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L'eruzione del 1906

Nella pagina riportiamo la cronaca dell'eruzione del Vesuvio avvenuta nell'aprile del 1906, sicuramente uno degli eventi più suggestivi ed intensi di vita cristiana, vissuti nella città di Castellammare di Stabia negli ultimi secoli. La suddetta cronaca estrapolata da due scritti d'epoca è tratta dagli archivi della Cattedrale stabiese. 

Un particolare ringraziamento al parroco della Cattedrale Don Ciro Esposito e al sig. Michele Sarcinelli autore del sito www.sancatello.it.

 

 

    

        

Descrizione dell’evento eruttivo dell’aprile 1906 dagli atti della Visita Pastorale di S. Ecc.za Mons. Michele De Jorio, Vescovo di Stabia.

 

Non è inopportuno fare menzione in questi atti di S. Visita di un fatto memorabile  avvenuto  in questi giorni e che ha tenuto nei dintorni  tutti desti e trepidanti. Erano parecchi giorni che il Vesuvio esplicava la sua attività distruttrice sulle fertili campagne ed i ridenti ed industri borghi, che giacciono ai suoi piedi: da più di trent’anni la numerosa popolazione di Napoli e dei comuni Vesuviani, dimenticata l’ultima terribile eruzione, assisteva tranquilla  all’aprirsi successivo nelle coste del monte delle piccole lave offrendo la notte uno dei spettacoli più fantastici che si possa immaginare: in pochi giorni il fuoco divoratore è venuto fuori a torrenti impetuosi, larghi centinaia di metri, invadendo ubertosi vigneti, distruggendo ville ridenti, chiese ed opifici: per colmo di sciagura, l’immane fiumana di materie ignee si divise in più rami; una corrente di lava si affrettava in direzione del mare, altre due correnti presero linee interne. Al tempo stesso i boati del vulcano, rombi spaventosi, spargevano il terrore a grandi distanze percorrendo le lave. La prima lava nella sua corsa impetuosa invase Boscotrecase, e lo distrusse quasi tutto. Avvennero scene pietose. Già gran parte della popolazione si era messa in salvo spaventata  dai rombi del monte e dalla pioggia di lapilli, che ricopriva i tetti delle case, facendoli crollare: Ma mentre gli infelici lasciavano il paese in una lunga funebre marcia, portando le cose loro più care, furono sorpresi da un altro torrente di lava, che li incalzava sopra un fianco; solo con una rapida corsa poterono salvarsi. La lava continuava la sua corsa, oltre Boscotrecase, oltre Oratorio, arrivando fino alle prime di quell’industre città, e costringendo la popolazione a fuggire a piedi, in vettura, sopracarri, in barche. La sciagurata forza dinamica del vulcano era tale da dominare un raggio estesissimo. La pioggia di cenere vesuviana arrivò nella lontana Puglia, a Foggia, a Barletta ad Andria, a Bari. Non bastò superò l’Adriatico, arrivò ad Antivari a Dulcigno, perfino nell’elevata Cettigua. In alcuni paesi non potendo arrivare la lava distruttrice, vi giungeva la pioggia di cenere e lapilli: Ottaviano e San Giuseppe divennero un mucchio di rovine. In Napoli l’effetto della pioggia  incessante di cenere  e lapilli  per diversi giorni, cagionò un altro disastro, la caduta del mercato di Monte Oliveto, la cui vecchia tettoia rovinò interamente. Che ne era intanto della nostra città di Castellammare di Stabia la sera del 7 sopra all’otto aprile quantunque fossimo  in Settimana di Passione, in cui il cielo è pieno d’invadente mestizia cristiana, pure un non so che di straordinario ci accasciava il fisico e l’animo presentiva una sciagura indefinita che si presentava ancora più angosciosa con l’afa pesante di quella sera. E la sventura  sarebbe repentinamente scesa sul nostro capo, se non fosse  intervenuta la potenza del sovrannaturale, se un angelo tutelare  non avesse disteso le ali e ci avesse salvati. Ad un  miracolo dobbiamo la nostra salvezza, e di questo miracolo tutti furono testimoni. Una orrenda nube gravida di cenere si agitava  sul nostro capo, l’aria era diventata scura, quando il popolo, atterrito dall’imminente ed inevitabile pericolo, accorse nella Cattedrale ad implorare la protezione e l’aiuto del nostro venerando protettore S. Catello. E’ un fatto: i cuori più duri si commossero, tutti piansero ed unanime preghiera si levò al cielo mentre rigorose braccia tolta la statua di S. Catello dalla nicchia ed accomodatela sulla piramide la trasportarono sulla banchina ove mille grida risuonavano e l’eco lontano ripeteva i canti che il nostro amatissimo Vescovo intonava, cui rispondevano Canonici e Chierici che erano presenti. Miracolo! Miracolo! Gridò il popolo reso devotissimo dall’imminente sciagura, e… mirabile a dirsi la nube si dilatò dal nostro capo dileguandosi, mentre le correnti laviche, già avanzate, si  arrestavano… Miracolo! Miracolo! Seguitò a gridare il popolo trasportando il venerando simulacro nella Cattedrale: in un miracolo, il popolo lo conobbe e riconoscente  si prostrò ai piedi del suo salvatore, levando l’inno della preghiera, della lode e del ringraziamento. Ma se per noi fu un miracolo non lo fu per gli altri; atterriti  dall’orrendo spettacolo i cittadini di Torre Annunziata fuggirono dal loro paese natio e vennero tra noi: vennero tra noi, e noi li accogliemmo; ma avremmo potuto salvarli dall’ira del Vesuvio, non dalla fame, se un nuovo miracolo non fosse stato operato dalla carità cittadina. Molti cittadini apersero le loro case ai profughi di non solo Torre Annunziata, ma ancora di Torre del Greco, Boscotrecase, Ottaviano e S. Giuseppe.

