso
era vestito a festa come una chiesa prima di una cerimonia. Mi
invase un senso di tristezza.
Timida
mi avvicinai e con delicatezza accarezzai il ricamo del
lenzuolo nuovo, intravedevo
il suo colore azzurrino dai trafori della coperta di filo
bianco.
Era
bello. Affondai il faccino nel profumo di bucato fresco del
cuscino. La stanza aveva anche un nuovo odore: sapeva un
po’di caglio e un po’ di canfora.
Poggiai
le mani sul comodino e spingendosi sulle punte dei piedi
guardai i tanti oggetti nuovi: il biberon, le forbicine, il
contagocce, varie bottigliette contenenti liquidi colorati e
pastigliette. Le fascette di garza e di stoffa erano di un
bianco immacolato, però, mancavano le
caramelle all’anice che la mamma da un po’ di tempo
scioglieva in bocca prima di dormire.
La
mamma era pallida e parlava piano, non aveva più il pancione
caldo e rotondo accanto al quale la sera mi addormentavo
stringendo a lato la mano di mio padre: “Per non lasciarlo
solo” mi sussurrava mamma, come un segreto, in un orecchio.
Mentre
osservavo indisturbata, varcò la soglia della porta una donna
dall’aspetto giunonico, ma fine.
Portava un cappello azzurro dalla falda larga decorata con
grossi fiori
primaverili di organza e seta. Era la levatrice Anna Consalvo,
per tutti “comare Consalvo”, era lei che dava inizio al
rito del primo bagno di Faustino; così i miei genitori
avevano deciso di chiamare mio fratello: Fausto, come il
giorno in cui era nato.
Nei
giorni che seguirono ritornò spesso la comare Consalvo:
nessuno la chiamava Anna forse per il
rispetto e per l’autorità che l’investiva. Il
suono del suo nome mi rievocava immagini di atti gloriosi che
avesse compiuto: le “guerre” vinte col diavolo che tentava
di rubarle ogni volta i suoi bambini.
Pensavo
ad una Madonna, quella di Porto Salvo e nella mia fantasia
come le Madonne la colmavo d’immortalità. Dilungavo la sua
vita nel tempo, mamma di tutte le mamme, aveva fatto nascere
tanti bambini, un fiume di bambini, mio fratello,
me, prima ancora le mie cugine grandi, e sicuramente aveva
fatto nascere pure mia mamma, mia nonna, la madre di mia nonna
e così di seguito, pensavo alla familiarità che avesse col
Padre Eterno per quanto riguardava il mistero della creazione
dei bambini.
Quando
la sentivo arrivare le correvo incontro, le prendevo la mano
guidandola fino alla poltrona e poi le sedevo in grembo. La
comare Consalvo, aveva sempre storie da raccontare, storie di
battaglie o di guerre, di donne “COMBATTENTI” che avevano
partorito e bambini
venuti alla luce per opera santa, o ancora le difficoltà di
chi ancora naufrago in acque verdi e cordoni stretti al collo,
stavano incontrando.
Nel
raccontare, ella mi sistemava i capelli riccioluti dietro le
orecchie, insistendo anche con quelli ribelli che azzeccati
alla pelle dal sudore, proprio non ne volevano sapere di
rientrare nelle file. Poi mi baciava la tempia calda e mi
accarezzava: “La mia stellina”, mi diceva: ”La mia
numero uno”.
Ed
io privilegiata dalla posizione
non volevo perdere neanche una parola delle storie che
raccontava, anche se non sempre le capivo, infatti, spesso
chiedevo: “E perché?…E perché?...”. Nessuna risposta
mi veniva data e per me queste grandi avventure tra la vita e
la morte diventavano ancora più misteriose e affascinanti,
specialmente quando qualche lacrima rigava la sua guancia.
