Approfittando delle splendide giornate di
inizio estate, quest’anno, ho deciso di fare un tour per gli scavi
archeologici del circondario vesuviano.
Visitando
le sontuose ville romane di Stabia e Oplonti, le straordinarie città
antiche di Pompei ed Ercolano ho inconsciamente desiderato di poter
sentire, anche solo per pochi minuti, una voce, un suono, un rumore,
vedere un colore, annusare un odore, insomma percepire qualcosa di
concreto, che non fossero rovine, che mi facesse rivivere realmente
quel tempo ormai passato.
Un
sogno irrealizzabile direte voi, ed è quello che pensavo anche io,
finché, non ho visto, in un angolo umido e ombroso degli scavi di
villa San Marco a Castellammare, l’Acanto (Acanthus
mollis L.) una pianta erbacea spontanea dell’area mediterranea,
caratterizzata da grandissime foglie profondamente incise, riunite in
una rosetta basale dalla quale si erge, nel periodo primaverile-estivo,
una splendida spiga fiorita.

Il verde brillante delle foglie d’Acanto,
le delicate sfumature bianco – roseo – violetto dei fiori, il loro
impercettibile odore, hanno agito sulla mia ragione ed è così che
finalmente ho rivissuto in
modo reale un frammento del passato, qualcosa che per gli antichi era
stato importantissimo.
L’Acanto
è, infatti, tra le piante che hanno profondamente influenzato la
cultura dell’antichità, l’architetto romano Marco Vitruvio
Pollione nel I secolo a.C. nel trattato “De Architectura,
libro IV” racconta che lo scultore greco Callimaco (seconda
metà del V secolo a.C.) prese spunto da questa pianta per realizzare
diversi ornamenti architettonici, tra cui anche il capitello nello
stile corinzio.
Il
mito descrive la storia di un matrimonio mancato di una giovane di
Corinto, morta poco prima delle nozze. Sulla tomba della donna, la sua
nutrice pose un canestro ricoperto con una lastra lapidea. Alla base
del canestro crebbe una pianta di Acanto che, arrivata alla lastra di
copertura, ripiegò le proprie foglie verso il basso, assumendo la
singolare configurazione che è divenuta propria del capitello
corinzio.
Motivi
ispirati a questa essenza si riscontrano anche nell’architettura
cristiana, la pianta è simbolo di resurrezione ed è spesso
riprodotta per adornare i monumenti sepolcrali e le colonne delle
chiese dove si custodiscono le reliquie dei Santi.
Per
gli antichi romani l’Acanto fu anche una importante pianta
ornamentale, adatta ad essere coltivata in ambienti umidi ed ombrosi
era usata come pianta di bordura e di macchia nei viali e nelle zone
in ombra delle ville, ma principalmente trovava impiego come elemento
decorativo dei ninfei, edifici caratterizzati dalla costante presenza
dell’acqua e per questo consacrati alle ninfe, considerate dai
romani le divinità di fontane, sorgenti e fiumi.
Nella mitologia greca Acanto (dal greco ákanthos, spina) era anche il nome di una ninfa amata da Apollo.
Acanto non ricambiava l’amore del dio del sole che, offeso, tentò
di rapirla ricevendo in cambio dei graffi al volto. Per questo
affronto Apollo decise di tramutare la ninfa Acanto in una pianta
spinosa, adatta all’ombra ma che per vivere avesse bisogno comunque
del sole.