Era appena giunta la notizia del disastro all’orecchio dell’Angelo della nostra Diocesi, all’amatissimo nostro vescovo Mons. D. Michele De Jorio, ed egli aprì le porte del Seminario Diocesano ai profughi, mettendo a loro disposizione locale e provvigioni. Il suo cuore di padre amoroso si commosse dinanzi alla miseria e tutti lo videro piangere: piangeva il nostro buon Pastore e non si contentava solo di piangere, ma faceva i più bassi uffici fino a servire a tavola i profughi. Egli non si mosse un momento dal Seminario, nulla curando neppure la salute, per essere in mezzo a quelli che si erano affidati alla sua magnanimità: attratti dal suo esempio sacerdoti e chierici non si dipartivano dal Seminario nè di notte nè di giorno offrendo il loro caritatevole ufficio verso tante vittime dell’immane sciagura. Dopo alcuni giorni, scampato il pericolo e ritornata la calma i profughi poterono tornare ai loro paesi ringraziando il Vescovo ed i cittadini tutti di Stabia di averli non solo riparati dal disastro, ma ancora dalla fame: i cittadini di Stabia memori di aver scampato un grande pericolo per intercessione del Santo Patrono San Catello supplicarono il Vescovo ed il Capitolo di tenere un ufficio di ringraziamento: la domenica del 22 aprile si tenne una devota processione di ringraziamento. Oltre le congregazioni ed il Clero Regolare v’intervenne il Rev.mo Capitolo ed il Molto Rev.do Clero di Gesù e Maria con a capo Mons. Vescovo, che invitò con sua notificazione a stampa. Accompagnava la Statua del Santo Patrono una grande moltitudine di popolo piangente e ringraziando S. Catello di aver allontanato il pericolo per sua intercessione. La processione  oltre alle solite vie si protrasse fino al Rione Ferrovia accolta con grande entusiasmo dagli abitanti di quel rione. Nelle ore vespertine, verso sera, quasi tutto l’intero popolo di Stabia si portò alla Cattedrale: ed ivi dopo aver ascoltato un dotto ed eloquente discorso d’occasione fatto dallo zelantissimo parroco della Cattedrale Canonico D. Placido Gambardella, scioglieva un Inno di ringraziamento fra la commozione di tutti . Speriamo che il grande nostro Patrono S. Catello continui sempre la sua protezione sulla nostra Città e che i figli di Stabia gli siano sempre grati e riconoscenti di tanta protezione.

 

Castellammare di Stabia, 23 aprile 1906           

                                                                          il Notaio di S. Visita

                                                                                     Sac. Sebastiano Gaetano

 

 

 

F. Filosa, 1957, Patrocinio di San Catello (Duomo di Castellammare di Stabia).

Particolare di un dipinto di Francesco Filosa (Cattedrale stabiese)

 

 

 

Protezione della liberazione ottenuta nella terribile eruzione del 

Vesuvio  mediante  l’intercessione  del nostro Protettore San Catello 

( libro VI delle conclusioni del Capitolo Stabiese  pag. 18 ).