Fattami
più grande, varie volte mi è capitato di correre a casa sua,
distanziava solo alcuni portoni dalla mia. La chiamavo
ansimante dal fondo del cortile: “Comare Consalvo; comare
Consalvo! Mia madre dice
che dovete venire subito!”, e lei: “Chi sei? A chi sei
figlia?” Rispondendo dalla sua loggetta piena di piante,
“Sono Angelina la figlia di Maria”, “Va bene, arrivo
subito, ma fai preparare dei fiaschi di acqua calda!”
Io
correvo e riferivo, ma la comare era già dietro di me con la
sua grande borsa scura da dottore
piena di aggeggi strani. In queste circostanze mi
facevo prendere dall’eccitazione e insieme a i miei cugini,
cominciavo a fasciare con le pezze da cucina qualsiasi oggetto
somigliante vagamente ad un bambino, poi, con una vecchia
borsa di cuoio imitavo la giunonica comare Consalvo. Gli altri
cugini strillavano in coro cercando di imitare il nascituro
che in altre occasioni avevano sentito piangere, facevamo
insieme un casino tale che qualcuno buscava pure. Purtroppo
sul più bello, quando le donne adulte di casa che aiutavano
la comare, sudate e stravolte, uscivano e poi rientravano
veloci nella stanza della partoriente, portando i primi
fiaschi di acqua calda e gli svariati asciugamani riscaldati
sopra lo scaldino del braciere,
a noi bambini ci mettevano alla porta senza sentir
ragione. La nostra nuova postazione diventava
il grande terrazzo dall’asfalto nero.
La
comare Consalvo occupata vicino alla partoriente per il tempo
necessario, a volte anche lungo, riappariva solo a nascituro
lavato, fasciato e addormentato in mezzo al grande letto, il
suo aspetto non era
più lo stesso di quando era arrivata, sul suo viso si
leggevano i segni della dura battaglia.
Veloci
come grilli io e i miei cugini saltavamo sul letto per far la
conoscenza e dar il benvenuto al nuovo membro della banda; le
donne accorrevano proteggendo il neonato dall’invasione un
po’ barbarica: “Fate attenzione è delicato, guardatelo
senza toccare, guardate quanto è bello!”
Ma
a me non sembrava poi così bello e vedendo le dolci
attenzioni rivolte al piccolino,
mi prendeva un po’ la gelosia e per dispetto attaccavo coi
perché dei miei dubbi: “Per dove era passata la cicogna
visto che dal terrazzo avevo setacciato ogni centimetro di
cielo?” e poi ribadivo che di nascosto, all’arrivo della
comare Consalvo, le avevo controllato i tasconi della borsa,
ma li avevo trovati pieni
di tutt’altre cose.
La
volta che successe di partorire alla zia Gina, ero diventata
così curiosa che mi nascosi sotto il suo letto e
dallo specchio dell’armadio che si trovava proprio di fronte
al letto vidi tutto lo spettacolo.
Quando
le donne se ne accorsero e mi tirarono fuori con la forza, ero
svenuta dalla paura; loro mi fecero prima annusare l’aceto
di vino, poi
quando mi ero rinvenuta rossa dalla vergogna, mi fecero bere
un bicchierone d’acqua zuccherata.
Non
ho mai fatto parola con nessuno di questo mio segreto, ai
cugini e ai fratellini ho sempre raccontato che nel frattempo
che aspettavo mi ero addormentata e mi ero persa l’occasione
di scoprire la magia con la quale la comare aveva tirato fuori
il bambino dalla borsa di cuoio.
Infine
la comare concludeva le sue visite il giorno prima del
battesimo e se il nascituro era femmina le effettuava la foratura
dei lobi delle orecchie usando un piccolo ago e un po’ di
cotone bianco.
Quando sentii piangere l’ultima delle mie sorelle per il dolore, mi
sentii male, ma oggi sono contenta di avere la possibilità di
indossare le belle toppe d’oro che
la nonna mi ha lasciato.
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