IL
PRIMO SOCIALISMO NELL’ULTIMO DECENNIO DELL’OTTOCENTO
1. Nicola Scognamiglio, primo consigliere
comunale socialista stabiese
Conseguita la licenza liceale, il giovane Langella s’iscrisse
all’università, facoltà Belle Lettere, dove avrebbe dovuto
laurearsi entro il 1898, ma all’epoca si era già avvicinato al
socialismo, dopo essere passato, come abbiamo appena visto, attraverso
l’esperienza della gioventù liberale, del Circolo Democratico e di
quello repubblicano. Anzi, stando alla scheda stilata su di lui, il 27
giugno 1898, dal siciliano Costantino Taranto, Sottoprefetto del
Circondario di Castellammare di Stabia.”...era stato il primo a
passare nel campo dei socialisti fondando il gruppo detto Circolo di
studi sociali”
Con Catello Langella avevano fatto la scelta del socialismo altri
giovani intellettuali come Nicola Scognamiglio, professore di lettere
in una scuola tecnica privata fin dal 1892, Luigi Fusco e Vincenzo De
Rosa entrambi scrivani e il legale Salvatore Formicola, il più
anziano dei cinque, già 44enne nel 1898, originario di Resina,
l’odierna Ercolano. Questo gruppo, in assenza di una vera e propria
sezione del PSI, aveva cominciato a frequentare la sede della Società
dei panettieri e utilizzando per le prime ingenue riunioni segrete una
bottega di barbiere di via Sarnelli, sognando di organizzare una
classe operaia refrattaria al richiamo rivoluzionario proveniente dal
partito di Turati.
Figura minore del movimento operaio stabiese, una meteora spentasi
alle prime difficoltà, il professore Nicola Scognamiglio fu eletto
per la prima volta consigliere comunale nelle elezioni amministrative
del 5 luglio 1896 candidandosi nella lista dell’Associazione Operaia
Liberale capitanata da Catello Fusco e dai suoi nipoti Ernesto e
Nicola, figli di suo fratello Casimiro già sindaco della città nel
1877. L’amministrazione non ebbe vita lunga sciogliendosi nella
primavera dell’anno successivo. Seguirono alcuni mesi con il Regio
Commissario Adolfo Ferrari distintosi per la sua totale incapacità
amministrativa e bersaglio preferito di Catello Langella,
corrispondente dell’Avanti! con lo pseudonimo di Spartaco.
Riconfermato nelle nuove elezioni del 21 novembre 1897, queste si
caratterizzarono per la presenza di tre agguerrite liste, due delle
quali si riconoscevano nel vice ammiraglio Giuseppe Palumbo (1840 –
1913), già comandante militare del Regio Cantiere dal 1873 al 1874 e
deputato del collegio di Castellammare: la prima era capitanata dal
cavaliere Paolo Avitabile, ansioso di riconquistare quella vittoria
che ormai gli sfuggiva dal 1890 quando finalmente era riuscito ad
essere eletto sindaco per la prima volta ed ora fortemente
intenzionato a tornare sullo scranno più importante del governo
cittadino, come in effetto sarà, potendo contare sull’aperto
appoggio del vice ammiraglio; l’altra era diretta dal medico Carlo
Salvadore, anch’egli devoto del Palumbo ma stanco di limitare il suo
ruolo a quello di consigliere comunale e assessore e deciso a fare il
salto di qualità provando anch’egli la scalata a primo cittadino.
Il medico sapeva che la sfida lanciata a Paolo Avitabile, compagno di
tante battaglie politiche comuni, era difficile ma non impossibile, in
ogni caso la lista da lui rappresentata non era per nulla intenzionata
a far da comparsa in quella che si delineava come una dura campagna
elettorale; la terza, in ordine di tempo e di forza, vedeva alleati
antichi nemici per la pelle, Tommaso Sorrentino e Catello Fusco.
Presentatosi come lista di minoranza, quest’ibrida coalizione di
fuschiani e sorrentiniani sarà definita dal quotidiano, Roma, del 13
novembre 1897, un “connubio tra diavolo e acqua santa”, dove
naturalmente il ruolo di Lucifero spettava al vecchio liberale di
sinistra, originario di Gragnano, bestia nera dei moderati e ancor più
dei reazionari del collegio elettorale di Castellammare per così
tante legislature.
Con la sonora sconfitta nelle elezioni politiche generali del 26
maggio 1895 subita dal traballante deputato di Caprile, Tommaso
Sorrentino, da parte dell’astro nascente della politica stabiese,
Alfonso Fusco, il primo dei quattro figli di Casimiro, tutti prestati
con successo alla politica, a pagare il prezzo più alto di questa
insolita alleanza era stato, nonostante tutto, Catello Fusco. Non solo
questa alleanza spuria gli aveva alienato gran parte delle simpatie
precedentemente riscosse negli ambienti moderati, fatto rompere con il
resto del clan Fusco, del quale era sempre stato il capo indiscusso,
ma aveva per questo perso pure la carica di sindaco essendo stato
sospeso per abuso di potere con effetto immediato e denunciato alla
Procura del Re per essersi fatto promotore di un Comitato elettorale a
sostegno di Sorrentino e alla testa del quale aveva messo come
presidente e vice due assessori municipali. Non contento aveva,
secondo i suoi accusatori, utilizzato spregiudicatamente le guardie
municipali come fattorini del comitato stesso, “Non meriterebbe
questo bizzarro fatto - vedi articolo 92 della legge - l’intervento
del sottoprefetto locale?”, aveva denunciato Il Mattino proseguendo
nella sua martellante campagna a favore di Alfonso Fusco e attaccando
continuamente suo zio Catello. Alle autorità giudiziarie erano stati
deferiti anche i presidenti dei seggi elettorali di Gragnano, Lettere,
Agerola e Pimonte per essersi rifiutati di proclamare l’elezione del
vincitore e per presunti brogli elettorali. Saranno poi tutti assolti
dalla 5° sezione della Corte d’Appello il 26 luglio 1897. A
completare la catastrofica caduta del famoso e rinomato medico
chirurgo, con una disfatta senza precedenti, erano seguite le elezioni
amministrative del 22 giugno 1895 con la vittoria del suo antico
rivale, poi alleato e infine di nuovo avversario, Giovanni Greco alla
testa di un Comitato delle Associazioni Riunite.
Era pur vero che quell’amministrazione non era andata molto lontana,
travolta dalla guerra tra clan avversi e tra la stessa maggioranza, il
consiglio comunale era stato sciolto con regio decreto dopo pochi mesi
e affidata al Regio commissario Curci. Nuove elezioni comunali si
erano tenute il 5 luglio 1896 e stavolta la vittoria aveva arriso
all’Associazione Operaia Liberale di Catello Fusco. Ma anche
stavolta, come tante altre volte, cambiare il maestro non aveva
portato a modificare la musica e meno di un anno dopo, ancora uno
scioglimento e nuovo commissario prefettizio per l’ordinaria
amministrazione, fino a queste nuove, ennesime elezioni
amministrative. Votarono, come quasi sempre accadeva, meno del 50%
degli aventi diritto, appena 1041 votanti su 2262 elettori distribuiti
nei cinque seggi cittadini ma sufficienti per dare la vittoria a Paolo
Avitabile, il quale conseguì anche un suo piccolo successo personale
con 811 preferenze, ben distante dal secondo, il giovane avvocato
Catello Gaeta con 708 voti. Completamente cancellato invece il sindaco
Salvatori e la sua ambiziosa lista mentre quella del duo Fusco -
Sorrentino conquistava gli otto seggi spettanti alla minoranza. In
questa c’era anche Nicola Scognamiglio, nuovamente eletto con 483
voti. In verità non sappiamo se al momento di questa seconda
candidatura avesse gia fatto la scelta del socialismo. Stando ad un
articolo scritto da Langella sull’Avanti! all’indomani di queste
elezioni, dovremmo propendere per il no, visto che non lo cita
affatto, ma è possibile pure che ciò risponda a motivi di opportunità
politica. Di certo proveniva dal circolo repubblicano Aurelio Saffi,
lo stesso di Catello Langella e degli altri socialisti poi fuoriusciti
per fondare il Circolo di studi sociali di cui si è detto. Così
com’è dimostrato il suo passaggio al partito di Filippo Turati in
quegli stessi mesi facendo di lui uno dei primissimi socialisti di
Castellammare e, di fatto, il primo consigliere comunale socialista
non solo di questa città ma della provincia e, forse, dell’intera
regione. Nel 1899 a Benevento, sarà eletto consigliere comunale e
provinciale, il socialista Luigi Basile, leader indiscusso del
movimento operaio e socialista dell’intera provincia, fino ad essere
eletto sindaco del capoluogo sannita nel 1905. Nel 1900 si avrà nella
vicina Torre Annunziata l’elezione a consigliere comunale
dell’ingegner Arturo Giannelli. Questi lo abbiamo già incontrato
nel 1897, alla testa di un gruppo di socialisti dissidenti ed espulso
dalla sezione ufficiale del PSI ma, evidentemente riammesso in un
secondo momento, al punto da diventare il segretario della sezione
stessa. Susciterà inizialmente l’ammirazione degli stessi compagni
con il suo impegno in consiglio comunale, salvo poi essere di nuovo
espulso dal partito il 22 agosto 1901 per “la sua condotta incerta e
tentennante, sia come socialista, sia come consigliere comunale”.
Ma tutto questo avverrà dopo, confermando dunque il piccolo primato
socialista di Castellammare. Intanto Nicola Scognamiglio,“Quantunque
non fosse uomo di lotte, secondo sua natura”, si ritrovò tra gli
organizzatori delle proteste popolari del maggio 1898. Arrestato se la
cavò con pochi mesi di carcere e cento lire di multa grazie anche,
probabilmente, alla spontanea testimonianza del sottodirettore del
Regio Cantiere, Attilio Malliani, deponendo durante il processo a suo
favore, dichiarando di non aver mai conosciuto uomo più tranquillo,
d’idee più moderato, di costumi più buoni, al punto di avergli
affidato l’educazione del suo unico figlio. Nonostante la mitezza
della pena, scontata nel tremendo reclusorio di Nisida, Nicola
Scognamiglio, uscì da questa esperienza scosso nel morale e un po’
malandato di salute. Le sue stesse idee politiche, maturate,
probabilmente, negli ultimi tempi, andarono subito in crisi.
