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« Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis » (La storia è testimone dei tempi, luce
di verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell'antichità), questa frase spesso ripetuta e abbreviata a
piacimento, secondo i comodi del momento, di cui un esempio
potrebbe essere: “La storia è maestra di vita” è ormai talmente
abusata che pare, soprattutto a Castellammare di Stabia, si faccia volentieri a meno di
tenerla in considerazione, relegando in tal modo, una così “vecchia maestra”
tra i più futili ed inutili luoghi comuni.

Castellammare
nel 1860 (Stampa d'epoca - Coll. Gaetano Fontana)
Si ricade così, spesso in errori ed eccessi già scontati e condannati, vengono ripetuti
errori e concetti, che poi si rivelano falsi ed infondati, al cui cospetto, però, in molti
(sicuramente in troppi) si prosternano, per poi accorgersi di essersi inchinati ad autentici ciarlatani.
Il libro “Castellammare di Stabia dal 1848 al
1860” (consultabile in
Stabiae-book) pubblicato 100 anni fa, rievoca un’interessante periodo della storia stabiese ed offre, a parere dello scrivente, un ottimo spunto anche per il presente.
I diversi capitoli che formano il libro furono pubblicati per la prima volta
nei giornali cittadini “Don Chisciotte” e “Stabia”
(anno 1898), in seguito l’autore affermò che diversi anziani gli fecero notare delle inesattezze, così che
furono aggiunte al libro sopra indicato le opportune rettifiche.
Dalle cronache dell’epoca si evince che il 17 ottobre del 1909,
nella sala gremita del “Savoia” (un teatro stabiese che sarebbe più opportuno identificare come una baracca di legno che sorgeva all’altezza dell’attuale Circolo
Nautico), furono ricordati i giorni ed alcuni raccapriccianti
episodi accaduti mezzo secolo prima a Castellammare, in quel
periodo palcoscenico di tristi e sanguinose vicende. Ecco i
fatti da me appresi: era una domenica mattina e il piccolo teatro era gremito di professionisti, intellettuali e numerose signore che sfoggiavano abiti eleganti e cappelli vistosi (con piume d’uccello e fiori, come dettava la moda di quell’epoca). Il relatore fra un applauso e l’altro tuonava contro i gesuiti e il “fanatismo religioso”, mentre molti della platea controllavano l’ora, preoccupati di perdere l’ultima Messa al Gesù. La conferenza proseguì per un bel po’, fin quando in conclusione verté sui fatti che accaddero nel 1860, raccontando dell’avanzata di Garibaldi che provocò a Napoli e nel circondario una violenta insurrezione con stragi e massacri e che a Castellammare il popolo insorse e il 28 giugno 1860, quando il palazzo municipale fu assalito (furono forzate le porte allo scopo di distruggere l’archivio (sic) e gli uomini autori delle ingiustizie commesse).

Attacco
al "Monarca" 1860 (Stampa d'epoca - Coll. Gaetano
Fontana)
I rivoltosi, capitanati da Luigi Russo e Nicola Giordano, spedizionieri e da un macellaio soprannominato “‘o lione” misero a ferro e fuoco l’ufficio della polizia, una guardia fu trucidata, il figlio del commissario Lo Monaco, spaventato dalla folla inferocita, si precipitò da una finestra. Un’altra guardia che si trovava sulla rotonda della “California”, fu spinta fra gli scogli sottostanti e fratturandosi annegò mentre gli insorti lo coprirono di sassi. Con queste azioni il popolo si preparava alla liberazione; l’alba del 7 settembre 1860, Garibaldi entrò in Napoli, dando luogo ad altre manifestazioni di massa. Il giorno 8 settembre nel nostro Cantiere gli operai cominciarono a ribellarsi e riunitisi presso la direzione delle costruzioni iniziarono a gridare “fuori gli infami”. Si trattava di quelli “puri” (volendo parafrasare un proverbio dialettale leggermente colorito, si potrebbe dire: “che pisciavano acqua santa
p’‘o velliculo”) che chiedevano chiaramente l’epurazione. Infami erano invece quegli operai o capimastri che secondo i compagni “puri” erano stati eccessivamente ossequiosi verso il “vecchio regime”. In tale occasione in molti soffiarono sul fuoco per vedere perseguitato ed annientato qualche collega che dava fastidio. Il vice direttore del Cantiere un certo Giuseppe De Luca, venuto a conoscenza che nell’officina dei fabbri venivano approntati pugnali ed altri arnesi da usare a mo’ di arma, cercò con le buone maniere e per mezzo del
Capitano ing. Filippo Tommasuoli (un ufficiale, molto ben visto dagli operai), di far tornare tutti alla calma. Così mentre una commissione si recava in Direzione per presentare una lista dei “malvisti”, questi onde evitare guai, fuggirono per mare con l’ausilio di una barca. Ottenuto l’ordine di licenziamento, gli operai allestirono un carro trionfale che alcuni giorni dopo, trainato da una coppia di buoi, al suono della banda fu portato in giro per la città con fiaccole e bandiere tricolori, acclamando Garibaldi e Vittorio Emanuele. Tale dimostrazione, come disse il Salvati, servì come pretesto, ad alcuni, per sottrarre dal Cantiere, opportunamente nascosti, rame ed altri oggetti. Dunque con la “cacciata” dei Borboni ci furono assalti a pubblici uffici, si perpetrarono violenze e furti e tutto ciò in nome della libertà e del progresso e contro la tirannide ed il despotismo. Evito commenti, ognuno può fare parallelismi… …Ritornando alla cronaca del tempo, si apprende poi che non appena le acque furono calme, gli operai espulsi fecero ritorno senza subire ulteriori ripercussioni “essendo bastato come punizione per chi era colpevole, il disprezzo e la paura”.
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