Da
una attenta rivisitazione della figura di questa, non
comune, suora alcantarina, attraverso i dati che la
collocano nella Congregazione, di cui fu figlia, e nei
tempi della società non facile in cui si trovò a operare
e, soprattutto, seguendo le movenze della grazia che la
conduceva in aderenza alla "norma della vita"
dettata dal canonico Vincenzo Gargiulo alle sue figlie, ci
si accorge presto di trovarsi davanti ad una consacrata di
grande rilievo spirituale, certo, meritevole di essere
additata ad esempio da imitare, come fa la Chiesa con i
suoi santi.
Nelle Costituzioni, date dal Gargiulo alle suore
alcantarine, è raccolto tutto lo spirito del miglior
Francesco d'Assisi nella società in cui queste nuove
religiose avrebbero dovuto interpretare la novità di vita
che portavano.
Fu, suor Elisabetta Jacobucci, donna consacrata, umile,
mite e minore nel ruolo che le fu assegnato. E
prese nella Congregazione l'ultimo posto e non cercò di
uscirne, siccome era il disegno di Dio sulla sua vita. E
non invidiò le sorelle più colte e quelle laureate...
Il mondo del dolore tra orfani e fanciulle abbandonate,
frutto di famiglie disgregate, la miseria e la
degradazione di ogni sorta, la videro passare come un
prodigio di amore per la sua sensibilità a ogni umana
sofferenza.
Il filo conduttore della spiritualità di suor Elisabetta
porta a quel austero e penitente contemplativo che fu san
Pietro d'Alcantara, che il Gargiulo propose alle sue
figlie.
La società del suo tempo, tra Castellammare di Stabia,
Sant'Agnello e Meta di Sorrento, conosceva tutte le
contraddizioni e le nuove povertà dell'Italia meridionale
che si muoveva verso l'unità nazionale a fine Ottocento:
diffusa miseria, degrado morale, sperequazioni d'ogni
sorta, sopraffazioni e laicismo che minava tutte le
istituzioni religiose. Per la Chiesa locale i tempi erano
difficili quant'altri mai! Ma per fortuna, in questo
particolare periodo, vi operò il santo vescovo Petagna,
che favorì il nascere di almeno tre congregazioni
religiose, quali argini al diffondersi del male.
La nuova Congregazione del Gargiulo puntò sui giovani,
togliendoli dalla strada, ospitandoli in case sane,
educandoli nelle scuole e formandoli perché fossero
fermento per una comunità civile diversa.
Intanto suor Elisabetta non aveva istruzione, né cultura,
ma con una azione, che chiameremo di supporto e redditizia
spiritualmente e economicamente, sostenne il lavoro delle
sorelle più preparate e impegnate in prima fila a
ricucire gli strappi operati da uomini impietosi
sull'animo dei figli.
Dunque, suor Elisabetta fu una gregaria nei
confronti delle sorelle che con intelligenza applicavano
il progetto educativo del fondatore.
E " p e d a l ò " per quarant'anni per le
strade non facili della penisola sorrentina, in minorità,
rivestita di un abito povero e rattoppato, seguita
eternamente da una ragazza handicappata che non la
raccomandava più di tanto; era la suora che chiedendo
l'elemosina, offriva pace e consolazione, attesa e amata
sorella di tutti i diseredati, ricca com'era dentro di una
santità che presto trasparì fuori e richiamò
l'attenzione dei più sensibili.
Accettò di stare all'ultimo posto nella scala sociale e
nella Congregazione, ma di lei tutti s'accorgevano, a lei
facevano riferimento quelli che il dolore angoscia pur
nelle dovizie. Dalla strada, che era la sua ribalta, in
tutte le stagioni, col vento e con la pioggia o d'agosto
col sole impietoso, portava il suo messaggio e accese
speranze...
Ecco, come una stella luminosa che lascia una scia, che è
richiamo e guida per chi vuol seguire.
Questa è la valutazione che se ne fa dopo avere letto la
sua vita: la sensazione di un contatto col divino che si
incarna nelle creature le quali non si sottraggono alla
seduzione di Dio.
L'ammirazione, che presto fu devozione e poi venerazione,
sono il verdetto di santità che il popolo di Dio emette,
anticipando quello della Chiesa ufficiale. La gente,
difatti, non venera le tombe dei potenti, ma ritorna in
ginocchio dove riposano le anime che lo Spirito conduce
lungo il sentiero della vita.
Ebbe sulla terra il ringraziamento degli umili e degli
orfani per i quali chiese il pane, madre gioiosa e serena.
Non operò miracoli, suor Elisabetta, ma quello stupendo
di donna che si consacra a Cristo e si dona agli altri
in umiltà, servendo, senza nulla chiedere per sè,
questo miracolo lo fece.
Ed è mirabile agli occhi nostri!
Suor
Agnese Scelzo