Sicuramente era molto più tranquillo e comodo essere monarchico, come
si professava appena tre anni prima, quando presiedeva un circolo
intitolato al defunto re Vittorio Emanuele. Il poco più che trentenne
professore di lettere non era un estremista, cercava soltanto di
costruire una società più giusta, ma il prezzo da pagare era già
stato alto per un uomo mite come lui. Ciononostante dobbiamo
considerarlo il primo consigliere comunale socialista di
Castellammare, probabilmente uno dei pochi, in quel 1898, che nel
Mezzogiorno poteva vantarsi di sedere su quel scranno nonostante la
sua etichetta di sovversivo. Del resto bastava poco a quei tempi per
essere considerato tale, come per esempio cantare L’inno dei
lavoratori in pubblico perché “incita all’odio tra le classi” o
leggere l’Avanti! giornale ritenuto ai limiti della legalità.
Nuovamente candidato nelle elezioni amministrative del 1° febbraio
1903 non riuscì eletto, grazie, probabilmente, agli imbrogli e alla
corruzione sulle quali Alfonso Fusco impostò la sua campagna
elettorale, come più avanti vedremo.
Nell’ottobre 1901 istituì la Scuola Tecnica Stabiese, poi
trasformata in Scuola Tecnica Pareggiata Giuseppe Bonito, con pochi
altri professori di Castellammare, tra cui Michele D’Auria -
l’antico studente con il quale Catello Langella aveva inscenato nel
1888 la manifestazione a favore del maestro Tessitore - che poi ne
divenne la vera anima e primo direttore. Fondò e diresse il periodico
Il Corriere di Stabia, le cui prime notizie risalgono al 1894, quando
è citato in una corrispondenza estiva del Mattino come giornale in
grado di offrire sempre notizie freschissime e le ultime al 1904
quando è accusato di fare da cassa di risonanza degli interessi
politici di Alfonso Fusco. Autore di uno studio critico letterario su
Manzoni e di una biografia su Padre Luigi Aiello, maestro e tutore dei
sordomuti, lo stesso Scognamiglio si occupò di ..questi infelici cui
dedicò con affetto e carità l’opera sua occupandosi del loro
insegnamento e dei gravi problemi didattici e pedagogici che si
agitano intorno alla loro educazione..,
com’ebbe a dire il consigliere comunale, Eduardo De Lutiis,
rievocando brevemente la sua vita in maniera commossa, anche se con
enfasi retorica. Scomparso prematuramente, a soli 42 anni, il 23
febbraio 1908, sarà commemorato il successivo 16 marzo, nel primo
consiglio comunale convocato all’indomani delle elezioni
amministrative del 1° marzo.
2. Il sovversivo Catello Langella
Divenuto, sempre secondo il rapporto della Sottoprefettura, il
socialista più influente della città, Catello Langella si trovava in
corrispondenza con i principali capi del Partito Socialista del Regno,
tra cui lo stesso Filippo Turati (1857 – 1932). Scriveva
abitualmente, dall’ottobre 1897, sull’Avanti! di cui era
corrispondente ordinario, sotto lo pseudonimo di Spartaco; – su
altri giornali non identificati e in ogni caso da noi non trovati
scriveva con lo pseudonimo di Masaniello - riceveva e spediva
“giornali sovversivi” quali lo stesso organo del PSI ma anche
l’Asino, un settimanale satirico illustrato di orientamento
socialista, pubblicato a Roma dal novembre del 1892 con un enorme
successo di pubblico, la Critica sociale, il quindicinale socialista
fondato da Filippo Turati nel 1891 e in seguito, La Propaganda, organo
ufficiale dei socialisti napoletani pubblicato dal 1° maggio 1899 e,
con alterne fasi, fino all’indomani del primo conflitto mondiale.
Il profilo tracciato dall’oscuro funzionario di pubblica sicurezza
all’indomani dei moti di maggio 1898 e ripreso nella relazione
scritta per il Casellario Politico Centrale dallo stesso
Sottoprefetto, Costantino Taranto, un siciliano che aveva retto la
sottoprefettura di Terni prima di venire a Castellammare, ci consente
una sua conoscenza ravvicinata: alto un metro e sessanta, di
corporatura snella, dai capelli neri e con gli occhi castani,
…egli si dimostrò studioso e non di cattiva moralità (…) è
intelligente abbastanza ma malevole; suoi compagni abituali sono gli
altri socialisti di qui (…) nonché i socialisti militanti di
Napoli, ove egli si reca ogni giorno a studiare. Si comporta bene
verso i genitori e verso i fratelli. Non coprì mai cariche politiche
od amministrative. E’ socialista e si può dire il più influente a
Castellammare(… ). E’ il capo della propaganda socialista che egli
fa con attività portentosa in tutte le classi sociali, grazie alla
sua cultura che gli permette di creare proseliti. E’ capace di
tenere pubbliche conferenze, ma finora in pubblico non ha mai
parlato…
Tra le prime iniziative assunte dal neo gruppo del Circolo di studi
sociali ci fu quella del 24 febbraio 1898, quando si rese promotore di
una conferenza del deputato socialista Dino Rondani (1868 – 1951),
formidabile oratore cesenatico ma milanese d’adozione. A
Castellammare, per accompagnare il parlamentare del collegio di
Cossato, c’erano i napoletani, Vincenzo D’Ignazio e Gino Alfani,
quest’ultimo non ancora in rottura con i socialisti napoletani, in
particolare con il gruppo che da lì ad un anno avrebbe fondato il
nuovo periodico socialista, La Propaganda. E quando nella sala gremita
di persone, il delegato di pubblica sicurezza prontamente accorso,
ordinò di sciogliere quella assemblea non autorizzata, il
rivoluzionario d’origini molisane, con il suo carattere
intemperante, non esitò ad opporsi, rivendicando il diritto di
partecipare ad una privata riunione. Immediatamente arrestato e
giudicato per citazione direttissima il giorno seguente dal pretore
stabiese, il suo nono arresto si concluse con una multa. La stessa
manifestazione, con Rondani, Langella e Alfani, si sarebbe tenuta in
quella giornata a Torre Annunziata, al ritorno da Castellammare, senza
creare nessun problema d’ordine pubblico.
Questo episodio trovò eco su un giornale cittadino, Il Corriere del
Circondario, che nel suo numero del 27-28 febbraio 1898 così raccontò
il fatto:
Proveniente da Napoli col treno dell’una pomeridiana, giunse fra noi
giovedì scorso l’Onorevole Rondani, deputato socialista di Cossato,
insieme a parecchi suoi amici di Napoli e di Torre Annunziata. L’on.
Rondani col suo seguito, dopo di aver fatto colazione nell’osteria
di Rosa Nova, si diresse alla sede della Società dei Panettieri.
Quivi si trovarono riunite parecchie altre persone, appartenenti
all’associazione ed alcuni curiosi. L’On. Rondani era per salutare
e ringraziare quella società ed amici, quando i Delegati di P.S.
supponendo che si volesse tenere ivi una pubblica riunione senza il
prescritto avviso della Legge, ne ordinarono lo scioglimento
immediato. A tale ingiunzione gli amici dell’On. Rondani, Gino
Alfani e D’Ignazio, si rifiutarono, ritenendosi in diritto di non
essere molestati in un domicilio privato, ed un tale Somma Gennaro di
Castellammare imitò i suoi amici. Bastò quest’innocuo rifiuto di
quei giovani per essere tratti in arresto e deferiti all’Autorità
giudiziaria con citazione direttissima.
Ci rincresce dover rilevare che in questa circostanza la P.S. volle
far mostra di uno zelo del tutto esagerato, il quale generò effetti
diametralmente opposti allo scopo che avrebbe dovuto avere. In fatti
con tutta quella teatralità di provvedimenti adottati verso pochi
giovani innocui e sconosciuti fra noi, non fece altro che procurare a
costoro quella rèclame che non avrebbero potuto giammai conseguire
altrimenti, specie in una città come la nostra, del tutto refrattaria
al socialismo e ad ogni sentimento che suoni ribellione all’attuale
ordine di cose.
Così vedemmo un’insolita animazione per le vie della città, con un
affollamento di curiosi, che erano attirati dallo strano spettacolo
che offrivano molti agenti di P.S. facenti codazzo a quei giovani dei
quali certo nessuno si sarebbe accorto in Castellammare, se la P.S.
non avesse attirato su di loro la curiosità del pubblico. E’ vero
che coi tempi che corrono ogni precauzione non è mai soverchia; ma
questa, in una città tranquilla come la nostra può riuscire balorda,
se non ad effetti dannosi, ed è bene ricordare il motto di Talleirant:
Sur tout pas trop de zèle!
Il Pretore innanzi al quale si svolse la causa, condannò Alfani e
D’Ignazio a 50 lire di multa per ognuno, lasciando pendente il
giudizio contro il Somma con l’imputazione di violenza alla forza
pubblica e ad altri dieci dei presenti alla riunione, imputati per
contravvenzione.
Gino Alfani era già stato a Castellammare il 27 agosto del 1891,
invitato dal nucleo repubblicano Aurelio Saffi e da quello
Democratico, Mauro Macchi per tenere una conferenza commemorativa in
ricordo di Pietro Bersanti, un ventunenne caporale di Lucca fucilato
nel 1870 per aver tentato di ammutinare la sua caserma e partecipare
ai moti insurrezionali lombardi guidati dai repubblicani, nella
primavera di quello stesso anno. Non ci sono documenti in proposito,
ma è facile ipotizzare tra gli organizzatori anche il giovane
Langella, già entusiasta militante del circolo Democratico e
brillante dirigente del suo nucleo giovanile.
