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Avete mai sentito un
parlante napoletano che per dire “comprare”, abbia mai
usato un verbo diverso da “accattà” (apparentemente
calco dell’italiano “accattare”)?
No!
Perché dico “apparentemente”? Perché se così
non fosse, stante il parallelismo tra le due voci,
dovrebbe risultare che per il napoletano colui che
“accàtta” è un accattone. Cosa che non è
assolutamente, perché non può essere. La parola
“accattà” (napol.) è al di fuori di ogni possibile
connotazione in tal senso. E chi parla il napoletano lo sa
bene. “Accattà” del napoletano è un verbo
completamente diverso dall’italiano “accattare”,
perché lontano etimologicamente. Anche volendo ammettere
una improbabile identità delle rispettive radici ci
resterebbe comunque la diversa storia semantica delle due
parole (quella latina dell’“accattare” per la forma
italiana e
quella greca dell’“accattà” del napoletano). Prima
di escludere definitivamente dalla discussione
“accattare” del toscano, diffuso in tutta la penisola
insieme al suo significato, vorrei farne in breve
l’etimologia. “Accatto” – quella italiana –
viene dal verbo latino ad+capto. Capto è un verbo
intensivo o iterativo; [l’azione espressa da un verbo
radicale (in questo caso “capio” = prendo), attraverso
l’applicazione del suffisso –to aggiunge al
significato originario del verbo radicale il fatto che
quell’azione è più insistente oppure si ripete, è
frequente. Così se “capio” è prendo, “capto” o
è prendo ripetutamente, continuo a prendere, oppure
prendo con violenza.] Per la cronaca, diciamo che “i
captivi” sono i prigionieri di guerra; in ambiente
culturale posteriore alla classicità romana (scivolamento
di significato) essi diventano i condannati alle galere (i
puniti – o perseguitati – dalla giustizia); in clima
cristiano sono, poi, i prigionieri del demonio: “i
cattivi”. Ma ci siamo capiti! “Ad+captare”,
quindi, – “accattare”
dell’italiano – sarebbe: cercare di prendere
quanto più possibile: accattare, insomma. E da qui
“accattone”. Avreste la bontà di risparmiarmi “acquirere”,
sinonimo di “comparare”, in quanto acquistare?
Se no, la cosa diviene troppo lunga. Solo faccio
notare che anche nel caso di questa radice verbale si è
determinata la coppia di due forme, una radicale e
l’altra suffissale: ad-quiro (participio: ad-quisitus) e
ad-quisto (participio ad-quistatus) intensivo del primo,
con l’azione che si ripete o si intensifica. [Come
abbiamo spiegato per “capio”]. Alla base di questi due
verbi c’è “quaero” (cercare, andare in cerca, e
anche cercare di guadagnare).
Vi dice niente la parola: apofonia? Ne abbiamo già
parlato: il fonema “ae” che diviene “i”. Se poi
pensiamo che tra tutte le parole derivanti da questa
radice ci sono da una parte “questua e questura”,
dall’altra “quesito” e “questione”, arriviamo
facilmente fino al significato primo , quello di
“domandare” e “cercare di capire”]. Passiamo ora a
“comparare” [cum-paro (metto insieme)] che ha dato
origine all’attuale “comprare” della lingua
italiana. Del verbo “paro” (preparo) abbiamo avuto
modo di parlare a proposito della voce: “paraustiello”.
Il prefisso, in questo caso proverbio, (la preposizione
“cum” = insieme – originariamente avverbio –),
aggiunge al significato di preparare o
apparecchiare [notate: anche in quest’ultimo verbo c’è
la radice del “paro”] proprio del “paro”, anche
quello di “insieme”, per cui “comparo” diventa o
“mettere insieme più cose ” o “metterle
accostate”. E concludiamo. Se “accattà” dei
napoletani non deriva da “ad-captare”, e quindi non è
calco di ”accattare” (afferrare, arraffare,
raccogliere), da dove verrà mai? Essa viene direttamente
dal greco. Vi ho già detto (vedi il lemma “cafone”)
che l’Italia meridionale ha mantenuto la parlata greca,
primo per la sua condizione di isola linguistica, ma
ancora per il fatto che più a lungo è stata
“bizantina”. “Accattà” dunque viene dal verbo
greco κτάομαι (ctáomai)
= comprare. Vedi anche
κτησισ (ctêsis) = possesso;
κτήματα [άροσισ]
= insieme delle terre lavorate].
Se potessimo procedere “ad orecchio”, vi chiederei: “Che ve ne
pare?”
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