|
In
questi giorni ha suscitato notevole interesse da parte dei
cittadini stabiesi la vicenda dei cannoni borbonici (rif.: "Avvisi"
lettera del 11/01/2009), che tutti
noi oggi siamo abituati a pensare come innocue bitte di ormeggio
al porto commerciale. Pochi sanno però che prima di trovare
l’attuale collocazione questi cannoni sono stati protagonisti
in un breve episodio risorgimentale rappresentato in diverse
stampe d’epoca e che lo storico Giacinto De Sivo ci racconta
minuziosamente nel suo libro “Storia delle Due Sicilie dal
1847 al 1861” Libro Vigesimosecondo, al paragrafo 31.
.jpg)
Il
protagonista della vicenda è, neanche a dirlo, Giuseppe
Garibaldi che avendo bisogno di una ammiraglia si reca a Napoli
per organizzare un complotto, con la complicità di ufficiali
borbonici corrotti, con il quale impossessarsi del Monarca
allora alla fonda nel porto di Castellammare. Il piano comunque
fallisce e all’avventuriero non resta altro che la fuga
inseguito dalle cannonate sparate alla ceca nella notte dal
fortino di Pozzano, probabilmente proprio da quei cannoni che
oggi giacciono imbavagliati dal cemento sulla banchina del
porto. Di seguito riportiamo il testo integrale del De Sivo.
§
31. Tenta rapire un vascello
“Si fermò nel golfo di Napoli a tentare un colpo.
Si disse fosse venuto anche prima, la notte del
4, e disceso a Posillipo a favellare col Nunziante e coi capi del
Comitato; il che può esser vero, sendo in seggio il ministero
Spinelli-Romano. Era un Manzi, nostro uffizial di marina, buono
per l'arte, reo di costumi, beone, giocatore e indebitato, perciò
dimesso da re Ferdinando; tornato con la costituzione, sul finir
di luglio chiese il congedo, dicendo voler mercatare d'olio a
Castellammare, dove di fatto andò. Quivi era il Monarca, vascello
in atto d'armamento; il cui primo capitano Vacca, il mattino del
13 agosto ordinò si togliessero le catene di ferro ch'assicuravanlo
a terra, restassero quelle sole di canapa. Ciò si fe', ma per
l'ora tarda una di ferro ne rimase. A notte buia il Washington del
Garibaldi entra in porto a prendere il vascello; e manda barche
con uomini a segar le gomene. V'era poca guardia, nessun sospetto,
dormivan profondo; ma la catena di ferro guastò tutto; chè
scricchiolando destò la sentinella; la quale vista la nave a
vapore senza fanale accostarsi, e i pirati altri a tagliar gli
ormeggi, altri a salire all'abbordaggio, die' il grido. I
regi marinai carpate l'arme in fretta li affrontano, e chi è
salito è sul cassero ammazzano e travolgono in mare; accorrono
soldati da terra a far fuoco; e altri ascesi al propinquo fortino
detto Pozzano, caricati cannoni, tirano a casaccio, da far paura
molta, danno poco. Ma i marinari credendo di udir la voce del
Manzi traditore guidare i nemici, e d'altri uffiziali disertati già
col Veloce, infuriano e menan le mani assai bene; però il
Washington, fuggendo tra gli altri legni del porto, potè col
favor del buio senza essere colto pigliare il largo. Fu catturata
una barca, e altra se ne trovò poi presso Vico Equense affondata.
Sul vascello un marinaio ucciso, e due feriti; e lieve ferita ebbe
altresì l'Acton secondo capitano; ond'ebbe lodi, promozione, e la
croce di S. Ferdinando. Nondimeno è sospetto ei fosse reo, e che
per la prontezza de' marinai si trovasse in mezzo a' colpi; perchè
poco stante fu de' primi a passare alla rivoluzione, dalla quale
ebbe premii. Il Vacca dopo il fatto corre a rifugio sur un legno
inglese; che provò la complicità del nemico.
Il
colpo, mancato per caso, fu non pertanto assai celebrato dalla
stampa, che ogni rivoluzionaria impresa, riuscisse o no, menava
alle stelle. Invero i marinai, i soldati, la Guardia nazionale di
Castellammare gareggiarono d'ardore. Ma la cosa confermò i
sospetti di ree macchinazioni; la onde nell'incertezza del dove il
nemico colpisse, si sperperarono soldatesche in luoghi diversi.
S'armò a difesa in Napoli il litorale; i soldati accorrevano ai
posti co' Viva al Re; le persone agiate fuggivano alle ville; si
spargeva il Garibaldi entrasse per sorpresa, come a Palermo”.
.jpg)
L’esito negativo di questa schermaglia comunque non pregiudicò
l’impresa di Garibaldi che poté così conquistare il Regno
delle Due Sicilie. Il tradimento degli ufficiali dell’Armata di
Mare invece, vanto dello stato borbonico, è stato molto
probabilmente il motivo che ha dato origine all’imprecazione
tipicamente napoletana “Mannaggia ‘a marina!” o “Mannaggia
‘a marina ‘e Napule!”, tuttora in uso e adoperata in
seguito ad un avvenimento sgradito.
Nota: le immagini sono tratte dalla collezione "Stampe
antiche" del sig. Gaetano Fontana.
|