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La Commissione delle legnate

 

a cura del dott. Giuseppe Plaitano

 

 

 

 

 

 

    Correva l’anno 1850, anno in cui furono varate nel Cantiere di Castellammare di Stabia il Vascello Monarca (70 cannoni, la più grande nave da guerra costruita in Italia), e la fregata a vapore Ettore Fieramosca (la prima nave a possedere una macchina da 300 cavalli). Attiguo vi era il penitenziario che contava all’epoca circa 800 “presenze”, tutti prestavano la loro attività presso il cantiere navale. Oltre ai detenuti lavoravano presso l’opificio altri operai “liberi” ed in totale si contavano circa duemila unità. In questo scenario e non di certo all’ordine del giorno, di tanto in tanto si presentavano le cosiddette “baruffe”. Il re Ferdinando, con decreto del 1851 ritenne quindi opportuno di ristabilire la cosiddetta “Commissione delle legnate”, una vecchia legge del 1826 che aveva lo scopo di sedare le liti che vedevano protagonisti i carcerati, molto spesso anche con spargimenti di sangue.
Riportando un passo di un antico documento, si apprende che erano annoverati tra i perturbatori dell’ordine pubblico, "gli scagliatori non solo di pietre, ma anche di altro oggetto contundente, coloro che percuotono, offendono o comunque arrechino danno o in fine coloro che in caso di incendio o di altra calamità eccitino dei disordini o commettano eccessi per trarne profitto…".
La commissione era costituita dal Sindaco (che ne era il presidente), dal commissario di polizia e dall'ufficiale della gendarmeria; la commissione dopo aver sentito le parti ed i testimoni, decideva quante legnate dovevano "applicarsi" a ciascuno, pena che prevedeva la somministrazione di una robusta dose di legnate sul “posteriore” del colpevole , ad opera di un «aguzzino»,  per un massimo di cento "Il massimo delle legnate si espierà in due volte, nel numero di cinquanta per volta, coll’intervallo di un giorno".
Così nel decreto, che nel verbale della commissione, questa delle legnate era indicata stranamente come “pena economica”.
Tale punizione doveva eseguirsi nell’atrio del penitenziario o in altro luogo così da dare esempio agli altri detenuti. Nelle carceri delle Due Sicilie, anche i carcerieri erano soggetti a disciplina e punizioni in caso di abusi. 
Un’altra curiosità delle carceri “borboniche” era il servizio religioso molto curato in cui i sacerdoti si impiegavano nelle messe e altri compiti assistenziali per i carcerati.
Dal Codice del 1819 si legge anche: “…Il pavimento del carcere si laverà ogni 15 giorni… il carcere si imbiancherà ogni sei mesi, sarà mantenuto anche il barbiere dei poveri… e non potrà pretendere compenso alcuno dai detenuti… il barbiere raderà i capelli a tutti coloro che giungeranno al carcere e si dichiareranno poveri. Raderà a costoro la barba una volta a settimana. Il fornitore stipendierà anche il lavandaio dei poveri, le biancherie dei letti e le camicie saranno cambiate ogni 8 giorni, se pure non occorresse farlo più sovente”.

 

 

 

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