3. I moti popolari del 1898 nell’area torrese stabiese
L’estate del 1897 era iniziata con le sfavorevoli notizie sul
raccolto del grano in Europa e sulla continua, visibile diminuzione
del frumento nei depositi, al di qua e di là dall’oceano,
producendo un rialzo considerevole del prezzo del grano e un rincaro
del pane e della pasta. Non favorivano la situazione il calo delle
importazioni di cereali dagli Stati Uniti a seguito della guerra
ispano americana e la stessa crisi economica italiana aggravata dalla
costosa e sanguinosa, oltre che inutile, impresa coloniale di
Francesco Crispi in Africa, dove il 1° marzo 1896, nella battaglia di
Adua, avevano trovato la morte 15mila soldati italiani.
L’esasperazione delle masse popolari esplose dapprima in Puglia, con
una serie di tumulti ed estendendosi ben presto in altre regioni, come
la Campania, le Marche, l’Emilia, la Lombardia, fino ad incendiare
l’Italia intera. Così lo storico inglese, Denis Mack Smith,
sintetizza il precipitare della situazione nel nostro Paese:
la ribellione covò sotto le ceneri per tutto il 1897. Nel gennaio
1898 i disordini giunsero ad un punto tale che Roma fu messa per
parecchi giorni sotto la legge marziale con truppe appostate in ogni
angolo di strada: A Parma la folla si scatenò tagliando i fili del
telegrafo e infrangendo i nuovi lampioni a luce elettrica. A Firenze
invase palazzo Strozzi ove era alloggiata la regina d’Olanda, e per
un giorno fu praticamente padrona dell’intera città. Una circolare
governativa del maggio 1898 lamentava che ovunque le autorità locali
non facevano che invocare l’intervento dell’esercito e ammoniva
che prima o poi ciò sarebbe inevitabilmente sfociato in spargimenti
di sangue.
A Napoli il primo focolaio si accese il 2 febbraio e cominciò con un
corteo di donne esasperate recatosi a protestare contro il municipio
per il prezzo elevato e la pessima qualità del pane, continuando nei
giorni successivi con una manifestazione di studenti universitari.
Seguì un periodo di relativa calma per poi incendiarsi sul finire
d’aprile. A Castellammare invece quei primi mesi trascorsero nella
più assoluta tranquillità, apparentemente indifferente a quanto
andava accadendo in tante altre parti del Paese. Fu quindi una
sorpresa per tutti quando quella domenica di primo maggio,
improvvisamente, intorno alle 10 e 30 un nucleo di dimostranti, in
maggioranza donne e ragazzi, cominciò a protestare, formando un
corteo e andando a manifestare sotto il palazzo municipale contro la
decisione della Giunta di rispondere al rincaro del pane, e ai
disordini che andavano montando altrove, limitandosi a ripristinare la
cucina gratuita. Questa era già stata impiantata nella precedente
stagione invernale, con 700 pasti caldi il giorno presso l’ospedale
S. Leonardo, all’epoca situato in Piazza Municipio. Le donne
chiedevano a gran voce di non essere umiliate con quelle razioni di
cibo per i poveri e di preferire invece il lavoro per sé, per i
mariti e i figli disoccupati e nell’immediato di calmierare il
prezzo del pane. In realtà appena il giorno prima la Giunta aveva
stabilito di concorrere, attraverso un sussidio da destinare ai
negozianti, alla diminuzione del prezzo del pane di seconda qualità
portandolo a 30 centesimi il chilo. Una misura ritenuta insufficiente
e da qui la protesta popolare, civile nei toni e nelle forme, di
rifiutare quel pasto gratuito. Ma la fame gioca brutti scherzi e così
un povero uomo, nonostante il passaparola tra la gente di non
accettare quella pubblica carità, aveva in ogni caso preso la razione
offerta dalla cucina economica. Il fatto non sfuggì ad alcuni
dimostranti e in tre si avvicinarono al malcapitato riducendogli in
pezzi la pignatta piena di minestra con un bastone. Quando si vide la
minestra riversata sul selciato, l’uomo prese un coccio da terra
della pignatta infranta e aggredì i suoi stessi assalitori.
L’arrivo delle forze dell’ordine provocò l’arresto di tutti e
quattro e contemporaneamente una compagnia di soldati, già allertata
da giorni dai diversi tumulti che infiammavano non soltanto l’area
torrese stabiese, ma quasi tutti i comuni della provincia napoletana,
in particolare la stessa Napoli, San Giovanni a Teduccio, Miano e
Secondigliano, come l’Italia intera, sciolse con la forza quell’assembramento
non autorizzato.
Ad assistere alla scena, poco lontano, c’erano i probabili
sobillatori di quella innocua dimostrazione di popolane, Luigi Fusco e
Vincenzo De Rosa. Il delegato Capo della pubblica sicurezza, Vincenzo
Ruglioni, li vide sulla soglia dell’ufficio di conciliazione che
dava sulla piazza, intuì il loro coinvolgimento, sapendo che la sera
prima i sovversivi si erano incontrati nella solita sede della Società
dei panettieri, sicuramente per preparare quei tumulti puntualmente
verificatosi. Si avvicinò, invitandoli ad allontanarsi, fino a
minacciarli d’arresto se non l’avessero fatto e seguendoli con lo
sguardo fin quando non li vide scomparire.
Stando ad una versione raccontata dal corrispondente del Mattino, in
realtà neanche questo accadde. In questo modo, ironico ma anche di
propositiva denuncia, infatti, il cronista, celato sotto lo pseudonimo
di Kerecardia, ci racconta la giornata del primo maggio a
Castellammare:
se nuovi agenti di forza pubblica ed una compagnia del Regio Esercito
non avessero onorato di una loro visita la nostra città, il 1°
maggio a Castellammare sarebbe passato inosservato, anzi la giornata
di ieri sarebbe stata da meno di altre domeniche. E quanto mai ci sono
state dimostrazioni ostili alle istituzioni tra noi? Se togli qualche
baccano senza la benché minima conseguenza triste in caso
d’elezione politica, la storia di Castellammare non sa registrare
altro.
Ieri in Piazza Municipio non c’erano che i soliti piccoli crocchi
d’operai nei vestiti di festa e diversi cenciosi con le scodelle
sotto il braccio aspettando la razione della cucina gratuita. Ai
funzionari di servizio sembrò pericoloso tale assembramento e
cominciarono a far sgombrare, a quelli che aspettavano la zuppa non
piacque tale disposizione e levando in aria le scodelle, protestarono
vivamente; uno scugnizzo gridando “rumpimme 'o caccaviello”, tirò
un sasso, il caccaviello cadde in pezzi, tutti risero, gli scugnizzi
fecero capriole e la scena tragico comica si chiuse con i
regolamentari tre squilli di tromba e con la marcia in avanti della
compagnia di soldati con le baionette in canna. Per un caccaviello!
Oltre questo grave incidente non c’è stato altro. Vedemmo diverse
volte per la via l’egregio Sottoprefetto, cav. Taranto con
l’infaticabile segretario, avv. Ortona, sorvegliare l’ordine
pubblico; vedemmo i delegati di P.S. irrequieti correre di qua e di là
prevenire qualsiasi assembramento in più di una persona sola e ci
congratulammo con loro per la preveggenza e per i modi cortesissimi
usati, ma non possiamo fare a meno di dire che ci fu somma
esagerazione. La Giunta municipale ha stabilito una rivendita di pane
di grano a 30 centesimi, comprando questo pane dai panettieri a 38
centesimi. E a che porta questo provvedimento? Può durare? Il
bilancio comunale, che sebbene non ancora formato pur crediamo
esausto, aggravato di oltre 7 o 8 mila lire, i panettieri faranno i
loro comodi e fra pochi mesi un’altra voce daziaria si farà sentire
pel pareggio. E’ l’impianto del grande panificio che bisogna studiare.
Ci fu o no la manifestazione di ragazzi e popolane, avesse ragione o
meno il corrispondente del giornale di Scarfoglio a minimizzare i
fatti, al contrario di quanto invece narrato dal corrispondente del
Roma, Nicola Ciardiello, nella versione da noi raccontata integrandola
con gli atti processuali del tribunale militare, gli incidenti ebbero
in ogni modo una coda due giorni dopo, quando ci fu una tempestosa
seduta serale del consiglio comunale convocato per discutere alcuni
provvedimenti straordinari da prendere “per alleviare le tristissime
condizioni pel rincaro del pane”. Niente lasciava presupporre quello
che poi sarebbe accaduto. Il consigliere Antonio Vanacore propose di
far abolire i dazi sui generi di prima necessità come grano, farina e
pasta e questa passò all’unanimità con la nomina di una
commissione chiamata ad escogitare nuove tasse a carico delle classi
più agiate per controbilanciare gli introiti mancanti dalle proposte
abolizioni dei dazii.
L’aula consiliare cominciò a surriscaldarsi quando si passò agli
altri punti all’ordine del giorno tra i quali il nuovo prestito,
l’appalto dei dazii e l’operato del sindaco su questi stessi
argomenti. Ad un certo punto la seduta fu interrotta dalle invettive
del consigliere Ugo Cafiero (1866 – 1951) contro il sindaco Paolo
Avitabile, il quale non riuscendo a calmarlo gli si avvicinò venendo
quasi alle mani. Il pronto intervento del delegato capo, Vincenzo
Ruglioni, e di alcuni agenti impedì la rissa con l’arresto
immediato del Cafiero, costretto così a trascorrere qualche giorno in
cella, con l’accusa di aver arrecato offese all’Autorità
nell’esercizio delle sue funzioni.
Con il piccolo nucleo di socialisti c’era un altro giovane stabiese,
il 23enne Franco Rodoero (1875 – 1965) il quale, ancora ragazzo,
aveva già tentato, nell’ormai lontano 1891, di contribuire con
altri ad incitare gli operai a scioperare per il primo maggio,
attaccando manifesti fuori dalle fabbriche, ma senza molta fortuna.