  

Fin dal giorno 2 aprile di questo corrente anno 1906 il vicino monte Vesuvio manifestò segni precursori di una eruzione. Aumentò l’attività  nei giorni 5, 6, 7, con emissione continuata di lava di fuoco in vari punti, con sbuffi di cenere e sabbia, accompagnati a brevi intervalli da forti boati. Nella notte però dal 7 al 8 di detto mese, giorno di Domenica delle Palme, l’eruzione  pigliava tali proporzioni da ridestare la più grave costernazione ed il più intenso terrore, in un tratto si aprivano varie bocche che gittavano laghi di fuoco, sicché tutto il Vulcano sembrava diventare una massa di fuoco presentando terrificante spettacolo. Allo spuntare dell’infausto giorno 8 immensa folla di gente di questa nostra città corse nella nostra Cattedrale fatta aprire ben per tempo e supplicava  l’aiuto del nostro amato Protettore S. Catello, e più  nostro vivo il desiderio che il venerando simulacro fosse portato fuori la Chiesa a vista del …  monte. E infatti il nostro Eccellentissimo Mons. Vescovo, D. Michele De Jorio, fece recare la Statua sulla banchina del mare e fermarlo a vista del Vesuvio, nel momento in cui questo maggiormente infuriava versando dalle aperte bocche  laghi di fuoco, di lapilli, di cenere di fumo tra guizzi spaventevoli di folgori, tra cupi boati e scuotimento della terra, ed egli stesso con forte voce innalzava la preghiera al Santo Patrono, preghiera che con vivo fervore e calde lagrime era accompagnata dalla calca di popolo ivi  convenuta  a supplicare  il caro ed amato S. Catello e tosto come per incanto, sul nostro cielo si fece il sereno. Un raggio di sole squarciando le nere ed infuocate nuvole che minacciavano a sterminio, venne ad illuminare il volto del Santo ed insieme il popolo che intorno a Lui pregava e piangeva, e dal quel momento tranne poca cenere e poco vento, il sereno confortò la nostra città. 

La statua del Santo rimase esposta nella nostra cattedrale, ove era un continuando accorrere di fedeli a levare  supplichevole la prece. Scene di dolore furon viste in quei giorni nella nostra città, profughi a migliaia, convenuti dalle vicine città in parte danneggiate, e altre ancora sotto il timore di essere distrutte, a tutti rifugiati tra noi a … si aggiravano per la nostra città atterriti, squallidi, spossati, ansanti col pallore della morte sulla fronte cercando respiro e riparo: lo zelo del prelato Mgr. Vescovo seppe subito trovare mezzo di aiuto ed immediatamente nella istessa  mattina di Domenica delle Palme sciolse il Seminario, ed in quel locale trovò mezzo a raccogliervi  più di duemilaecinquecento di quei profughi dando ad essi  fin dal primo momento pane e cibo: a tale slancio di carità tutti si mossero a stendere benefica la mano agli affitti fratelli e clero e popolo, società e circoli ed autorità tutte gareggiarono nel dare conforto assistenza assidua, cure affettuose, ospitalità, cibo, abiti, dando medicina e quando fu necessario al soccorso, e ciò per circa dieci giorni fino a che l’eruzione andò scemando, il pericolo cessò e così potettero tornare ai loro paesi. A tributo di riconoscenza per l’ottenuta liberazione mediante l’intercessione del nostro Augusto Patrono S. Catello l’istesso Mgr. Vescovo proponeva un giorno di festa e di ringraziamento fervoroso. E fatto convocare nel giorno 18 dello stesso Aprile il Rev.mo Capitolo proponeva tale festa nel giorno 22 domenica in Albis proposta che pienamente veniva  accettata  dall’istesso Capitolo. La festa venne così celebrata: nel mattino del 22 l’Ecc.mo Mgr. celebrò Messa Solenne Pontificale assistita dal Rev.mo Capitolo, dopo vi fu la processione solenne della Statua, che uscendo circa alle 11 dalla Cattedrale percorse tutte le vie della città, cioè V. Gesù, Largo Mercato, strada Marina fino al R. Cantiere, e poi ritornando per la medesima strada, largo Fontana, strada S. Caterina 2° e 1° De Turris, largo Quartuccio, strada Napoli fino a largo Ferrovia, ritornando per la strada Corso Vittorio Emanuele, e giunta in piazza Municipio, a solenne ricordo di quanto si era avverato nella mattina memoranda del giorno 8 così la processione si dilungò  sulla banchina del mare  proprio a quel punto ove giunse nel predetto giorno, e dopo che l’Ecc.mo Pastore ebbe recitata  altra preghiera ed impartita la pastorale benedizione, intonò solennemente il Te Deum e poi fece ritorno alla Cattedrale. In seguito a tale festa nelle ore p.m. fu recitato discorso di occasione  dal Rev.mo Canonico D. Placido Gambardella, Curato della Cattedrale, ed in ultima impartita dal medesimo Ecc.mo Mgr. Vescovo la trina benedizione col venerabile previo il canto del Te Deum di ringraziamento, notando si ancora che per tale ricorrenza la Cattedrale era gremita di popolo.

 

Can.co D'Arco segretario

 

 

 

    

( Autore: Maurizio Cuomo - © Copyright 2002 www.liberoricercatore.it  )