Non a caso un anonimo cronista del giornale locale, Stabia,
probabilmente lo stesso direttore, Federico Ciampitti, poteva scrivere
sul suo giornale, nel numero 28 del 3-4 maggio 1890, primo anno di
celebrazione della Festa per il Lavoro, che “Il primo maggio fra noi
è passato oltremodo tranquillo senza neppure un’ombra di tumulto od
apprensione, grazie alla docilità di questi operai, i quali non
pensano che a farsi onore con assiduo e diligente lavoro, specie
quelli del Regio Cantiere.” Arruolatosi nell’esercito, Rodoero fu
inviato a Palermo dove prese contatti con il locale movimento operaio,
ma già nel 1896 lasciava l’esercito, ritenendolo incompatibile con
le sue idee, e se ne tornò a Castellammare dove riprese il suo posto
di “agitatore sociale” al fianco di Catello Langella e degli altri
giovani socialisti.
Ancora pochi giorni e il futuro fondatore della Camera del lavoro,
attivo propagandista del PSI e non ritenuto estraneo alla
dimostrazione di donne e ragazzi di quel primo maggio stabiese, si
rese conto, forse per la prima volta nella sua vita, di quanto fosse
pericoloso essere socialista in quell’Italia di fine Ottocento. In
quelle giornate di primavera, infatti, ripresero in tutto il Paese,
dopo un periodo di quiete, vaste e più violenti agitazioni sociali a
seguito degli ulteriori aumenti del prezzo del pane, aggravando ancora
di più le già precarie condizioni di vita delle masse popolari. Il 7
maggio Milano, con i suoi 82 morti, aveva pagato il tributo più alto
alla follia del generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831 – 1924, quando
questi aveva risposto con i cannoni alla fame degli operai in
sciopero. Migliaia di persone, uomini, donne e bambini avevano invaso,
pacificamente, le strade cittadine, andando incontro ad un martirio
che non avevano cercato. E Umberto, il “Re buono”, a dimostrazione
della condivisione della decisione assunta dal militare, organico ..
ad un’operazione liberticida, forse non premeditata ma in cui
sfociavano e venivano a coagularsi le delusioni subite a causa della
mancata realizzazione delle velleità riequilibratici in senso
conservatore…, da parte di una consistente fetta di borghesia
reazionaria, premiò l’eroico ufficiale con la Gran Croce
dell’Ordine Militare di Savoia!
Il 9 maggio sarà Napoli a pagare il prezzo della protesta con due
morti, ma già il 2 febbraio la vicina Torre Annunziata era stata
sconvolta da violenti tumulti provocando l’arresto di 18 persone.
Doveva essere la pacifica manifestazione di un migliaio di persone
recatesi intorno alle undici del mattino sotto il municipio, ripetendo
il leit motivo rimbombante da settimane nelle piazze d’Italia: pane
e lavoro. Il sindaco Ciro Ilardi pensò di tacitare la folla
rumoreggiante offrendo dei buoni acquisti per il pane, ma l’offerta
si rivelò insufficiente. La situazione precipitò improvvisamente con
l’arrivo di un battaglione di fanteria, accorsa per disperdere la
folla, ottenendo soltanto il risultato di far degenerare la
dimostrazione con scontri e atti di vandalismo contro le vetrate di
alcuni negozi. Ne seguì l’occupazione militare del municipio da
parte dell’intero 75° battaglione di fanteria e subito dopo gli
arresti dei più facinorosi con l’immediato trasferimento, sotto
nutrita scorta dei carabinieri, nella vicina Torre del Greco. Per
acquietare gli animi furono contemporaneamente distribuiti 750 buoni
per l’acquisto di pane. Ma nuovi incidenti si ebbero il 2 maggio
quando un lungo corteo di donne e ragazzi cominciò a girare per le
vie della città, facendo ingrossare man mano le sue fila.
L’obiettivo divenne il molino Scafa dove furono lanciati sassi
contro i vetri dell’opificio chiedendo grano per chi aveva fame. Non
avendo risposta alcune donne tentarono allora di appiccare fuoco con
del petrolio ad un casotto daziario e allo stesso molino. Le fiamme
divamparono tra le grida di gioia delle dimostranti, quando
sopraggiunsero i militari e caricarono violentemente donne, uomini e
ragazzi che si difendevano con le pietre scagliate contro le forze
dell’ordine. 41 arresti furono l’esito di quei scontri.
Tumulti si erano avuti anche a Gragnano il 30 aprile, dove ancora una
volta furono le donne ad essere protagoniste, quando si riunirono in
piazza chiedendo pane a buon prezzo e recandosi in corteo in
municipio, dove trovarono il cancello chiuso e i carabinieri ad
attenderle. Le donne andarono via, ma tornarono il giorno dopo più
agguerrite che mai, in 1500 armate di bastone e alcune anche di
pistole. Ad un delegato di pubblica sicurezza che tentò di fermarle
furono sparati contro tre colpi di rivoltella, senza fortunatamente
colpirlo. Non meno violenta la reazione delle forze dell’ordine,
aprendo il fuoco e ferendo una donna alla testa e un vecchio al
fianco. In massa presero allora la via di Castellammare per recarsi in
Sottoprefettura, ma a metà strada trovarono alcuni funzionari di
polizia con un’intera compagnia di soldati. Gli agenti tentarono di
convincere le donne a tornare a casa, riuscendoci dopo un’accesa
discussione. Ma appena ritornati a Gragnano ripresero i tumulti e ci
furono diversi incidenti con alcuni feriti. Forti manifestazioni di
protesta con incidenti vari si ebbero il 9 maggio anche a Boscotrecase.
Seguì in tutta Italia un’ondata d’arresti senza precedenti.
Furono chiusi i circoli socialisti e repubblicani, le prime Camere del
Lavoro e l’intera stampa della sinistra fu messa a tacere. Il 13
maggio, il tenente generale e Regio commissario straordinario di
Napoli e provincia, Nestore Malaria, proclamò lo stato d’assedio,
prorogando, da un lato, la chiusura serale degli esercizi pubblici
nelle città capoluogo di circondario di Castellammare, Pozzuoli e
Casoria fino alle 23 ma obbligando, contemporaneamente, gli abitanti
delle stesse città a rincasare entro le 24. I primi arresti colpirono
soprattutto i dirigenti socialisti del circondario di Castellammare
– così come del resto accadde nel resto d’Italia - con l’accusa
di aver fomentato i disordini di quei giorni. Tra questi i socialisti
di Torre Annunziata, Edoardo Sola, (1871 – 1931), pittore, Luigi
Tremonti, d’anni 25, bettoliere, Vincenzo Precenzano, d’anni 25,
commesso di bancolotto e il già anziano Francesco Rapacciuolo,
d’anni 65, misuratore di frumento, arrestati e incarcerati nel
reclusorio di Nisida, mentre riuscì a rendersi latitante Alcibiade
Morano. Tutti imputati d’eccitamento alla rivolta perché, come
recitava l’atto d’accusa loro rivolto durante il processo, davanti
al tribunale militare di guerra, il successivo 8 giugno, sin dal
dicembre 1896 facevano parte di un circolo socialista e nell’ultimo
mese d’aprile “profittando delle agitazioni pel rincaro del pane
eccitavano gli operai di Torre Annunziata alla rivolta”. L’accusa
chiese quattro anni per Sola e tre per Precenzano, Tramonti e
Rapacciuolo, più un anno di sorveglianza speciale per tutti da parte
della pubblica sicurezza. Se la cavarono tutti e quattro con due anni
di reclusione per istigazione a delinquere. L’indulto di fine anno
restituì loro la libertà nei primi giorni di gennaio 1899.
L’11 luglio del ‘98 cominciò anche il dibattimento per i fatti
del 2 maggio contro i 41 imputati per l’incendio del molino Scafa di
Torre Annunziata. La sentenza, emessa il giorno dopo, si chiuse con 14
assoluzioni e gli altri condannati con pene variabili tra i due anni
di reclusione e un anno di sorveglianza comminati a Giuseppe Abate,
Gaetano Penna, Francesco Vitiello e Giuseppe D’Alessio, ai 14 mesi e
200 lire di multa affibbiati a Carmela Natale, fino ai due mesi di
reclusione e 100 lire di multa di Lucia Natale, sorella di Carmela, e
Laura Domenica. I tumulti di Gragnano del 30 aprile costarono invece
una condanna di 12 anni e 6 mesi di reclusione a Vincenzo Donnarumma
accusato di tentato omicidio nei confronti di un agente di pubblica
sicurezza. Il processo dell’8 e 9 luglio si chiuse con 29 condanne e
pene abbastanza miti a favore di Fiorina Sorrentino e Ausilia D’Auria,
cavandosela con 45 giorni di carcere ciascuna.
Tra quanti sfuggirono alle leggi marziali ci fu a Napoli, Gino Alfani,
lo stesso condannato in contumacia ad otto mesi di detenzione,
emigrando clandestinamente in Francia e vivendo, per tutto il periodo
che vi rimase, in precarie condizioni economiche, mentre a
Castellammare di Stabia, fu Franco Rodoero, ad evitare l’arresto
tentando anch’egli di mettersi in salvo oltralpe. Durante la sua
fuga, fermatosi in Liguria, troverà rifugio a Genova, presso un
convento, dove rimarrà nascosto per circa un anno. Deciderà poi di
rimanere in questa terra, anche quando il pericolo di essere arrestato
cesserà a seguito dell’amnistia intervenuta. Meno fortunati, Nicola
Scognamiglio, Catello Langella, Luigi Fusco, Vincenzo De Rosa e
Salvatore Formicola, furono arrestati nella notte tra il 13 e il 14
maggio, dai carabinieri comandati dal maresciallo Antonio Brandi.
Considerati i capi del partito socialista di Castellammare, i cinque
furono accusati d’essere forti agitatori ed in rapporto con noti
socialisti di Napoli, Torre Annunziata e altrove. Tutti imputati
d’associazione per delinquere ed eccitamento alla guerra civile,
furono portati il 10 giugno davanti alla 2° sezione del tribunale
militare di guerra di Napoli, dove Catello Langella negò di aver mai
partecipato a dimostrazioni sovversive e di essere sempre stato fedele
osservante delle leggi vigenti, provocando la reazione del Presidente
che sbottò: “Ma se eravate ossequiente alle leggi perché
scrivevate corrispondenze a giornali non ossequenti alle
leggi?”.
Non servì molto a Langella, come ai suoi compagni negare di essere
socialisti, “Non faccio parte d’alcun circolo sia perché a
Castellammare non ve ne sono, sia perché non sono socialista”,
gridarono inutilmente i 22enni Vincenzo De Rosa e Luigi Fusco, mentre
il trentenne Nicola Scognamiglio si difese ricordando come tre anni
prima era stato presidente di un circolo monarchico e come
successivamente avesse aderito al circolo repubblicano Aurelio Saffi
solo perché anticlericale. Salvatore Formicola, 44 anni, originario
di Resina, era considerato tra tutti il più pericoloso:
corrispondente de La Montagna, giornale socialista di Napoli, socio
della lega anticlericale Giordano Bruno, amico del compianto leader
repubblicano Luigi Zuppetta (1810 – 1889) e, come gli altri,
proveniente dall’Aurelio Saffi, un circolo repubblicano
trasformatosi, di fatto, in una vera e propria fucina di futuri
militanti socialisti.
Si rasentò il ridicolo quando il vice brigadiere di pubblica
sicurezza, Luigi Giurunda testimoniò accusando gli imputati, escluso
il Formicola, d’essere socialisti fin dal 1887, dimenticando che De
Rosa (nato nel 1874) e Fusco (nato nel 1877) erano poco più che
ventenni, provocando così la divertita, ironica domanda del tenente
Madia, difensore d’ufficio degli imputati: “Il teste ha detto che
questi fin dall’87 facevano i socialisti. Ma come, a 10, 11 anni
erano già agitatori?” Inutilmente l’avvocato Raffaele Palladino,
vice pretore di Castellammare tentò di testimoniare a favore di
Vincenzo De Rosa che aveva conosciuto quale praticante nel suo
studio:
è un giovane colto ed onestissimo, un monarchico come ho potuto
rilevare dai suoi vari discorsi. Alla conferenza dell’onorevole
Rondani partecipò per pura curiosità. A Castellammare non si può
parlare di propaganda sovversiva essendo un ambiente completamente
refrattario..
Così come Attilio Malliani, sottodirettore del Regio Cantiere, depose
a favore di Nicola Scognamiglio.
Per Langella testimoniò l’ingegnere e consigliere comunale, Antonio
Vanacore, il quale per dimostrare la fedeltà alla monarchia
dell’imputato, ricordò come, appena un anno prima, nell’agosto
del 1897, avesse preso parte alle dimostrazioni organizzate in
occasione del duello tra il conte di Torino, giovane rampollo figlio
del duca Amedeo e il principe Enrico d’Orlèans, non mancando di
inviargli un telegramma di felicitazioni quando si diffuse la notizia
della vittoria dell’italiano sul francese che aveva osato offendere
l’onore dell’esercito italiano. Sordo a tutte le testimonianze, il
pubblico ministero, Gaminara, nella sua requisitoria finale chiese sei
anni di reclusione per Langella e Formicola e quattro anni per gli
altri tre imputati più la sorveglianza speciale per ognuno. Il
tribunale escludendo l’eccitamento alla guerra civile e ritenendo il
reato d’associazione condannò Catello Langella ad un anno di
carcere e 300 lire di multa, mentre, Salvatore Formicola, Luigi Fusco,
Vincenzo De Rosa e Nicola Scognamiglio ebbero sei mesi, più,
rispettivamente, 300, 200 e solo 100 lire di multa gli ultimi due
imputati. Pena che scontarono, come gli altri, nel carcere di Nisida.
Il numero di matricola da galeotto di Langella era il 5983, come
puntigliosamente ricorda Raffaele Cinelli, nel suo Profilo di Catello
Langella, pubblicato nel contestato volume antologico, con strascichi
giudiziari, di Michele Palumbo, Stabiae e Castellammare di Stabia
edito nel 1972 dall’Aldo Fiory Editori.
4. La sezione socialista stabiese del PSI nel 1900
L’indulto firmato dal re il 29 dicembre 1898, a seguito della forte
campagna d’opinione mobilitata da tutte le forze progressiste e
liberali del paese, scosse dalla pesantezza delle pene, sproporzionate
rispetto ai fatti commessi in primavera, consentì di uscire dal
carcere quanti avevano ricevuto una condanna inferiore ai due anni.
Tra i beneficiari ci fu Catello Langella, liberato subito dopo
capodanno. Tornato a Castellammare, riprese il suo impegno di sempre.
Ma non subito, o in ogni caso non apertamente. Sottoposti ad un anno
di sorveglianza speciale da parte della pubblica sicurezza i cinque
socialisti stabiesi ritennero probabilmente opportuno non esporsi
troppo. E così non si ha notizia di nessuna attività politica per
tutto il 1899, nonostante la tempesta abbattutasi quell’anno sui
cantieri navali con la proposta in parlamento del marchese Achille
Afan de Rivera (1842 – 1904) di privatizzare l’Arsenale di Napoli
e il Regio Cantiere di Castellammare. Un obiettivo che il deputato, ex
sottosegretario di stato alla guerra ed ex ministro dei lavori
pubblici, perseguiva fin dal 1896, quando a Napoli si tese a
costituire un consorzio navale con la partecipazione delle maggiori
industrie metallurgiche locali come la Pattison, la Gruppy, la De Luca
e l’Armstrong. Scopo del consorzio doveva essere quello di rilevare
l’Arsenale e il cantiere navale. Direttore amministrativo di questa
nascente società doveva essere lo stesso Afan de Rivera, dopo aver
lasciato la Camera dei deputati nella quale risiedeva ormai
permanentemente da diverse legislature. Fallito lo scopo, ci riprovò
nel 1899 presentando un ordine del giorno alla Giunta di Bilancio con
il quale s’invitava il Governo a far sì che le nuove costruzioni
fossero affidate all’industria privata, lasciando allo stato
soltanto le riparazioni, gli armamenti e tutte quelle nuove costruzioni che
rivestono il carattere di segretezza. In base a ciò il Governo potrà
sopprimere l’Arsenale di Napoli, agevolandone più che sia possibile
la cessione all’industria privata e il cantiere di Castellammare con
tutti i locali annessi, tosto che si saranno compiuti i lavori in
corso, tenendo conto delle condizioni economiche delle due città e i
diritti acquisiti dagli operai.
Ne seguirono proteste da parte dei due consigli comunali maggiormente
interessati e di quello provinciale, con petizioni e ordini del
giorno, interrogazioni dei 17 parlamentari eletti a Napoli e in
provincia, arrivando a minacciare le dimissioni dalla Camera se il
ministro non retrocedeva dalla proposta di soppressione dei due
opifici. Si mossero i sindaci, le diverse associazioni e i
rappresentanti dei diversi partiti e tutti insieme formarono una
commissione tesa a condizionare l’operato del governo. Naturalmente
non mancarono le assemblee operaie dei due stabilimenti associatosi
nella lotta per fronteggiare lo stesso pericolo e lo stesso nemico. E
ci furono comizi pubblici, a Napoli come a Castellammare con
suppliche, petizioni e deliberazioni.
Approssimandosi le elezioni del consiglio provinciale, incurante del
terremoto provocato, Afan de Rivera non esitò a candidarsi scegliendo
come collegio proprio quello di Castellammare, provocando le ire
dell’avvocato e consigliere comunale, Francesco Montefredini.
Questi, in una pubblica assemblea non esitò ad accusarlo di
scorrettezza, ricordando come l’ex ministro mantenesse rapporti
impropri con Michelangelo Cattori, un ex capitano di marina che aveva
da poco rilevato l’antica fabbrica di costruzioni metalliche
fortemente voluta da Alfredo Cottrau (1839 – 1898) ma ormai in
liquidazione, attraverso la partecipazione di suoi congiunti nella
società da poco costituita.
Ancora una volta il disegno di Achille Afan de Rivera fu sconfitto in
parlamento e dal Governo, costringendolo a ritirare il suo
emendamento, prendendo atto delle vibrate proteste sollevate dalle
forze politiche e sociali del napoletano. Non per questo le paure
erano finite ma per il momento, e ancora una volta, il Regio Cantiere
e l’Arsenale potevano fregiarsi del titolo di proprietà dello
stato. La debacle del povero marchese dalle antiche origini spagnole
si completò con l’inevitabile sconfitta nelle elezioni provinciali
del 2 luglio da parte del furbo Alfonso Fusco per 925 voti contro 679,
dopo un’indescrivibile, acerrima lotta.
Assenti per tutto il 1899, i socialisti di Castellammare
ricominciarono a farsi vivi con l’inizio del nuovo secolo, tentando
di riorganizzare le proprie fila in prossimità delle elezioni
politiche del 3 giugno per il rinnovo della Camera. Mentre a Torre
Annunziata la sezione del PSI candidava, contro l’uscente Vincenzo
De Prisco, il socialista Giovanni Bergamasco (1863 – 1943), un
protagonista del movimento operaio napoletano fin dal 1885, esule
russo e ricco finanziatore della stampa socialista, a Castellammare si
costituiva un Comitato dei partiti popolari e proponeva il
repubblicano Rodolfo Rispoli in sfida ad Alfonso Fusco. Era la prima
volta che le forze di sinistra e quelle democratico - liberali si
cimentavano in una comune battaglia per le elezioni politiche perché
da sempre il parlamento era riserva naturale di candidati
istituzionali, ai quali si contrapponevano oppositori dello stesso
campo liberale, ma schierati su posizioni di sinistra, quale in
passato era stato il deputato, nativo di Gragnano, Tommaso
Sorrentino.
La battaglia intrapresa da Rodolfo Rispoli contro l’agguerrito
Alfonso Fusco, da tempo eletto “Il re di Castellammare”, come
intitolò il Pungolo Parlamentare, nel novembre di quell’anno, in un
feroce articolo teso a dimostrare il passato poco cristallino del neo
deputato, era palesemente impari. 1909 voti contro 451 stavano lì a
dimostrare quanto lungo e difficile sarebbe stato il cammino delle
forze Progressiste e quanto arduo sfondare in quell’elettorato
moderato da sempre abituato a votare per i candidati istituzionali,
non importava il nome, non importava la provenienza, purché
parlassero in nome del Governo e del Re. I socialisti di Castellammare
accusarono invece Alfonso Fusco di aver vinto con i mezzi di sempre e
cioè “con denaro, con pranzi, con cene, con vino e sigari a
profusione..”, oltre naturalmente al sostegno incondizionato della
camorra locale e della “sbirraglia”
Le forze coalizzate, raccolte intorno al Comitato dei partiti
popolari, non si persero d’animo, proponendosi la rivincita con le
successive elezioni amministrative del 29 luglio. I socialisti
cominciarono con l’organizzarsi costituendo quello stesso mese, per
la prima volta a Castellammare, una sezione del PSI e invitando,
approssimandosi la scadenza elettorale, Ettore Ciccotti (1863 –
1939), il famoso deputato di Vicaria, a tenere un comizio che vide una
grande partecipazione popolare, mentre i repubblicani invitarono il
deputato siciliano Napoleone Colaianni (1847 – 1921). Naturalmente
tutto questo non poteva essere sufficiente e i quattro candidati
socialisti, gli avvocati Raffaele Gaeta e Alfonso De Martino, il
commerciante Agnello Amalfi e l’operaio disegnatore Errico
D’Angelo– questi ultimi due erano i ragazzi che nel 1888, insieme
a Langella e D’Auria, si erano definiti liberali e avevano inscenato
la manifestazione a favore del maestro Giuseppe Tessitore - superarono
di poco i voti raccolti nelle elezioni politiche da Rodolfo Rispoli.
Le due sconfitte consecutive non fecero bene alla salute della
nascente sezione socialista, andando subito in crisi e sciogliendosi
dopo appena qualche mese di vita. Ma non per questo si arresero. Con
caparbietà ripresero il lavoro di ricostruzione e lentamente
riorganizzarono una nuova e più forte sezione del partito socialista.
Risorta pienamente nel gennaio 1901, contava inizialmente 24 iscritti,
ma grazie all’incredibile capacità di proselitismo di quel primo,
piccolo, originario nucleo di sovversivi, arrivarono a superarne
rapidamente i 50. In alleanza con i repubblicani riuscirono anche a
fondare un segretariato del popolo e ad iniziare scuole serali per gli
operai, ottenendo un certo successo, così come trovarono ampio
consenso, non solo nel proprio elettorato, le conferenze domenicali
cui erano invitati i maggiori leader socialisti come Dino Rondani,
Arturo Labriola (1873 – 1959) e Arnaldo Lucci (1871 - 1945).
L’occasione per misurarsi con una nuova elezione politica arrivò
prima del previsto: il 14 maggio di quel 1901, la Giunta delle
elezioni annullò la vittoria ottenuta da Fusco, a seguito della
denuncia fatta pervenire in parlamento dall’avvocato Francesco
Montefredini, per il malcelato imbroglio di finta cessione della
gestione del suo gasometro di Torre Annunziata ad un suo stesso
dipendente per apparire eleggibile e candidarsi così tranquillamente
come deputato, superando in questo modo l’ostacolo
dell’incompatibilità per quanti avevano contratti con lo Stato.
Tutto era cominciato il 28 ottobre 1895, quando Fusco stipulò un
primo falso contratto di fitto del suo gasometro con Michele Paolillo.
Ma questi, non molto tempo dopo, si ammalò gravemente, preoccupando
Alfonso Fusco: in caso di morte sarebbe venuto meno il contratto di
fitto ed egli ritornato proprietario e gestore sarebbe inevitabilmente
decaduto da deputato per la regola dell’incompatibilità. Bisognava
correre ai ripari, stipulando un secondo contratto fra lo stesso
Fusco, il Paolillo e un altro suo dipendente, Pietro Escoffier –
morto suicida a 59 anni nel 1916 non sopportando il suo trasferimento
in un altro ufficio dello stesso gasometro - pronto a sostituire il
collega come testa di legno in caso di dipartita. Ma tutte queste
manovre furono lette dal Paolillo come un modo poco elegante di
estrometterlo e così cominciò a protestare, a far capire di non
essere disponibile a farsi da parte, a tacere. Allora l’imprenditore
deputato gli scrisse un biglietto in cui lo rassicurava sul
sostanzioso stipendio che avrebbe continuato a ricevere finché
sarebbe vissuto.
Pietro Paolillo, morirà poco tempo dopo, nel maggio 1896, ma lascerà
una cospicua documentazione dalla quale si evincono tutti gli imbrogli
di Alfonso Fusco, quella stessa finita adesso nelle mani della Giunta
delle elezioni, compreso quel biglietto sgrammaticato in cui
rassicurava il suo dipendente – complice, provocando un incredibile
terremoto politico. Il settimanale repubblicano, 1799, con una serie
d’articoli fra novembre e dicembre del 1900 intitolati Il Casale di
Castellammare, dal nome del deputato napoletano Alberto Casale assurto
a simbolo del malaffare politico meridionale, rese pubbliche quelle
carte provocando uno scandalo, dilagato in breve tempo su tutti i
giornali nazionali. Le nuove elezioni parziali si tennero il 23 giugno
1901 con la partecipazione di ben quattro candidati: Alfonso Fusco,
nonostante la sua ineleggibilità, Francesco Montefredini, Rodolfo
Rispoli e Saverio Tutino. L’impegno del Comitato dei partiti
popolari fu alto, ma quello socialista si rivelò il più serrato al
punto che in molti cominciarono a pensare di essere di fronte ad una
candidatura socialista. In tale modo lo presentò, per esempio, Il
Mattino nei suoi resoconti elettorali.
La certezza della ineleggibilità di Fusco, l’inesperienza di
Montefredini alla sua prima candidatura politica, i dubbi amletici del
professore Tutino, già scottato da brucianti sconfitte, cui si
contrapponevano la ormai rodata straordinaria capacità di
mobilitazione del Comitato pro Rispoli e la stessa simpatia suscitata
dal candidato repubblicano, preoccuparono non poco i benpensanti e le
stesse autorità politiche e municipali, al punto da cominciare a
pensare alla necessità di un nuovo candidato istituzionale in grado
di competere e vincere contro quel sovversivo la cui vittoria
diventava sempre meno aleatoria. Cosicché a sbrogliare la matassa, in
sostituzione dell’esitante Tutino fu mandato il vice ammiraglio
Giuseppe Palumbo, già deputato del collegio e in grado quindi di
offrire le massime garanzie di vittoria. E, infatti, il 23 giugno le
urne vanificarono tutto l’attivismo socialista, preferendo
l’elettorato confermare la fiducia al concittadino impossibilitato
in ogni caso a rappresentarli, mandando in ballottaggio il fedifrago
Alfonso Fusco, premiato con 977 preferenze e il vice ammiraglio che si
difese con 622 voti. Il repubblicano non andò oltre i voti del suo
elettorato con 489 preferenze, poco più di quanti ne ebbe Francesco
Montefredini, fermo a 484.
Il ballottaggio, per le complicazioni dettate dalla presenza di Fusco,
ritenuto da alcuni presidenti di seggio non eleggibile, fu rinviato,
rispetto alla normale pausa elettorale di una settimana dettata dal
doppio turno, lasciando al Parlamento la decisione di sciogliere un
nodo allo stato inestricabile. E la Giunta delle elezioni, dimostrando
quando potenti erano le amicizie altolocate dell’ineffabile
imprenditore di Castellammare, decise in maniera favorevole a Fusco
riconoscendogli la legittimità di partecipare al ballottaggio. Questo
si tenne il 28 luglio. A favore di Giuseppe Palumbo scese in campo Il
Mattino con un lungo articolo in prima pagina in cui dava conto delle
diverse posizioni da parte del Grandi Elettori del collegio, ma non
per questo la lotta fu meno aspra e meno violenta con l’utilizzo,
come sempre, d’ogni mezzo, legale e non. Quegli stessi mezzi
utilizzati contro i candidati di sinistra e inutilmente denunciati
sulla stampa e alle autorità da socialisti e repubblicani. Alla fine
vinse il vice ammiraglio per 1423 voti contro 1156 e inutilmente Fusco
e il suo clan gridarono allo scandalo, all’imbroglio, alla violenza.
Chi avrebbe dovuto tutelarli erano quegli stessi che li avevano sempre
coperti, ora semplicemente al servizio di uno più potente di loro.
Ma, incredibile a dirsi, anche il vice ammiraglio non andò lontano,
dichiarato a sua volta ineleggibile dalla Giunta delle elezioni perché
la quota degli impiegati statali rappresentabile in parlamento era
completa. Nuove elezioni parziali, nuovi candidati per una pantomima
senza fine. Ancora una volta Alfonso Fusco contro Rodolfo Rispoli più
un terzo incomodo senza speranze, l’ineffabile professor Saverio
Tutino, finalmente convinto a partecipare – per l’ennesima volta -
ad una gara per lui senza alcuna possibilità di vittoria. Il vice
ammiraglio, in un soprassalto di coerenza, consapevole della sua
ineleggibilità rinunciò a ripresentare la propria candidatura.
Ancora una volta gli elettori furono dunque chiamati alle urne per
ridare un seggio alla Camera al collegio d Castellammare: annullate
quelle del 1900 per corruzione da parte di Fusco e quelle del 1901 per
incompatibilità del vice ammiraglio Palumbo, si ritornò a votare il
15 giugno 1902. Rispoli nutriva nuova fiducia, come il suo partito che
non a caso aveva scritto sul suo settimanale fin dal 9 giugno 1900 ..Quel
risultato ci dà il diritto di affermare che il collegio di
Castellammare prima o poi finirà con l’essere conquistato da
repubblicani.
La lotta fu senza esclusione di colpi, ma stavolta, incredibilmente,
corruzione e violenza non furono sufficienti e la vittoria arrise
inaspettatamente al repubblicano sorprendendo non poco lo stesso
candidato. 1289 voti seppellirono “Il re di Castellammare”, cui
non furono sufficienti i 992 consensi ricevuti dai suoi affezionati,
mentre il povero professore mandato allo sbaraglio ne uscì con un
magro bottino di 51 miseri voti e se ne andò bestemmiando contro
quanti lo avevano convinto ad accettare quell’inutile sfida. Ma per
quanto inaspettata, un segnale d’inversione di tendenza si era già
avuto pochi giorni prima con l’elezione per il rinnovo del consiglio
provinciale dove il Comitato dei partiti popolari aveva candidato per
Castellammare il democratico liberale, Antonio Vanacore, portandolo
per la prima volta alla vittoria contro il temibile ammiraglio
napoletano, Raffaele Corsi (1838 – 1906), ex deputato e
sottosegretario di Stato alla Marina. Anni dopo questi successi
saranno derisi e disprezzati dai socialisti, non riconoscendoli come
propri ma solo il frutto d’accordi innaturali e compromissori, come
meglio vedremo in seguito.
Guidata da uomini come Pietro Carrese, Raffaele Gaeta, Andrea Luise,
Luigi Fusco, Vincenzo De Rosa, Vincenzo Varone e Alfonso De Martino -
figlio del notaio Gaspare, a sua volta consigliere e assessore
comunale già al tempo del Plebiscito del 21 ottobre 1860 e per molte
successive consiliature - tutti protagonisti, con Catello Langella,
degli eventi che interessarono le forze progressiste e il movimento
operaio stabiese tra gli ultimi anni dell’Ottocento e il primo
decennio del Novecento, la sezione socialista vivrà diverse crisi di
militanza, alternando a momenti di crescita, umilianti fasi critiche e
di rottura fra i gruppi dirigenti, fino a conoscere periodi di totale
chiusura. Riprenderà definitivo vigore quando emergerà una nuova
giovane generazione, sul finire del 1912, intorno alla redazione de La
Voce, quindicinale di Castellammare pubblicato nel cuore del suo
Centro Antico, in Via Nuova 10 e organo del Circolo Rivoluzionario
Intransigente Carlo Marx. Un gruppo di ragazzi tra i quali emergeranno
i fratelli Gaeta, Oscar, Guido e successivamente Nino, figli di
Raffaele; i fratelli Cecchi, Antonio e Pasquale, figli del direttore
didattico, Basilio; Oreste Lizzadri, Catello Marano, Antonio Esposito
e Ignazio Esposito, corrispondente dell’Avanti fin dal 1909,
proprietario e direttore della Voce, il cui primo numero uscirà il 13
ottobre 1912. Sarà questo il nucleo duro nell’area torrese stabiese
della sinistra socialista rivoluzionaria di Amedeo Bordiga (1889 –
1970) cui si unirà, non senza qualche contraddizione, il già maturo
segretario della Camera del Lavoro di Torre Annunziata, Gino Alfani.
Verso la fine di febbraio del 1901, il già trentenne Catello Langella,
su pressione della famiglia, intenzionata a toglierlo “dalle
tentazioni e dalle insidie paesane”, si era intanto trasferito a
Roma, alloggiando in un convento, grazie probabilmente
all’intervento del fratello sacerdote, per completare l’ultimo
anno di studi, interrotto dalla sua intensa attività di militante
socialista e in conseguenza del carcere subito. Nella capitale egli fu
accompagnato dalla fama di pericoloso sovversivo e sottoposto quindi a
sorveglianza da parte della pubblica sicurezza, su segnalazione della
Sottoprefettura di Castellammare.
Durante il soggiorno nella capitale egli è pedinato da un poliziotto,
il quale non si rende conto come un individuo sovversivo possa essere
ospite di un convento…s’si accorge di essere pedinato e una sera
si avvicina al poliziotto, cui non pare vero di ascoltare dalla viva
voce di un indiziato un pensiero traboccante d’amore per l’Italia.
Le parole di Catello Langella, come sempre, erano ispirate al bene
supremo della Patria…Ebbene il poliziotto da quella sera, anziché
pedinare da lontano, aspettava il Maestro all’angolo della strada
per accompagnarlo al convento, a volte non senza essersi fermato con
lui a sorbire un caffé…
ricorda ancora, con una certa enfasi, Raffaele Cinelli, che ebbe la
ventura di raccogliere le sue confidenze. Stando invece ai rapporti di
polizia, Langella, accortosi di essere sorvegliato, si presentò alla
questura di Roma rilasciando una dichiarazione scritta in cui si
dichiarava estraneo alla politica.
Rientrato a Castellammare di Stabia nel 1903, riprese immediatamente
la sua frenetica attività di propagandista, distribuendo opuscoli
socialisti, riprendendo i contatti con i suoi antichi compagni di
fede, a corrispondere con i diversi leaders del PSI nazionale e a
tenere conferenze, come dimostra una nota apparsa sul n° 480 del 24
settembre 1903 de La Propaganda:
l’altra sera nel locale della sezione socialista il professore,
compagno Catello Langella, tenne una splendida conferenza sul
significato della festa del 20 settembre. Si fece ottima propaganda
socialista e anticlericale.
Non mancò, naturalmente, di cercarsi un lavoro, senza molta fortuna,
partecipando a diversi concorsi come insegnante. Tracce di questi
tentativi rimangono in una sua richiesta fatta al sindaco, nel luglio
1907, di rilasciargli un certificato di moralità e buona condotta da
allegare ad una sua domanda di partecipazione ad un concorso. La
Giunta comunale, nella seduta del 16 luglio, non ebbe difficoltà a
riconoscergli quanto richiesto. Ma quando pochi mesi dopo, anche sotto
la spinta del suo infaticabile, quotidiano lavoro di propagandista, si
costituì un’Unione di miglioramento fra gli edili della città, si
rafforzò quella dei vetturini, si crearono le premesse per la
costituzione di altre, Catello Langella dimenticò tutto e tentò il
grande salto di qualità provando a fondare la Camera del Lavoro, così
come già da diversi anni, dal marzo 1901, esisteva e si era affermata
con le lotte dei mugnai e pastai, nella vicina Torre Annunziata.
5. Gli scioperi degli anni ‘80
Nella Città delle Acque, dopo le numerose manifestazioni di protesta
degli anni ’60, seguiti al ridimensionamento degli organici nel
Regio Cantiere e la definitiva sconfitta degli anarchici, di scioperi
non se n’erano visti molti. Qualcuno ricordava quelli del 1881
quando per circa due settimane, fra il 13 e il 27 giugno, un numero
imprecisato di lavoranti panettieri chiesero al sindaco, il medico
Nicola Scherillo di intercedere a loro favore sulla richiesta
d’aumenti salariali e contro le 16 ore di lavoro cui erano
obbligati. Ma per il sindaco queste richieste erano ingiustificate e
alla minaccia di sciopero, il primo cittadino rispose chiedendo
l’intervento del Sottoprefetto Gabardi, per mediare tra le parti ed
evitare eventuali problemi d’ordine pubblico. Nell’agosto di
quello stesso anno, a rivendicare aumenti salariali furono poi 80
pastai, ma quando gli industriali minacciarono di far lavorare al loro
posto operai d’altri comuni, tornarono tutti al lavoro
accontentandosi del solito trattamento. Cinque anni dopo, nel 1886, 50
panettieri protestarono per un’intera giornata rivendicando aumenti
salariali, ottenendoli senza grandi sforzi. Ancora nel 1889, quando
l’otto novembre il sindaco Giovanni Greco scrisse una “lettera
urgentissima” al Sottoprefetto dal cognome impossibile, il conte
Thunn Hohenstein - arrivato a Castellammare dal Circondario di Susa
(Torino) pochi mesi prima, il 21 marzo - per avvertirlo che i negozianti di panetteria di qui, in seguito ad intesa, avevano
tutti aumentato il prezzo del pane da 35,5 a 40 centesimi il
chilogrammo senza che a tale misura corrisponda un aumento del prezzo
del mercato.
Per contrastarli il sindaco pensò di far adottare dalla Giunta
Municipale un calmiere teso a far rimettere le cose a posto col far
vendere pane fatto venire dai comuni vicini. In questo modo, trascorsa
una settimana, avrebbe convocato i panettieri per venire a quella
determinazione nella quale poster essere concilianti con i giusti
interessi degli esercenti e del pubblico colle esigenze del mercato.
Bisognerà attendere il 22 febbraio 1891 per registrare un nuovo
sciopero e questo interessò 22 macellai. Cinque giorni di protesta
per ottenere la modifica della tariffa daziaria comunale, ma ne valse
la pena perché l’esito fu favorevole agli scioperanti riuscendo ad
ottenere l’acquiescenza alla tariffa daziaria. Non vi furono
violenze o minacce, come scrisse il Sottoprefetto al suo diretto
superiore il 1° luglio 1892 come risposta a notizie richieste il 9
giugno ai fini della raccolta statistica sugli scioperi avvenuti
durante il 1891 e grazie alla quale sappiamo come nella provincia di
Napoli, durante quell’anno, erano avvenuti appena cinque scioperi,
uno dei quali riguardava appunto i macellai di Castellammare, unica
vertenza dell’intero circondario. Nel frattempo il Sottoprefetto era
di nuovo cambiato: spedito Thunn a Savona, nella città delle acque,
il 24 aprile 1891, avevano mandato da Lugo (Savona) il conte Giovanni
Buraggi, cognome decisamente più orecchiabile anche per un popolo che
aveva conosciuto, seppure per poco tempo, la dominazione
austriaca.
E’ incredibile il numero dei Sottoprefetti che hanno retto quest’incarico
nel Circondario di Castellammare dal 1861 al 1926, quando quest’istituto
fu soppresso in ottobre con regio decreto. Difficile stare dietro a
tutti i nomi succedutosi in questi 65 anni, ne abbiamo contati almeno
28 ma forse sono stati di più, perché molti rimasero solo pochi
mesi, per incompatibilità ambientale, rancori suscitati, inimicizie
politiche, per carriera e mille altri motivi. Quelli che rimasero più
di due anni si contano sulle dita delle mani, tra questi Alessandro
Righetti, tra tutti il più longevo, Vittorio Gabardi Brocchi,
Francesco Gioeni D’Angiò, Giuseppe Masi, Vittorio Peri, Enrico
Pennella, Francesco Farina e Giovanni Niutta. Molti, almeno una
quindicina, a dimostrazione che portava bene amministrare un
circondario importante e delicato come quello di Castellammare,
divennero poi Prefetti, alcuni anche di rilievo.
Certo questo territorio non era di facile governabilità qui …la
malvivenza ha profonde radici e storia tenebrosa”, infestata
com’era “da temibili e vecchi pregiudicati che infestano questo
capoluogo, com’ebbe a denunciare in un suo rapporto del 16 gennaio
1889 il Sottoprefetto Carlo Zecchini al Prefetto. Non a caso qui si
registrava, dopo il capoluogo regionale, il più alto numero di
pregiudicati della provincia napoletana, compresi i minori d’anni
diciotto. Ciononostante Castellammare non doveva essere una città
particolarmente violenta, almeno non più di tante altre. Erano
particolarmente aggressivi i cocchieri da nolo, ma questa era una
caratteristica comune dell’intera categoria, perfino nella più
pacifica e tranquilla Sorrento c’era un lamentio continuo su questi
rissosi tassisti dell’Ottocento, da tutti ritenuti chiassosi,
arroganti, prepotenti, sempre pronti alla lite e facili di coltello.
Questi giravano regolarmente, armati in parte per difendersi dai
malintenzionati ma anche e soprattutto perché era questo il modo
spiccio per risolvere più concretamente le questioni d’aspra e
feroce concorrenza nell’ambito della stessa categoria per
l’accaparramento del cliente, specialmente il villeggiante
dall’aspetto danaroso atteso nel piazzale della stazione ferroviaria
e davanti ai Caffè più rinomati. La caccia al passeggero e in
particolare al forestiero era tale da sfociare spesso in violenti
risse e non di rado concluse con ferimenti derivanti da armi da
taglio, se non da fuoco, tra cocchieri antagonisti. La situazione
divenne, ad un certo punto, talmente grave da costringere il
Sottoprefetto, nel giugno del 1890, a fare un blitz con
un’improvvisa perquisizione dei cocchieri e delle loro vetture:
furono tante e tali le armi proibite trovate da stupire gli stessi
poliziotti. Seguì l’arresto e la condanna di molti di loro.
Questi primi anni novanta, anche se non videro scioperi operai delle
fabbriche industriali, i tempi non erano ancora maturi nel pur
industrializzato napoletano, si mostrarono in verità assai duri per i
ceti popolari, con una disoccupazione elevata nell’area torrese
stabiese, come dimostra una corrispondenza tra il Sottoprefetto di
Castellammare e il Prefetto di Napoli nella primavera del 1892.
Scriveva, infatti, il 26 aprile di quell’anno il conte Giovanni
Buraggi, in un suo rapporto al Prefetto, che erano almeno 1600 i
disoccupati, in gran parte facchini e garzoni pastai di Castellammare,
Torre Annunziata e Gragnano. Una situazione in alcuni casi drammatica,
al punto da costringere le autorità a mettere in piedi una cucina
economica per venire incontro alle immediate esigenze delle famiglie
più bisognose. Il funzionario di governo nella sua relazione tenne a
precisare come quella situazione, non nuova nell'area, con il venire
della bella stagione andava di solito migliorando, portando i
disoccupati intorno alle mille unità. Molto più tragica risultava in
verità la situazione del Circondario di Casoria dove i disoccupati
erano 3.384, una cifra enorme se si rapporta ai mille contati nella
capitale partenopea. In quella situazione, chi poteva cercava fortuna
verso Terni, La Spezia e Roma, ricca d’industrie metallurgiche e con
un settore delle costruzioni capace di assorbire buone aliquote di
disoccupati. Ma ben presto il Ministero dell’interno fu costretto a
diramare continue circolari agli organi periferici di governo per
fermare un esodo che superava ampiamente la capacità d’assorbimento
di manodopera di queste aree. Invece di rassegnarsi al destino avverso ed emigrare in cerca di
fortuna, un numeroso gruppo di facchini senza lavoro di Torre
Annunziata per reagire alle anomale condizioni del commercio” pensò bene “di assalire i
negozi che funzionano con macchine e le case dei molini a vapore per
distruggere le prime e danneggiare i secondi, ritenendo che la
lavorazione della farina e delle paste alimentari fatte col sistema
delle macchine fosse la ragione che spesso abbia fatto deplorare la
mancanza di lavoro.
Uomini dalla lingua lunga e dal bicchiere di vino facile e abbondante,
i facchini parlarono tra loro e con altri più del dovuto, perché
prima ancora di poter attuare quanto si erano prefissati, la notizia
era già a conoscenza delle diverse autorità. Tra i primi, quel 22
marzo 1890, lo spaventato sindaco di Torre Annunziata, Gerardo
Pennasilico, pensò bene, di scrivere al Sottoprefetto, al
commissariato di pubblica sicurezza e ai carabinieri. In quella
giornata scriveva al Sottoprefetto anche il vice ispettore di pubblica
sicurezza con le stesse allarmanti notizie, specificando e aggiungendo
come l’iniziativa nascesse da un centinaio di pastai rimasti senza
lavoro a seguito del fallimento delle aziende in cui questi avevano
lavorato e da un centinaio di facchini per la mancanza d’arrivi di
navi nel porto a causa del cattivo tempo. “ Ma per i facchini
provvede il sole ricomparso e l’arrivo avvenutovi ieri di tre grandi
vapori carichi due di carbone, uno di ferro”, scriveva qualche
giorno dopo il Sottoprefetto al Prefetto dopo un sopraluogo nella città
dell’arte bianca “per i pastai che sono meno turbolenti, la
ripresa del lavoro continuato non è che questione di
giorni…”
Su questa vicenda si erano mobilitati anche i carabinieri della
Legione di Napoli, stilando alla fine un rapporto in cui si poneva in
maniera diversa la questione sorta a Torre Annunziata: secondo
quest’Arma i pastai ed i facchini disoccupati avevano pensato ad una
colletta fra i più cospicui commercianti di quella città, i quali
spontaneamente li soccorsero con somme di denaro a titolo d’anticipo
dei lavori che in prosieguo si andrebbero a compiere. Commercianti e
industriali non si erano tirati indietro nel mettere mano al
portafogli, ma non di generosa solidarietà si era trattato, quanto di
un semplice prestito, un utile tornaconto appena le condizioni di
mercato lo avrebbero consentito. Fu questo il motivo scatenante che
aveva portato i facchini e i pastai disoccupati ad ipotizzare una
sorta d’esproprio proletario nei confronti di alcuni tra i più
ricchi stabilimenti dell’arte bianca quali Nicola Cirillo, Francesco
Scafa, Orsini e Formisani, Giuseppe De Nicola e Luigi Montella.
Immaginiamo le loro lunghe, monotone giornate, trascorse nelle
osterie, discutendo tra loro della vita grama e facendo cadere ad un
tratto i loro discorsi sulla pelosa generosità dei padroni: come
altrimenti la dovevano definire quella carità trasformata in prestito
a rendere con gli interessi? Questo prestito poteva soltanto aggravare
la loro già precaria situazione e li metteva nelle condizioni di
subire ulteriori ricatti sul lavoro, come se non bastassero quelli già
costretti a subire dalle avversità della vita.
A Castellammare invece la decisione assunta dall’Impresa Italiana di
Costruzioni Metalliche - “specializzata nella trasformazione di
ferri laminati o di prima fabbricazione in ponti, tettoie solai, navi,
caldaie e in genere in qualsiasi altra costruzione meccanica”, di
sospendere dal lavoro la maggior parte dei suoi 250 operai nel giugno
1893 “a causa dei ritardi di materiali che attendeva
dall’estero”. Prima di mettere in libertà un così gran numero di
personale la direzione aziendale si premunì di avvertire la
sottoprefettura affinché predisponesse un servizio di prevenzione e
sorveglianza per evitare qualsiasi “perturbamento all’ordine
pubblico”, non comportò nessuna particolare reazione da parte dei
lavoratori.
Erano tempi quelli in cui le Camere del Lavoro, almeno nel
Mezzogiorno, ancora non esistevano – tra il 1890 e il 1891
cominciavano a far sentire i loro primi vagiti quelle di Milano,
Torino e Piacenza. A Napoli sarebbe arrivata nel 1894 - e le uniche
consolidate organizzazioni operaie di quegli anni erano le numerose
società di mutuo soccorso proliferanti a Castellammare come nel resto
del Paese, tutte dedite ai compiti istituzionali per le quali erano
nate e cioè “l’assistenza esercitata per mezzo della solidarietà
(i soci versano una quota e ricevono un sussidio in caso d’invalidità
e di disoccupazione), ma la loro attività si estende anche
all’assistenza morale, all’educazione ed all’istruzione”. Ma
lo sciopero, quest’arma estrema, unica difesa per tutelare gli
interessi operai dalla voracità padronale, non rientrava nel
vocabolario d’associazioni nate spesso per volontà di ricchi
imprenditori o da loro comunque patrocinate per meglio rispondere ...
alle esigenze nuove portate dallo sviluppo industriale e alla necessità,
quindi, di un nuovo controllo da parte delle forze politiche liberali,
democratiche e cattoliche sulle classi popolari.
Queste società erano in larga misura egemonizzate da soci onorari,
cui era puntualmente affidata la presidenza, rappresentati, nel
migliore dei casi, da filantropi i cui interessi coincidevamo sempre
con quelli della classe imprenditoriale, quando non erano gli stessi
imprenditori a creare queste stesse società di mutuo soccorso per
impedire ai propri operai di rivolgersi altrove con tutti i rischi che
questo poteva comportare. Ma sull’argomento si rinvia, ancora una
volta, al già citato Stefano Merli e al suo indispensabile, per
chiunque abbia l’esigenza di approfondire il tema, Proletariato di
fabbrica e capitalismo industriale.
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dello
stesso autore:
Antonio
Cecchi: storia di un rivoluzionario